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Papa Francesco a Napoli: inizia una storia tutta da scrivere di G.Sarubbi

Giovanni Sarubbi
www.ildialogo.org

Odio le sale stampa dove si fabbrica l’informazione su un qualsiasi grande evento. Ci si deve accreditare come giornalista per seguire l’evento, poi ti appendono un cartellino al collo che ti identifica come giornalista e ti danno una cartellina con tutti gli interventi che verranno tenuti durante la giornata specificando i termini di utilizzo. Le informazioni, come si dice in gergo giornalistico, sono “sotto embargo”, cioè non possono essere usate, fino a quando quelle relazioni non verranno tenute ufficialmente dai relatori. E’ un modo per aiutare chi deve fare il lavoro giornalistico a riportare le notizie su quell’evento, ma è anche un modo per pilotare l’informazione, per spingere i giornalisti a dire solo quello che i promotori dell’evento vogliono far sapere a chi leggerà la notizia sui giornali o la ascolterà alla TV. E’ un modo che spesso distorce la realtà di ciò che effettivamente accade.

Succede così anche per gli eventi di tipo religioso ed in particolare con quelli riguardanti le visite dei papi o i discorsi da essi tenuti in determinate occasioni. E’ successo così anche con la visita di Papa Francesco a Napoli di ieri 21 marzo che ho potuto seguire come giornalista accreditato.

Sono arrivato a Napoli verso le 7.30 del mattino. Pensavo di trovare una gran folla ma non è stato così. Ho trovato invece una città blindata. Tutte le strade che dal carcere di Poggioreale portano a Pizza Plebiscito erano transennate. Circolavano solo mezzi dei servizi di sicurezza. Nessun mezzo pubblico era attivo. Poche le persone in giro per Piazza Garibaldi di solito affollatissima. Lo stesso dicasi per il Rettifilo di solito caratterizzato da un traffico caotico e da migliaia e migliaia di persone in movimento. Ogni traversa laterale era presidiata da un appartenente ai servizi di sicurezza composti da personale di tutte le forze di polizia esistenti e dai volontari della Diocesi di Napoli. Poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, vigili urbani, volonatri,… tutti impegnati a garantire la sicurezza del Papa. Invece del calore dell’accoglienza il primo impatto è stato il gelo della sicurezza.

Non è la prima volta che ho seguito la visita di un Papa nella nostra regione. L’ho già fatto nel 1999 con Giovanni Paolo II venuto a Salerno ad inaugurare il seminario diocesano a lui dedicato. Una vita fa. Ieri la sala stampa era posizionata a Piazza Bovio, alla fine del Rettifilo, nella sede della Camera di Commercio. Bella struttura, organizzazione professionale, maxi schermo per seguire la diretta televisiva di tutto ciò che avrebbe fatto e detto il Papa nei vari appuntamenti programmati per la sua visita. Chi voleva poteva rimanere li a scrivere i suoi pezzi senza muoversi. E la sala stampa era già piena alle otto di mattina.

Leggendo i comunicati sotto embargo scopro che tutto era stato organizzato nei minimi dettagli, e questo non è certamente una novità. Il Papa e il suo ufficio stampa conoscevano il contenuto di tutti gli interventi delle persone, l’operaio, l’immigrato, il giudice, il sacerdote, che gli avrebbero posto domande durante gli incontri a Scampia, al Carcere di Poggioreale, all’incontro con i sacerdoti della diocesi,… tutto. Ho avuto modo di incontrare un gruppo di preti che si stava recando all’incontro con il Papa nel Duomo di Napoli con i sacerdoti della diocesi. Gli ho chiesto se qualcuno di loro avrebbe avuto l’opportunità di porre una domanda estemporanea al Papa al di fuori delle due domande programmate e già diffuse sotto embargo dalla Sala Stampa Vaticana. La risposta è stata un secco no. Preti, religiosi e religiose, ed il “popolo di Dio” non protagonisti attivi ma semplici spettatori (il “popolo di Dio”) o comparse (la grandissima maggioranza di preti e religiosi/e) di una sorta di liturgia, con testi, domande e risposte già scritte con pochi celebranti che recitano un copione, come gli attori in teatro. Non è la prima volta che mi capita, conosco bene il meccanismo di costruzione del consenso come lo conoscono tutti i giornalisti. Io però ancora non riesco a digerirlo e anzi non lo digerirò mai.

