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Il cristianesimo antifascista di Dietrich Bonhoeffer di P.Ciaccio

Peter Ciaccio
www.riforma.it

Ci sono stati dei momenti nella storia cristiana dell’Europa che sono stati tramandati e che sono tuttora vissuti come cruciali punti di svolta. Momenti che hanno determinato la prosecuzione delle vicende del cristianesimo nel nostro continente. Alcuni di questi momenti sono mitologici, altri sono storicamente discutibili, ma nel complesso sono eventi entrati a far parte del mito, delle storie da tramandare. Dal sogno di Costantino — «In hoc signo vinces» — a papa Leone Magno che ferma Attila, il “Flagello di Dio”, fino alle battaglie di Poitiers del 732, di Lepanto del 1571, di Vienna del 1683, che hanno fermato l’avanzata delle potenze islamiche in Europa. Alcune di queste vicende sono diventate parte della retorica dei neofascisti che, senza alcun ritegno, si definiscono cristiani.

Con buona pace dei nostalgici di “quando c’era lui”, antifascista è stato il punto di svolta del XX secolo, antifascista la battaglia che ha permesso al cristianesimo di sopravvivere nel continente. Questo punto di svolta ha un nome e un cognome: Dietrich Bonhoeffer.

Se oggi in Europa possiamo dirci ancora cristiani senza vergognarci è grazie a un giovane pastore luterano che sul momento capì tutto. Mentre milioni di cristiani nell’Europa fascista aderiva alla dittatura, poche migliaia compresero che il fascismo non era solo un’idea politica, ma un’operazione criminale. Tra questi pochi, Bonhoeffer.

La lucidità del pastore nel comprendere il significato profondo di ciò che gli accadeva intorno lo eleva ancora oggi, a 70 anni dal martirio, a profeta. Bonhoeffer riuscì a parlare in nome di Dio, in un momento in cui la sovranità di Dio era messa in discussione dall’empietà nazista.

La particolarità del punto di svolta nella storia cristiana dell’Europa incarnato da Bonhoeffer sta nella sua sconfitta. Costantino, Poitiers, Lepanto: la vittoria degli eserciti “cristiani” era — ed è ancora — vista da molti come segno della divina provvidenza. Bonhoeffer invece perde, la sua fu una vita da perdente: non riuscì a convincere i colleghi pastori e teologi evangelici in Germania dell’errore nazista; grande teologo, perse la cattedra a Berlino per guidare un piccolo seminario clandestino a Finkewalde; fu un grande visionario ecumenico, ma molti amici internazionali diffidarono di lui, considerandolo un personaggio ambiguo; l’attentato a Hitler che, insieme ad altri, aveva organizzato, fallì; muore a poche settimane dalla resa della Germania.

Dove fu la vittoria, quel segno vincente che fu la croce per Costantino? Fu proprio lì, nella sua sconfitta e nella sua morte. «Merita di essere chiamato teologo chi comprende le cose visibili e manifeste di Dio, guardando alla sofferenza e alla croce», diceva Martin Lutero. Dietrich Bonhoeffer, profeta inascoltato dai suoi compatrioti e contemporanei, ha vissuto per testimoniare la fede cristiana, affidandosi totalmente alla grazia di Dio. «La legge dice: “Fai”, e non è mai fatto; la grazia dice: “Credi”, e tutto è già fatto», diceva ancora Lutero.

Affidandosi alla grazia, Bonhoeffer ha permesso che la buona notizia di Cristo continuasse ad essere annunciata in Europa. Pochi altri sono stati all’altezza della testimonianza cristiana di Bonhoeffer nella sua buia epoca, ma il pastore luterano tedesco ci ha lasciato degli scritti importanti, che ammoniscono ancora oggi le chiese ad essere diverse da quel che sono.

Noi oggi possiamo continuare a dirci cristiani in Europa. Ringraziamo Bonhoeffer e lo Spirito di Dio che lo ha animato. Cerchiamo però di essere all’altezza del suo esempio. Esempio che lo portò al martirio.

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Ricordiamolo tutto l’anno, e oggi pensiamo a quelli che morirono con lui

Alberto Corsani

Che cosa ricordare di Dietrich Bonhoeffer che non sia già stato detto? È praticamente impossibile. Che cosa ricordare, oggi, anniversario della sua uccisione? Io direi, molto semplicemente che oggi ricordiamo gli altri che furono impiccati con lui: Wilhelm Canaris, Hans Oster: coloro che presero parte alla stessa congiura contro Hitler nella quale era stato coinvolto il teologo e pastore luterano. Lo stesso giorno, non a Flossenbürg bensì a Sachsenhausen, veniva ucciso Hans von Dohnanyi, anch’egli congiurato.

In questo giorno, dunque, ricordiamoci di loro, e durante tutto l’anno ricordiamoci di Bonhoeffer, come, in verità, le Chiese e i singoli e le singole credenti stanno facendo da molti anni. Ormai in tanti lo celebrano (anche oggi si possono scorrere due articoli su importanti quotidiani), e a volte se ne parla non centrando il tiro, anzi equivocando e portando Bonhoeffer a icona delle nostre visioni del mondo e della Chiesa. La sua avversione nei confronti di un cristianesimo paludato e sterile non credo possa autorizzarci a vedere il trascendente in noi stessi.

