Home Chiese e Religioni “Che il sinodo resti fedele alla dottrina”. La richiesta di 500 preti inglesi di L.Eugenio

“Che il sinodo resti fedele alla dottrina”. La richiesta di 500 preti inglesi di L.Eugenio

Ludovica Eugenio
Adista Notizie n. 13 del 04/04/2015

Sinodo ordinario sulla famiglia, in programma per ottobre, dovrà produrre «una proclamazione chiara e ferma» a sostegno della dottrina della Chiesa sul matrimonio. Lo richiedono, con un’iniziativa assolutamente inedita, quasi 500 preti inglesi in una lettera firmata, pubblicata sul settimanale Catholic Herald (24/3). «In quanto preti cattolici, vogliamo riaffermare la nostra incrollabile fedeltà alle dottrine tradizionali riguardanti il matrimonio e l’autentico significato della sessualità umana, fondata sulla Parola di Dio e insegnata dal magistero della Chiesa per due millenni».

La lettera, indirizzata ai padri sinodali, reca in calce le firme di tutti i 461 sottoscrittori. Uno di loro, che, spiega il Catholic Herald, ha chiesto di restare anonimo, ha rivelato che vi è stata «una certa pressione perché non si aderisse alla lettera e anche un certo grado di intimidazione da parte di alcuni responsabili ecclesiali». Tra i firmatari, i teologi p. Aidan Nichols e p. John Saward, il blogger p. Tim Finigan e p. Robert Billing, portavoce della diocesi di Lancaster. «La lettera chiede fedeltà all’insegnamento cattolico e afferma che la pratica deve restare “inseparabilmente in armonia” con la dottrina», ha dichiarato un altro dei firmatari, anch’egli anonimo. «I preti affermano di voler continuare ad impegnarsi ad aiutare “coloro che lottano per seguire il Vangelo in una società sempre più secolarizzata”, ma lascia intendere che le coppie e le famiglie che sono rimaste fedeli non vengono adeguatamente supportate o incoraggiate».

La lettera si conclude con l’invito ai partecipanti al Sinodo «a proclamare in modo chiaro e fermo l’insegnamento morale immodificabile della Chiesa, in modo da eliminare qualsiasi confusione e rinsaldare la fede».

Non vi è dubbio che la lettera rappresenti uno degli schieramenti della battaglia in corso nella Chiesa sul tema della riammissione ai sacramenti delle persone divorziate e risposate. Ne ha parlato anche il card. Walter Kasper, alla presentazione dell’edizione inglese del proprio libro Pope Francis’s Revolution of Tenderness and Love (Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell’amore, in Italia edito da Queriniana), di cui dà conto lo stesso Catholic Herald (23/3). Sottolineando che i cattolici devono far conoscere ai vescovi le loro speranze e le loro preoccupazioni sul Sinodo, ma che devono pregare anche perché lo Spirito Santo ne guidi le deliberazioni, Kasper ha aggiunto che «tutti dobbiamo pregare per questo, perché è in corso una battaglia. Speriamo che il Sinodo trovi una risposta condivisa da una larga maggioranza, che non sia una rottura con la tradizione ma una dottrina che deriva dallo sviluppo della tradizione».

Ma il fronte del “no” all’ammissione dei divorziati ai sacramenti si fa sentire. «Non ho avuto la minima esitazione a firmare la lettera», scrive il teologo morale e consulente del Catholic Herald p. Alexander Lucie-Smith (25/3). Primo, «perché sono un teologo moralista e qui è importante che la questione morale non vada trascurata»; secondo perché, come parroco, dice di aver constatato che «non è il divorzio il problema delle società sviluppate come la nostra; il problema è che il divorzio ha avuto talmente successo da aver minato il matrimonio. Il matrimonio è diventato un pezzo di carta, una moneta svalutata. Dobbiamo ricostruire l’istituzione del matrimonio dalle fondamenta». Il teologo prosegue affermando di essere preoccupato per una società «senza matrimonio», verso la quale sembra di essere avviati: «Se in un modo o in un altro autorizziamo le nuove unioni, autorizziamo in effetti un matrimonio temporaneo. Peggio: facciamo di ogni matrimonio, prima assoluto, qualcosa di contingente. Sarebbe una catastrofe».