Mi avvio quindi verso Piazza del Plebiscito con la delusione della scoperta che su tale aspetto nulla è cambiato con Papa Francesco. Da Piazza Bovio, sede della sala stampa, a Piazza Plebiscito sono poco meno di due km. É il cuore di Napoli. Si passa davanti alla Questura Centrale, al Maschio Angioino, alla Stazione Marittima, al Comune di Napoli, alla Biblioteca Nazionale, al Teatro San Carlo. La piazza è un quadrilatero con quattro costruzioni per ogni lato. Su un lato c’è il Palazzo Reale e di fronte è situata la basilica di San Francesco di Paola, sugli altri due lati vi sono Palazzo Salerno e la Prefettura. La piazza può contenere al massimo centomila persone. La Curia di Napoli, per sua scelta, ha deciso di limitare la capienza a circa trentacinquemila persone, quattromila con posto a sedere e trentamila in piedi. Per accedere occorreva avere il biglietto distribuito dalla diocesi. Anche qui ha prevalso la “sicurezza del Papa” sulla partecipazione popolare. Il risultato si è visto. Larghi pezzi della piazza erano vuoti, persino nei settori davanti all’altare con i posti a sedere riservati al clero da un lato e agli ammalati dall’altro.

Come sempre faccio in queste occasioni, non mi fermo mai nei settori dedicati alla stampa. Preferisco stare in mezzo alla gente, girare, guardare volti, sentire discorsi, porre domande, capire cosa ha spinto le persone ad essere li, magari incontrare amici o semplici conoscenti. E c’è il gruppo di ragazzi scout che in cerchio canta canzoni in attesa che il papa arrivi da Scampia, ci sono gli operai della associazioni cattoliche che portano i loro labari, gli ammalati che sono li in cerca di speranza e di guarigione, c’è la Schola Cantorum. Trovo una coppia giovane che ha due mazzi di fiori che vuole consegnare uno al Papa e l’altro al cardinale Sepe e che il servizio di sicurezza non gli farà fare. E ci sono in tanti che hanno portato qualcosa da regalare al Papa. C’è un vecchia signora ammalata, in carrozzella, che ha portato un pacco di dolci, come si fa dalle nostre parti quando si va a trovare un amico.

E colpiscono i colori della piazza, il bianco dei chierici che stanno sulla parte sinistra dell’altare posto immediatamente a ridosso della Basilica di San Francesco di Paola, il blu della Schola Cantorum di fianco all’altare. Una cosa è sicuramente azzeccata ed è la parola “Speranza” scritta a caratteri cubitali sulla facciata di Palazzo Reale di fronte all’altare. E’ la parola che si legge in tutti i volti della gente, che si sente nei loro discorsi insieme alle lodi per Papa Francesco verso cui c’è un generale consenso popolare.

Un dato negativo è la ridotta presenza a piazza plebiscito di immigrati, quelli che affollano di solito piazza Garibaldi o il Rettifilo con le loro bancarelle volanti a vendere di tutto. A Piazza Plebiscito la grandissima maggioranza sono italiani. Gli immigrati si notavano vistosamente fra i preti vestiti di bianco, soprattutto africani, un segno della “crisi vocazionale” che caratterizza tutta la chiesa.

Ma perché metterli in un settore separato dal resto del “popolo di Dio”? Per segnalare il loro essere diversi, separati (ai tempi di Gesù li avrebbero chiamati “farisei”), corpo a se stante e superiore al resto della comunità? E sotto il colonnato della Basilica c’erano i diaconi che avrebbero poi distribuito l’eucarestia in piazza, ognuno con la propria pisside, il proprio contenitore per le ostie, ben stretto fra le mani.

