Home Chiese e Religioni Guerra all’Isis: la chiesa si divide sull’uso della violenza di E.Cucuzza

Guerra all’Isis: la chiesa si divide sull’uso della violenza di E.Cucuzza

Eletta Cucuzza
Adista Notizie n. 13 del 04/04/2015

«È da sconsiderati parlare di interventi militari condotti dall’esterno per difendere i cristiani della Siria e del Medio Oriente. Siamo un Paese sovrano, con un governo legittimo, a cui spetta il compito di tutelare i suoi cittadini. Se davvero si vuole mettere fine alla tragedia del popolo siriano, c’è una sola strada: basta guerre, basta armi, soldi e stratagemmi usati per attaccare la Siria». Questa la risposta fuori dai denti di Gregorio III Laham, patriarca di Antiochia dei greco-melchiti, a mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che ha base a Ginevra. Tomasi, il 13 marzo, aveva detto in un’intervista al sito di informazione cattolica Crux: «Dobbiamo fermare questo genocidio. Altrimenti in futuro ci lamenteremo, chiedendoci perché non abbiamo fatto nulla e abbiamo consentito che questa terribile tragedia avvenisse». Per riuscirci, «è necessaria una coalizione coordinata e ben pensata, che faccia tutto il possibile per raggiungere una soluzione politica senza violenza. Se ciò non sarà possibile, però, l’uso della forza diventerà necessario». Frase quest’ultima che ha indotto i giornali di tutto il mondo a titolare, più o meno, “Il Vaticano sostiene l’uso delle armi contro l’Isis”. Cogliendo nel segno: il 19 marzo, nel corso del programma “Virus” su Rai2, Tomasi ha riaffermato, in piena sintonia con la dottrina cattolica, che «c’è una legittima difesa: l’uso della forza viene accettato come una strada possibile, come ultimo mezzo per proteggere soprattutto da situazioni di genocidio e di violazione sistematica dei diritti umani fondamentali».

Il 16 marzo scorso, Gregorio III, che è primate della Chiesa cattolica orientale con più fedeli in Siria, ha presieduto a Damasco nella Cattedrale dell’Assunzione di Maria una veglia di preghiera cui hanno preso parte rappresentanti e delegazioni di tutte le comunità cattoliche e ortodosse damascene. «Abbiamo condiviso canti e preghiere di penitenza e di pace», ha raccontato all’agenzia Fides (18/3), «mostrando a tutti, anche in questo modo, che i cristiani sono i veri promotori della pace in Siria». Una pace che, per farsi strada, ha bisogno di preghiere e di sostegno per quanti contribuiscono a fermare il commercio delle armi in Medio Oriente. «Faccio appello a papa Francesco e a tutte le Chiese e le comunità cristiane, affinché i due miliardi di cristiani di tutto il mondo, parlando con una sola voce, si facciano promotori di una road map concreta e realista per chiedere a tutte le forze in campo di mettere da parte i propri calcoli di potere e tutte le cause che alimentano la guerra. Solo così le sofferenze del nostro popolo potranno avere fine». «Nei giorni scorsi, mentre noi eravamo in preghiera, si sono diffuse le notizie che Paesi occidentali riaprono alle trattative con Assad. Questa adesso è la via realista da seguire, se davvero si vuole la pace. I gruppi che terrorizzano il nostro popolo non avrebbero avuto tanta forza senza gli aiuti e le armi arrivati loro da altre nazioni e gruppi di potere».

I diritti dei cristiani in Medio Oriente

Mons. Tomasi ha rilasciato l’intervista a Crux lo stesso giorno in cui ha presentato alla 28a sessione dell’organismo Onu sui diritti umani una dichiarazione congiunta di Santa Sede, Federazione Russa e Libano – intitolata “Sostenere i diritti umani dei cristiani e delle altre comunità, in particolare nel Medio Oriente” – sottoscritta da 63 Paesi, tra cui gli Stati Uniti e i Paesi europei, Italia compresa (non da Cina, India e Israele). Esso non contiene un riferimento aperto all’uso delle armi quale ultima ratio.