Bonhoeffer arrivò agli ultimi giorni precedenti la propria esecuzione leggendo la Bibbia, scrivendo lettere e pregando. Le condizioni in un certo senso glielo imponevano: mente speculativa e filosofica, oltre che pastore di anime e grande professore e formatore di studenti in teologia, poteva vivere la reclusione nella lettura e nell’esercizio del pensiero. E ha tradotto in lettere all’amico Bethge il proprio dialogo con il suo Dio. Ma non dimentichiamo che il dialogo con Dio Bonhoeffer l’aveva conosciuto e praticato sempre, traendo proprio da quella irrinunciabile fonte l’ispirazione per scrivere, per insegnare, per additare agli aspiranti pastori la bellezza della «vita comune» ma anche il rischio di commisurare la sequela di Cristo agli ideali nostri.

«Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse». Bonhoeffer lo scrive in una delle ultime lettere, ma osiamo pensare che questo sia stato sempre il suo pensiero.

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Il protestantesimo nominale è finito

Fulvio Ferrario
Fonte Nev-notizie evangeliche, 14/2015

Settant’anni fa, il 9 aprile 1945, veniva assassinato, nel campo di concentramento di Flossenbürg, Dietrich Bonhoeffer. Egli è divenuto, nel frattempo, non solo un simbolo, ma addirittura un mito. Le ragioni sono numerose.

Anzitutto, l’intreccio tra il suo pensiero e la sua biografia, suggellati dal martirio, ne hanno fatto per le chiese l’occasione o anche (per usare una parola non bella, ma pertinente) lo strumento per recuperare credibilità dopo i compromessi e i silenzi che hanno caratterizzato l’epoca dei fascismi. La prosa incisiva di Bonhoeffer accompagna un coraggio personale non comune, frutto della ferrea disciplina spirituale, in parte ereditata dal contesto familiare, in parte coltivata mediante una severa spiritualità, fatta di lettura biblica e preghiere quotidiane, ascesi «laica», ma molto pronunciata, controllo sui propri sentimenti. È persino troppo facile trovare nei suoi scritti, o negli episodi della sua vita, la citazione folgorante per concludere un sermone, l’intuizione suggestiva che mette in moto il pensiero, la parola che commuove. Bonhoeffer è il cristiano che molti vorrebbero essere, l’uomo di chiesa che non teme di sporcarsi le mani con la politica, il pacifista che non si rende schiavo nemmeno dei propri ideali, e prepara un attentato dinamitardo contro Hitler.

Non vorrei criticare superficialmente la mitizzazione di Bonhoeffer, è anche più che dubbio che io abbia, personalmente, le carte in regola per farlo. Anche i miti hanno la loro funzione, nella chiesa e nella società. Non ha torto, però, Alberto Gallas, il maggiore studioso italiano del teologo, cattolico, prematuramente scomparso, quando pone, come epigrafe della sua importante monografia, un passo di Rilke: «…come sono andati a recuperarti nella tua gloria! Appena ieri erano contro di te, fino in fondo, e ora ti frequentano come un loro pari. E portano in giro con sé le tue parole nelle gabbie della loro presunzione e le mostrano nelle piazze e le eccitano un po’, standosene al sicuro».

In effetti, è facile, oggi, celebrare Bonhoeffer, che ha visto la centralità della «questione ebraica» quando nemmeno Karl Barth, come egli stesso ha riconosciuto, l’aveva fatto; o che ha scritto parole sull’idea di responsabilità che sono fondamentali anche per chi non conosce il suo nome; che è andato incontro alla morte affermando: «È la fine. Per me è l’inizio della vita». Meno facile è leggere la critica bonhoefferiana nei confronti di un protestantesimo esangue, che utilizza le parole di Lutero sulla salvezza per grazia al fine di sottrarsi all’obbedienza quotidiana ai comandamenti; che straparla di «libertà evangelica» senza sapere che essa nasce dalla disciplina; che celebra la centralità della Bibbia senza una pratica quotidiana di lettura e di meditazione. Una delle costanti nell’opera bonhoefferiana, peraltro ricca di svolte e innovazioni, è la consapevolezza che un cristianesimo, e in particolare un protestantesimo, fatto di consuetudini e di acquisizioni culturali, anche sacrosante, non ha futuro, e nemmeno presente.

Bonhoeffer aveva capito benissimo già negli anni Trenta quello che ad alcuni non è chiaro nemmeno ora, cioè che l’epoca di un protestantesimo nominale, che può permettersi di vivere, o almeno vivacchiare, contando sulla propria grande eredità (che ora, appunto, include Bonhoeffer stesso!) è finita per sempre. Già dal punto di vista sociologico, una minoranza può vivere solo investendo nella propria testimonianza un alto tasso di motivazione. Dal punto di vista spirituale, poi, la situazione minoritaria costituisce un’occasione: la scarsa rilevanza (o, per quanto riguarda noi, evangelici italiani: l’assoluta irrilevanza) sociologica della chiesa sottolinea che solo la parola della quale essa è, indegnamente, portatrice è rilevante. Ben venga, dunque, anche il mito di Bonhoeffer, se esso contribuisce a ricordarci quel che conta.

La nostra testimonianza, oggi, non richiede il sangue: «solo» il tempo per andare al culto, per leggere la Bibbia e per pregare ogni giorno; «solo» i quattrini di una contribuzione che non voglia essere vergognosa (come diceva, un po’ rudemente, ma non senza efficacia, un mio amico: «Gesù Cristo non può valere meno di un cappuccino al giorno»); «solo» la concentrazione spirituale per provare, fallendo, ma ricominciando ogni giorno, ad essere qualcosa come degli aspiranti cristiani. Chi tenta di farlo può, forse, permettersi di emozionarsi per le grandi parole di Bonhoeffer, che non fanno altro che echeggiare quelle della Bibbia. Troppo grandi e troppo alte per noi, forse (cfr. Salmo 131): ma se Dio ce le ha rivolte, siamo autorizzati, «nell’insanabil nostra debolezza», ad accoglierle.

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