La risposta del card. Nichols

Non si è fatta attendere la risposta, piuttosto piccata, dell’arcivescovo di Westminster, card. Vincent Nichols. I preti, ha detto, non devono condurre un dibattito sul Sinodo a mezzo stampa. «Ad ogni prete in Inghilterra e Galles – ha affermato – è stato chiesto di riflettere sulla discussione sinodale. Per quanto ne so, in ogni diocesi questo dibattito è stato avviato e sono stati stabiliti canali di comunicazione». «L’esperienza pastorale e l’impegno di tutti i preti su questi temi sono di grande importanza e sono ben accolti dai vescovi. Papa Francesco ha chiesto un periodo di discernimento spirituale. Questo dialogo tra un prete e il suo vescovo non può essere condotto al meglio a mezzo stampa». (ludovica eugenio)

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DIVORZIATI RISPOSATI: DAI VERTICI DELLA CHIESA, L’ATTACCO AL “PONTIERE” CARD. MARX

Ludovica Eugenio

Che il dibattito sui divorziati risposati sia il teatro di una vera battaglia, come afferma il card. Walter Kasper (v. notizia precedente), appare evidente anche dalla contrapposizione nelle alte sfere della Chiesa. In particolare, dal feroce botta e risposta tra il più importante vescovo tedesco, il card. Reinhard Marx (presidente della Conferenza episcopale della Germania e membro del Consiglio ristretto di cardinali che assiste il papa nella sua operazione di riforma della Curia, nonché uno dei tre rappresentanti della Germania al Sinodo, scelto dagli stessi confratelli tedeschi, e sulla stessa linea di apertura del card. Kasper) e, ma non solo, il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Gerhard Ludwig Müller.

Il 25 febbraio scorso, in una conferenza stampa al termine dell’assemblea plenaria dei vescovi tedeschi a Hildesheim, Marx aveva affermato che le questioni teologiche riguardanti il matrimonio, la famiglia e la morale sessuale non possono essere risolte nelle tre settimane del Sinodo, ma che sperava che il Sinodo desse inizio ad una «ulteriore discussione» e producesse un testo che portasse «ad un progresso» verso una posizione condivisa. Per quanto riguarda la prassi pastorale, però, la Chiesa tedesca, aveva detto, «non può aspettare» e dunque, se a livello dottrinale è in comunione con il resto della Chiesa, da un punto di vista pastorale «il Sinodo non può prescrivere nel dettaglio ciò che dobbiamo fare qui in Germania». Ed ha preannunciato una lettera pastorale sulla questione, che sarà pubblicata dopo il Sinodo, ma anche un documento preparatorio per il Sinodo stesso, che verrà pubblicato in tempi brevi. «Non siamo solo una filiale di Roma», aveva aggiunto. «Non possiamo aspettare che un Sinodo proclami qualcosa, dal momento che dobbiamo portare avanti il ministero sul matrimonio e la famiglia qui». Non solo: secondo Marx, ci si attende dalla Germania un aiuto affinché la Chiesa apra le porte e «percorra nuove strade», perché «nella dottrina, impariamo anche dalla vita».

E come la pensi Marx – e con lui la maggioranza dei vescovi tedeschi che sono sulla stessa linea del card. Kasper – sul tema divorziati risposati non è certo un mistero: in alcune condizioni e dopo un periodo di penitenza, è la sua posizione, la comunione va concessa. «Non si tratta di trovare modi per tenerli fuori, ma per accoglierli», aveva già detto a fine gennaio in un’intervista al settimanale dei gesuiti statunitensi America. Gli aveva risposto il guineano card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e i Sacramenti: staccare l’insegnamento della Chiesa dalla prassi pastorale, cosa che secondo i critici di Kasper avverrebbe con l’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti, «è una forma di eresia, una pericolosa patologia schizofrenica».