Il Medio Oriente «sta vivendo una situazione di instabilità e il conflitto si è recentemente acuito», riassume il documento. «L’esistenza di diverse comunità religiose è seriamente minacciata», mentre «i cristiani sono ora particolarmente colpiti e la loro stessa sopravvivenza è in dubbio». La loro attuale situazione «crea profonde preoccupazioni. Ci sono sempre più ragioni per temere seriamente per il futuro delle comunità cristiane che hanno più di 2mila anni di esistenza in questa regione, dove il cristianesimo ha pieno posto, e ha iniziato la sua lunga storia. Sono ben noti e costruttivi i contributi positivi dei cristiani in diversi Paesi e società del Medio Oriente». «Confidiamo che i governi, tutti i leader civili e religiosi del Medio Oriente, si uniranno a noi – è l’appello – per denunciare questa situazione allarmante e per costruire insieme una cultura di convivenza pacifica». D’altronde, è l’avvertimento, «un futuro senza le diverse comunità in Medio Oriente» comporta «un elevato rischio di nuove forme di violenza, esclusione, e l’assenza di pace e sviluppo».

Quanto è costato lo “sbaglio” degli Usa?

Ha fatto il giro dei media mondiali anche l’intervista rilasciata alla Cbs dal segretario di Stato Usa John Kerry il 15 marzo scorso: con il presidente siriano Bashar al-Assad «alla fine dobbiamo negoziare», ha dichiarato. Peccato che per quel «alla fine» ci siano voluti oltre 200mila morti, milioni di sfollati e la spaventosa distruzione del Paese; e quattro anni di sanguinosissima guerra per ammettere, per la prima volta, che condizione dell’inizio di un percorso di pace non può essere, non poteva essere, l’abbandono del potere da parte di Assad. Sarà necessario «accrescere la pressione [su Assad] per portarlo al tavolo negoziale», ha pure aggiunto, quando al tavolo negoziale delle due fallite Conferenze di Ginevra (30 giugno 2012 e 14 febbraio 2014) per il superamento della guerra civile, Assad non l’hanno voluto né gli Stati Uniti né i componenti della Coalizione siriana antigovernativa: precondizione alle trattative erano le sue dimissioni. C’è voluta la forza militare ed economica del sedicente Califfato dello Stato Islamico, impossessatosi di buona parte del territorio siriano e di quello iracheno, per spingere gli Stati Uniti a chiedere un dialogo con Assad, il quale oltretutto più volte in passato aveva proposto di unire forze e strategie per vincere sull’Is. Ora guardingo, Assad ha risposto: «Dobbiamo aspettare le azioni, poi decideremo».

Secondo il consigliere redazionale della rivista di geopolitica Limes, Dario Fabbri, intervistato da Radio vaticana (16/3), rispetto al 2011 e al 2012 le priorità statunitensi «sono nettamente cambiate»: «Dopo aver sostenuto almeno nelle primissime fasi della rivoluzione siriana l’opposizione in maniera massiccia», «a Washington ci si è resi conto che dall’opposizione poteva nascere per così dire un male ben maggiore rispetto al sanguinario regime di Damasco, oltre a una formazione come quella dello Stato Islamico, che era già nata ampiamente, con il conseguente caos nel Paese».

«Precondizioni stupide e provocatorie»

Sulla disponibilità dell’Amministrazione Usa a trattare con il regime siriano di Bashar al-Assad, l’agenzia Fides (16/3) ha raccolto l’opinione dell’arcivescovo Jacques Behnan Hindo, a capo dell’arcieparchia siro-cattolica di Hassakè-Nisibi, in Siria. È una «opzione che si doveva imboccare già da tempo», ha detto, e a questo punto rappresenta «una scelta obbligata, se davvero si vuole cercare una via d’uscita». Ma «prima di tutto – è la sua lettura non proprio fiduciosa – una proposta concreta di negoziato deve essere posta sul tavolo in tempi brevi. In caso contrario, vorrà dire che si sta prendendo solo tempo, credendo così di favorire l’ulteriore indebolimento dell’esercito siriano, che in realtà sta guadagnando terreno su tutti i vari fronti». Inoltre, a giudizio di mons. Hindo, eventuali trattative potranno partire «solo se si eviterà di porre pre-condizioni stupide e provocatorie all’interlocutore. In questo senso non mi tranquillizzano le voci che prefigurano offensive militari nelle aree di conflitto autorizzate a non tenere in nessun conto i confini tra Stati sovrani. Non mi sembra un modo corretto di iniziare. Chi vuole il bene del popolo siriano e di quello iracheno, non può continuare a approfittare delle crisi per perseguire propri interessi geopolitici. E deve smetterla anche di accreditare l’esistenza di fantomatici “ribelli moderati”. Perché col passare del tempo tutte le fazioni armate contro Assad si sono omologate all’ideologia jihadista».

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