Mi sono diretto quasi spinto da una voce verso la Basilica. Ho notato un via vai che non era indicato in nessuna delle informazioni che era stato distribuito in sala stampa. Erano vescovi che entravano nella basilica ma anche persone vestite in tutt’altro modo. Riconosco l’abito di un pope ortodosso, vedo la divisa di un appartenente all’esercito della Salvezza, una congregazione protestante, riconosco il classico copricapo dei musulmani e degli ebrei. Vedo volti noti. Li nella basilica Bergoglio incontrerà quasi tutti i vescovi della Campania, ne manca qualcuno, e i rappresentanti delle altre chiese cristiane e delle altre religioni. Entro in chiesa, nessuno mi ferma nonostante avessi il cartellino stampa appeso al collo ed era bene visibile che io non fossi tra gli invitati. Saluto con un caloroso abbraccio gli imam di Napoli che conosco bene e qualche altro rappresentante di chiese protestanti, ci sono i valdesi, i battisti, l’esercito della Salvezza. Erano quasi le undici. Sentiamo annunciare l’arrivo del Papa. Si sente lo scrosciare degli applausi e le parole di saluto dello speaker. Dopo pochi minuti vediamo il Papa e il Cardinale Sepe entrare nella basilica. Non avrei mai creduto, arrivando a Napoli, di poter incontrare così da vicino direttamente il Papa. Ero il solo giornalista presente e stavo insieme ai fratelli musulmani con i quali da oramai quindici anni conduco un percorso di dialogo interreligioso fra mille difficoltà ma anche tanta speranza e iniziative positive.

Il papa saluta ad uno ad uno prima tutti i vescovi campani schierati lungo un lato della chiesa, le altre chiese e religioni non cristiani schierate anch’esse di fronte ai vescovi. Per ognuno il Papa ha una parola di ringraziamento. Fa gli auguri ad un vescovo emerito di 92 anni. Il Cardinale Sepe li presenta ad uno ad uno. Fa lo stesso con i rappresentanti delle altre chiese. Di ognuno conosce i nomi, la loro storia e i loro incarichi. Il Papa giunge agli imam della città. Li saluta e li ringrazia calorosamente. Io sono subito dietro di loro. Vedo la faccia di Sepe che dice “e questo chi è, da dove sbuca, come è arrivato qui?”. Stringo la mano al Papa che me la da senza problemi e chi dico: «Santità c’è bisogno di un’altra giornata di preghiera mondiale per la pace come quella fatta un anno fa». Mi sorride, annuisce e fa si con la testa. Passa oltre e saluta le altre persone. Rimango con il suo sguardo sorridente negli occhi e la sensazione di pace e serenità della sua stretta di mano forte e amichevole. E’ sicuramente un uomo che ha le idee chiare e che non si sente superiore agli altri con i quali, anche con una semplice stretta di mano, riesce a stabilire un rapporto alla pari, da essere umano ad essere umano. E’ una sensazione bellissima. Io e gli Imam di Napoli ci siamo poi abbracciati e abbiamo gioito dell’incontro. Un incontro unico, che conserverò nel cuore per sempre.

Incomincia la messa. Le cose non vanno per il verso giusto. L’amplificazione è pessima. Più della metà della piazza non sente nulla di quanto si dice sull’altare. L’omelia del Papa non si riesce a capire tutta. Rispetto al testo diffuso dalla Sala Stampa, quello sotto embargo, ci sono delle significative novità. Il Papa parla contro coloro che “sfruttano e corrompono i giovani e i poveri”. Parla della delinquenza e della corruzione, del pericolo della droga per i giovani, invita i cristiani ad impegnarsi affinché non venga sfigurato “il volto di questa bella città”. Scoprirò poi che sono stati i temi del suo discorso a Scampia. Comincio a rendermi conto che i testi dei discorsi di Papa Francesco diffusi in Sala Stampa non sono neppure una scaletta di ciò che poi egli dice a braccio. Lo si vede da come tratta i fogli che gli vengono consegnati quando inizia un discorso. Legge la prima frase, poi guarda le persone e comincia a dire altro, aggiunge concetti inesistenti sul “testo originale” fornito dalla sala stampa che ci fa una magra figura. Forse è meglio non tenere in alcuna considerazione ciò che è scritto e porre attenzione a ciò che il Papa dice. Precisi, invece, i discorsi del Cardinale Sepe, virgole comprese, così come i discorsi delle persone chiamate a porre domande al Papa. Certo nelle loro voci si sente emozione e perciò per loro il testo scritto diventa vincolante. Non tutti sanno parlare a braccio, soprattutto di fronte ad una delle persone più in vista e più importante del mondo sia sul piano spirituale che politico, essendo egli anche un capo di Stato.