Gli ha dato manforte Müller in un’intervista al settimanale francese Famille Chretienne (26/3), in cui sostiene che le decisioni dottrinali o anche disciplinari riguardo al matrimonio non spettano alle Conferenze episcopali: «È un’idea assolutamente anticattolica che non rispetta la cattolicità della Chiesa», ha affermato. «Le Conferenze episcopali hanno autorità su alcune materie, ma non sono un magistero accanto al Magistero, senza il papa e senza la comunione con tutti i vescovi». «Il presidente di una Conferenza episcopale – ha rincarato poi, riferendosi specificamente a Marx – non è null’altro che un moderatore tecnico, e non ha alcuna particolare autorità magisteriale in forza di questo titolo». «Sentir dire che una Conferenza episcopale non è “una filiale di Roma” mi fornisce l’occasione per ricordare che le diocesi non sono le filiali della segreteria di una Conferenza episcopale né della diocesi il cui vescovo presiede la Conferenza episcopale», è la stoccata finale di Müller a Marx. Un atteggiamento del genere, spiega, «rischia infatti di risvegliare una certa polarizzazione tra le Chiese locali e la Chiesa universale, desueta dai tempi del Vaticano I e del Vaticano II. La Chiesa non è una somma di Chiese nazionali, i cui presidenti possano eleggere il loro capo a livello universale».

Dallo schieramento degli anti-Kasper e anti-Marx si è fatto sentire un altro prelato di origini tedesche, il card. Paul Josef Cordes, già presidente del Pontificio consiglio Cor Unum. Dalle pagine del quotidiano tedesco Die Tagespost, nella rubrica delle lettere al direttore (7/3), ha espresso una critica molto dura nei confronti delle posizioni di Marx. «Suscita meraviglia questa nebulosità teologica» ha scritto. Affermazioni come «non siamo una filiale di Roma» sono più adatte, ha aggiunto, «al bancone di un bar». «Il presidente della Conferenza episcopale tedesca – si è scatenato l’ottantenne Cordes – ha chiaramente una certa competenza quando si tratta di pubblicare una seconda edizione del libro degli inni o di cambiare il percorso del pellegrinaggio ad Altötting. Ma il presidente discute su qualcosa di molto diverso.

Il presidente discute del dramma dei divorziati risposati! Questa materia va ben oltre le particolarità regionali di natura pragmatica, di una certa mentalità e di un definito background culturale. Questa materia ha a che fare con il nucleo stesso della teologia. In questo campo nemmeno un cardinale può allentare un nodo gordiano di tale complessità con una singola stoccata. Un pastore responsabile non può essere guidato da una “misericordia” indefinita. E se il presidente ripete che, riguardo al Magistero, vuole “essere nella comunione della Chiesa”, o ignora i limiti che questo Magistero pone alla cura pastorale o è avventato nel fare un’affermazione solo per fare bella figura». A Marx, sottolinea Cordes, «manca lo spirito della comunione», «anche se i vescovi, nella loro consacrazione episcopale, promettono “unità con il collegio episcopale sotto il successore di Pietro”».

Il messaggio di Marx, insomma, è per l’anziano prelato «una strategia profondamente politica che crea “fatti” per controllare il processo decisionale ed esercitare pressione sui propri colleghi». Particolarmente deplorevoli, ha concluso, le affermazioni con cui Marx ha inteso dire che le eventuali nuove soluzioni («tutti sappiamo cosa significa») possono essere teologicamente giustificate: «Vuole dire che il dogma dell’indissolubilità del matrimonio diventa intollerabile a causa delle situazioni di vita delle persone risposate?».

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