Home Chiese e Religioni Indici di sgradimento. L’ambasciatore e il cardinale di S.Magister

Indici di sgradimento. L’ambasciatore e il cardinale di S.Magister

Sandro Magister
chiesa.espresso.repubblica.it

“L’arrivo sulla sede di Pietro di un teologo come Benedetto XVI è senza dubbio un’eccezione. Giovanni XXIII non era un teologo di professione. Papa Francesco è anche più pastorale e la congregazione per la dottrina della fede ha una missione di strutturazione teologica di un pontificato”. Queste parole del cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, in un’intervista al quotidiano francese “La Croix” del 29 marzo, hanno suscitato nervose reazioni nel campo degli ultrabergogliani.

Lo storico Alberto Melloni ha liquidato la volontà del cardinale di “strutturare teologicamente” il pontificato di Francesco come “un comico slancio di paternalismo eversivo”. Mentre il vaticanista Andrea Tornielli l’ha denunciata come un abuso di ruolo, eccedente i compiti della congregazione, oltre che offensivo nei confronti dell’attuale pontificato, giudicato di non sufficiente “struttura” e statura teologica. Ma che effettivamente alcune affermazioni – e tra le più celebri – fatte da papa Francesco soffrano di scarsa chiarezza è sotto gli occhi di tutti.

Due di queste sono tornate di recente al centro delle polemiche.

La prima è il famoso interrogativo “Chi sono io per giudicare?” applicato in origine all’omosessuale “in cerca del Signore e con buona volontà”. Francesco lanciò questo interrogativo nella conferenza stampa del 28 luglio 2013 sull’aereo di ritorno a Roma da Rio de Janeiro. Lo ripeté nell’ampia intervista di poche settimane dopo a “La Civiltà Cattolica”, aggiungendo che “l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile”. Senza mai chiarire in che senso l’interrogativo si rapporti da un lato al detto evangelico “Non giudicate e non sarete giudicati” ma dall’altro anche al potere di “legare e sciogliere” dato da Gesù a Pietro.

Sta di fatto che l’ambiguità della frase ha contribuito enormemente alla fortuna mediatica di papa Francesco. Salvo poi rivoltarglisi contro, come sta accadendo in questi giorni a motivo del mancato gradimento vaticano al nuovo ambasciatore presso la Santa Sede designato dal governo francese. Già nel 2007 la Santa Sede aveva negato il gradimento a un altro ambasciatore proposto da Parigi, Jean-Loup Kuhn-Delforge, perché omosessuale dichiarato e convivente con un compagno, in forma giuridicamente riconosciuta. È prassi costante della Santa Sede, infatti, il rifiuto delle credenziali diplomatiche a chi si trovi in condizioni di “irregolarità” matrimoniale rispetto ai canoni cattolici.

Ma Laurent Stefanini (nella foto), il personaggio ora in questione, non rientrerebbe di per sé in questa situazione irregolare. È cattolico praticante, cresimato in età adulta, celibe, omosessuale ma senza milizie ideologiche. È già stato tra il 2001 e il 2005 consigliere dell’ambasciata francese presso la Santa Sede, venendone da questa apprezzato visto che al termine del suo servizio fu insignito dell’ordine di San Gregorio. La sua attuale candidatura ad ambasciatore è stata caldeggiata dall’arcivescovo di Parigi, il cardinale André Vingt-Trois, pur molto impegnato nel contrastare l’ideologia “gender”, ed è stata difesa da Ludovine de la Rochère, presidente del movimento pro-famiglia “Manif pour tous”.

Designato dal governo francese il 5 gennaio, Stefanini ha ricevuto un mese dopo, dal nunzio apostolico a Parigi, l’arcivescovo Luigi Ventura, la richiesta di rinunciare, a motivo del suo orientamento omosessuale. Ma né Stefanini né il governo di Parigi si sono piegati. E ai primi di aprile il caso è esploso sui media. Il Vaticano ha evitato di commentare. Ma questo rifiuto delle credenziali appare in clamorosa contraddizione non solo con quel “Chi sono io per giudicare?” che è diventato il marchio identificativo del pontificato di Jorge Mario Bergoglio, ma anche e soprattutto col numero senza precedenti di ecclesiastici omosessuali promossi in curia nell’ultimo biennio a posti di rilievo e a contatto ravvicinato col papa. Nei confronti di questi ecclesiastici, compreso quel monsignor Battista Ricca dal passato costellato di scandali, direttore della Casa di Santa Marta e “prelato” dello IOR, non è mai scattato alcun veto. Anzi, è accaduto l’opposto.