Ho la conferma della inutilità dei testi della Sala Stampa quando ho, a sera, la possibilità di visionare il filmato del discorso del Papa a Scampia. Ho in mano il testo. La prima aggiunta c’è immediatamente dopo i ringraziamenti al Cardinale Sepe per l’invito. Francesco aggiunge, ridendo, che Sepe lo ha addirittura “minacciato” per convincerlo a venire a Napoli. Un modo per sottolineare le differenze di vedute tra lui ed il cardinale di cui nei mesi scorsi si è spesso parlato. Leggendo il testo scopro che per la sala stampa la persona immigrata che ha posto la prima domanda era un maschio mentre invece era una femmina. Scrivono ma non sanno quello che scrivono. Le parole di Francesco sull’immigrazione sono dure e precise. Il testo scritto ha una matrice “teologica”, con Gesù aspirina per tutti i mali del mondo. Quello che dice Bergoglio a voce, parla di noi esseri umani tutti migranti. Dice che non c’è bisogno che egli rassicuri i migranti sul fatto che essi sono tutti figli di Dio. Altrettanto dure, senza contorcimenti “teologici”, le parole del Papa sul tema del lavoro. Ripete il tema delle persone scartate, dice parole di fuoco contro coloro che si dicono cristiani ma che poi sfruttano il lavoro. Gli dice chiaro e tondo che essi non sono cristiani e che sono bugiardi quando si dichiarano tali. Fa gli esempi concreti dello sfruttamento, sugli orari di lavoro lunghi, senza diritti, senza contributi per la pensione.

Parla di “lotta” per la dignità delle persone. Sembra di sentire il discorso di un sindacalista di altri tempi. Quando mai un papa ha parlato di “lotta” alla disoccupazione. Niente “teologia” ma vita vissuta, diritti umani elementari, il lavoro, la dignità delle persone, il rifiuto di essere scartati in nome di una economica che uccide, invece che “aspirine teologiche” consolatorie che, in definitiva, sono sempre servite a giustificare l’oppressione e a sostenere gli oppressori. Bergoglio sceglie da che parte stare in modo preciso, dalla parte dei poveri contro i ricchi, contro coloro che li sfruttano dichiarandoli non cristiani. È una vera rivoluzione per una chiesa nata come “religione dell’impero romano” che per per alcuni millenni ha rappresentato un potere materiale ed un potere spirituale oppressivo. La delusione iniziale della prima mattinata svanisce.

Ciò che è poi successo al Duomo, con il “miracolo di san Gennaro” realizzato in diretta TV dopo il bacio dell’ampolla che lo contiene da parte di Bergolio, ha reso evidente la situazione che Bergoglio vive all’interno del Vaticano e del clero in generale. La chiesa che si nutre di miracoli, delle cosiddette “devozioni popolari”, del culto dei santi, con tutto ciò che di simoniaco esiste a suo contorno, ha utilizzato la visita del Papa per ribadire il suo potere, per dire non ti illudere che noi si possa desistere e cambiare, esprimi pure il tuo umanesimo evangelico ma non ti dimenticare che senza di noi tu non sei nessuno.

Ho letto la venerazione a San Gennaro da parte di Francesco, con corollario di “miracolo”, come una sorta di compromesso con questa chiesa devozionale che papa Francesco vive come un peso o quantomeno come un fatto marginale ma ancora presente soprattutto a Napoli e in tutto il Sud Italia. Una chiesa devozionale tutta incentrata sui chierici, separati dal popolo ma che il popolo accetta come dispensatori di grazie. Un corpo separato che si è potuto toccare con mano quando le porte del duomo sono state chiuse, davanti ai fedeli li assembrati ad aspettare il Papa, quando egli è entrato in chiesa. Come dire noi dentro ad assistere al miracolo, voi fuori ad attenderlo. Come ai tempi del Tempio di Gerusalemme, con la casta dei sacerdoti che imponeva fardelli su fardelli al popolo e non ne voleva nessuno per se.

