Home Chiese e Religioni Il teologo Aloysius Pieris contro il card. Müller: chi controlla il controllore? di L.Eugenio

Il teologo Aloysius Pieris contro il card. Müller: chi controlla il controllore? di L.Eugenio

Ludovica Eugenio
Adista Notizie n. 18 del 16/05/2015

«Strutturare teologicamente il pontificato di Francesco», come ha proposto di recente il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede card. Gerhard Ludwig Müller (v. Adista Notizie n. 17/15), avocando al proprio dicastero questo compito? Ma nemmeno per sogno, scrive il teologo gesuita della Liberazione asiatica p. Aloysius Pieris in una lettera inviata ad Adista. Pieris, indologo e teologo, visiting professor presso diverse Facoltà cattoliche e no, fondatore e direttore del Tulana Research Center nello Sri Lanka ed autore di 16 saggi, molti dei quali tradotti in Occidente, è sempre stato guardato con sospetto da Roma, analogamente ad altri suoi colleghi asiatici che hanno lavorato sul pluralismo religioso e sulla decolonizzazione del cattolicesimo, nel rispetto della diversità e della pluralità di esperienze religiose, come il gesuita p. Michael Amaladoss, attualmente sotto investigazione vaticana (v. Adista Notizie n. 19/14) e p. Tissa Balasuriya.

Non solo non è compito della Cdf vegliare sull’impianto teologico di papa Francesco, che è un impianto solido, sostiene Pieris nella sua lettera, ma anzi, lo stesso dicastero dovrebbe imparare a ascoltare il papa argentino e i credenti dell’emisfero Sud del mondo, «dove la fede è ancora viva». E se «le Chiese dell’Asia hanno un barlume di speranza oggi, è grazie a papa Francesco, che vibra insieme al popolo di Dio».

Di seguito, in una nostra traduzione dall’inglese, la lettera di p. Pieris.

Secondo quanto riportato da Vatican Insider il 21 aprile 2015, il card. Gerhard Ludwig Müller ha rilasciato un’intervista al quotidiano La Croix affermando che sarebbe suo compito, in quanto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf), «strutturare teologicamente» il pontificato di papa Francesco, il quale (secondo il card. Müller) non è un teologo. La stessa fonte ha anche pubblicato una risposta critica alla singolare dichiarazione di Müller del teologo domenicano Benoit-Dominique de La Sejoule.

Voglio prendermi la stessa libertà e audacia con cui il card. Müller ha reso pubblica la sua opinione negativa sull’attuale papa pubblicando una critica alla dichiarazione del card. Müller. Una critica, tuttavia, che non sminuisce il mio rispetto nei suoi confronti per la collaborazione con Gustavo Gutiérrez nella presentazione di una versione autentica della Teologia della Liberazione.

Sono certo che il prefetto della Cdf sa che papa Francesco è un religioso della Compagnia di Gesù che ha professato i voti solenni, e nessun gesuita è ammesso a tali voti (che implicano voti e responsabilità supplementari) se non ha completato una perfetta e rigorosa formazione filosofica e teologica. D’altra parte, la posizione del card. Müller suscita una domanda imbarazzante: se la Cdf avesse il compito di tenere sotto controllo e strutturare teologicamente il pontificato di Francesco, chi terrebbe sotto controllo la strutturazione teologica della Cdf?

Il Concilio di Gerusalemme, di cui parlano gli Atti degli Apostoli, dà una lezione importante alla Chiesa. In quell’assemblea apostolica, coloro che erano riconosciuti come i capi della Chiesa (Giacomo, Pietro) erano tanto umili da lasciarsi educare dalla Chiesa della periferia (Paolo e Barnaba) e ciò consentì ai vertici della Chiesa di guardare alla missione in una prospettiva nuova e più ampia. Ciò produsse, nel mondo civilizzato allora conosciuto, frutti missionari di grandissima rilevanza. Coloro che si trovano al centro della Chiesa sono disposti a riconoscere che un papa della periferia apporti una freschezza evangelica all’Occidente in cui, come affermato dal papa stesso, il cristianesimo è stanco e invecchiato? Abbiamo, infatti, per la prima volta, un papa del Sud che mette in pratica le cose semplici ma difficili praticate da Gesù, infuriandosi contro i “Dottori della Legge” e contro gli ipocriti del nostro tempo. Seguendo Gesù, che ha continuato la tradizione profetica di esigere la giustizia a fronte della formulazione di dottrine, papa Francesco ha risvegliato in modo inedito un cristianesimo finora addormentato. Ex fructibus cognoscetis. Dai frutti li riconoscerete. Quali frutti missionari ha prodotto la presunta eccellenza accademica teologica?

Nell’antichità, i doctores (in latino coloro che insegnavano il contenuto della fede cristiana) erano anche professores (coloro che professavano la loro fede mettendo in pratica ciò che insegnavano). Molti dei Padri della Chiesa meritarono entrambi i titoli, pur non avendoli mai rivendicati. Oggi un “professore-dottore in Teologia” (con le dovute eccezioni) è un accademico dotato di una qualifica accademica rilasciata da una istituzione accademica. Un dottorato in teologia non ne fa automaticamente un cristiano o una cristiana che testimonia ciò che insegna. Questo papa, invece, è il più efficace “Professore-Dottore” o “insegnante praticante” del Vangelo nella Chiesa contemporanea! Questo pontificato ha già avviato un processo di evangelizzazione a livello mondiale, che i professori e i docenti accademici di teologia non hanno mai tentato e, a fortiori, nemmeno realizzato. Ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno nella guida della Chiesa non è una strutturazione teologica, ma una testimonianza evangelica e “quella sensibilità pastorale unica” che l’arcivescovo Claudio Celli (del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali) ha apprezzato negli insegnamenti del papa.

Infine, chiediamo alla Cdf e ad altri dicasteri di ascoltare non solo il papa argentino, ma i credenti dell’emisfero Sud del mondo, dove la fede è ancora viva. Per quanto riguarda le nostre Chiese asiatiche, abbiamo ricevuto in passato 12 documenti dallo stesso dicastero e in tutti i casi si trattava di “segnali di avvertimento” inviati senza ascoltare o studiare il nostro pensiero orientato alla prassi, nato dalla nostra testimonianza collettiva di Gesù (“Dio è salvezza”) nel contesto della profonda religiosità e della povertà estrema del nostro popolo.

Vorremmo poter raccontare la nostra storia alla Cdf senza essere interrotti o messi a tacere in anticipo. Se le Chiese dell’Asia hanno un barlume di speranza oggi, è grazie a papa Francesco, che vibra insieme al popolo di Dio, che in credendo falli nequit («[la totalità dei fedeli] nella fede non si può sbagliare», Lumen gentium, 12, ndt). Vi preghiamo di lasciarlo portare avanti da solo i compiti pastorali del suo incarico nel suo stile personale, fruttuosamente non strutturato e carismaticamente persuasivo. Noi che siamo alle frontiere della Chiesa, infatti, dalle sue parole e dalle sue azioni stiamo ricevendo un nuovo impulso teologico.

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