La seconda affermazione di papa Francesco che è tornata ad essere oggetto di discussione ha maggior peso della precedente. Non è parte, infatti, di un’intervista improvvisata, ma dell’esortazione “Evangelii gaudium”, il documento programmatico di questo pontificato. Eccola: “Il Concilio Vaticano II ha affermato che le conferenze episcopali possono ‘portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente’. Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale”.

Il punto critico della frase è nell’ultima riga. Perché in effetti, che alle conferenze episcopali sia riconosciuta una “autorità dottrinale” è una affermazione che brilla per la sua assenza di chiarezza. La conferma di ciò è in una conferenza che il cardinale Müller ha tenuto in Ungheria, ad Esztergom, il 13 gennaio 2015, a rappresentanti degli episcopati d’Europa, conferenza successivamente inclusa nella documentazione on line della congregazione per la dottrina della fede. Nella terza e ultima parte della conferenza, Müller dice appunto di voler “tematizzare”, “approfondire”, “precisare”, “esplicitare” il passaggio citato di papa Francesco, affinché esso sia “compreso correttamente”.

Un compito statutario della congregazione per la dottrina della fede è proprio quello di esaminare prima della loro pubblicazione tutti i documenti vaticani, “in quanto essi riguardino la dottrina circa la fede e i costumi”. Anche i documenti del papa passano al suo vaglio preventivo. Con Giovanni Paolo II, in particolare, l’intesa tra lui e il suo maestro di dottrina, il cardinale Joseph Ratzinger, era perfetta. E ogni documento pontificio usciva “strutturato teologicamente” in forma impeccabile. Papa Francesco procede invece in maniera più solitaria. La “Evangelii gaudium” è sì passata anch’essa all’esame preventivo della congregazione presieduta da Müller, che l’ha corredata di numerose osservazioni. Ma è stata infine resa pubblica praticamente senza alcun ritocco.

Una conseguenza della frase oscura sopra citata è stata quella di incoraggiare i sentimenti autonomisti e anti-romani di talune conferenze episcopali, come ha testimoniato una recente affermazione del cardinale tedesco Reinhard Marx che ha avuto grande eco sui media: “Noi non siamo una filiale di Roma. Ogni conferenza episcopale è responsabile per la pastorale all’interno della propria sfera. Non possiamo aspettare fino a quando un sinodo ci dirà come dobbiamo comportarci qui [in Germania] sul matrimonio e la pastorale familiare”. Un’altra conseguenza, più generale, è che il cardinale Müller si vede costretto a intervenire sui documenti di papa Francesco dopo la loro pubblicazione, con commenti pubblici intesi a fare chiarezza sui punti rimasti oscuri e a conferire ad essi, appunto, una “strutturazione teologica”.

Papa Karol Wojtyla aveva il suo Ratzinger, per la stesura e il controllo dei suoi testi. Ma papa Bergoglio a un Müller preferisce un Víctor Manuel Fernández, rettore della Pontificia Universidad Católica Argentina e suo fidato ghostwriter sia per la “Evangelii gaudium” sia per l’imminente enciclica sull’ecologia. La nomina di Fernández a rettore fu tenacemente contrastata, all’epoca, dall’allora segretario della congregazione per l’educazione cattolica Jean-Louis Bruguès, anche a motivo dell’incerta produzione teologica del candidato, tra i cui titoli figura un “Sáname con tu boca. El arte de besar”, edito a Buenos Aires da Lumen nel 1995. Ma Fernández la spuntò. E divenuto papa, Bergoglio l’ha fatto anche arcivescovo. Mentre ha negato il cardinalato a Bruguès, nonostante la porpora sia da sempre associata alla sua carica attuale, quella di Bibliotecario di Santa Romana Chiesa.

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