Ed in effetti una parte consistente del “popolo napoletano” aspettava “il miracolo”. C’era chi lungo via Duomo quando il Papa è entrato nel luogo simbolo del culto a San Gennaro, la “faccia ‘ngialluta” dei napoletani, era disposto a scommettere che sarebbe accaduto “il miracolo”. Ho assistito ad una intervista ad una di queste fedeli, molto infervorata, realizzata da una troupe televisiva francese, di “France 2”. Questa fedele di San Gennaro aspettava “il miracolo” come segno della fine del “regno di Satana” nel quale stiamo vivendo e dell’inizio di una nuova umanità e della “fine della guerra”. Un segno, quello del miracolo, che avrebbe portato un beneficio immenso a tutta l’umanità. Speranza in una nuova umanità e “fine della guerra” che ho ascoltato ripetere da molte persone. Francesco, da quello che ho visto e sentito a Napoli, mi sembra l’unica persona del clero cattolico che è in grado di capire e di interpretare questo sentimento diffuso non solo qui a Napoli.

Quella parte del clero che si limita ad esortazioni folkloristiche e devozionali come “a Maronna T’accumpagna”, ripetuta ossessivamente dal cardinale Sepe, ha dimostrato a Napoli di non essere in grado neppure di organizzare, senza intoppi, un grande evento mediatico, non essendo in grado di suscitare e organizzare quel vasto consenso popolare di cui Papa Francesco sicuramente gode: i microfoni non hanno funzionato, larghi settori della piazza Plebiscito erano vuoti, città blindata e un po’ di folla solo nei luoghi di sosta del papa. La preoccupazione, pur legittima, della sicurezza ha penalizzato fortemente l’incontro del Papa con Napoli. Può bastare “il miracolo” a risolvere i problemi di una chiesa che ha dimostrato di essere, proprio con “il miracolo”, molto legata al piano devozionale e sacrale piuttosto che a quello umano, che è poi quello autenticamente evangelico, di cui papa Francesco è un sicuro interprete? È la chiesa devozionale quella su cui puntare nel nostro sud e nella chiesa in generale?

Crediamo di no e sappiamo bene che la frase “a Maronna T’accumpagna”, che anche Francesco ha ripetuto al termine dei suoi discorsi, non era altro che una forma di compromesso, un modo che lui forse ha usato per sottolineare la sua distanza da una chiesa devozionista, consolatoria e succube dei poteri che opprimono gli uomini e le donne del nostro tempo e ancora troppo piena di simonia. Un peccato grave, la simonia, che ancora non viene denunciato abbastanza e che proprio nell’ultima settimana e ritornato al disonore della cronaca propria ad Avellino, con un parroco denunciato per aver preteso ben 100 euro per la celebrazione di un funerale.

Infine una nota di colore. Svariate centinaia di persone, soprattutto giovani, vendevano bandierine, adesivi, calamite, fotografie di tutte le dimensioni di papa Francesco. Ho trovato persino un ragazzo che vendeva le statuine di Bergoglio. Tutto fatto in proprio, mi hanno assicurato molti di quei giovani, senza nessun rapporto con la curia che per la visita del Papa ha richiesto e ottenuto le sue sponsorizzazioni. Avrà verificato, la curia, che chi ha sponsorizzato l’evento fosse in linea con le parole del Papa? La domanda è lecita sia dopo aver ascoltato il Papa e la sua distanza da una visione devozionistica della fede, sia conoscendo la realtà di feroce sfruttamento che esiste nella regione Campania e con cui la chiesa cattolica non ha ancora fatto i conti. Cosa sceglierà la chiesa campana dopo aver ascoltato Papa Francesco? Questa è una storia tutta da scrivere.

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