Home Chiese e Religioni 68a assemblea della Cei: il papa parla, i vescovi fanno orecchie da mercante di L.Kocci

68a assemblea della Cei: il papa parla, i vescovi fanno orecchie da mercante di L.Kocci

Luca Kocci
Adista Notizie n. 20 del 30/05/2015

Come già aveva fatto lo scorso anno (v. Adista Notizie n. 20/14), papa Francesco ha aperto i lavori della 68a Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (18–21 maggio) e ha rivolto ai vescovi un discorso breve ma denso, incentrato sul tema della «sensibilità ecclesiale», da declinare sia all’esterno, nell’impegno della Chiesa verso la società, sia all’interno della comunità ecclesiale. Non bisogna «essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori, comunità cristiane, scartando i giovani, sistematicamente privati di ogni speranza sul loro futuro, e soprattutto emarginando i deboli e i bisognosi», ha detto Bergoglio ai vescovi, invitandoli anche a difendere il popolo di Dio «dalle colonizzazioni ideologiche che gli tolgono l’identità e la dignità umana». Un concetto, quello delle «colonizzazioni ideologiche», che Francesco aveva già espresso nei mesi scorsi: a Napoli, a marzo, aveva usato la stessa espressione per identificare la cosiddetta «teoria del gender», definita uno «sbaglio della mente umana». E a Manila, a gennaio, aveva parlato di «ideologie colonizzatrici» che «cercano di distruggere la famiglia», intendendo unioni di fatto, contraccezione, coppie omosessuali.

Sul “fronte interno” Francesco ha invitato i vescovi a condurre scelte pastorali e ad elaborare documenti in cui non prevalga «l’aspetto teoretico-dottrinale astratto, quasi che i nostri orientamenti non siano destinati al nostro popolo o al nostro Paese, ma soltanto ad alcuni studiosi e specialisti». Bisogna fare «lo sforzo di tradurli in proposte concrete e comprensibili». Quindi un richiamo ad una iniezione di «collegialità» – fra vescovi, preti, centro e periferia –, che sembra sempre più debole, «sia nella determinazione dei piani pastorali, sia nella condivisione degli impegni programmatici economico-finanziari». Deficit di collegialità e di condivisione che evidentemente si ripercuote anche sui laici, ai quali vanno vanno lasciate «responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo». I laici, aggiunge, non hanno bisogno di un «vescovo-pilota», di un «monsignore-pilota», né di alcun «input clericale», ma solo di un «vescovo pastore». Così come è diffusa la tendenza a non dare spazio al dissenso: «Si organizza un convegno o un evento che, mettendo in evidenza le solite voci, narcotizza le comunità, omologando scelte, opinioni e persone» (chissà se Bergoglio stava pensando al convegno nazionale della Chiesa italiana in programma per novembre…).

La trasparenza non è di casa

Durante l’Assemblea sono anche stati eletti i quattro delegati che rappresenteranno la Chiesa italiana al Sinodo sulla famiglia di ottobre. Si tratta del card. Angelo Bagnasco, dell’arcivescovo di Milano card. Angelo Scola, del vescovo di Novara (nonché nuovo vice presidente Cei) mons. Franco Giulio Brambilla e dell’arcivescovo di Parma mons. Enrico Solmi. Manca ancora il placet di Francesco, che però è una formalità. Ma a parte i nomi dei delegati, sulle risposte dei fedeli italiani al questionario per il Sinodo non si saprà nulla: «La Segreteria generale del Sinodo ha disposto di non rendere pubbliche le risposte – ha spiegato Bagnasco durante la conferenza stampa finale – e noi ci atteremo a questa indicazione». Hanno sbagliato quindi – resta sottinteso – quelle Conferenze episcopali che hanno reso pubbliche le risposte dei fedeli, come per esempio la Svizzera, la Germania o il Lussemburgo. La trasparenza e il pubblico dibattito alla Cei restano ancora una chimera.

Oltre ai delegati al Sinodo, l’Assemblea ha effettuato altre nomine importanti, a cominciare da quelle dei presidenti delle 12 Commissioni episcopali – ovvero i “ministri” della Cei –, che resteranno in carica per un quinquiennio. Fra gli altri, si segnalano mons. Luciano Monari (vescovo di Brescia) alla commissione per la dottrina delle fede; mons. Claudio Maniago (Castellaneta, in passato accusato di aver coperto alcuni casi di pedofilia a Firenze, sebbene la magistratura non abbia mai aperto alcun procedimento giudiziario nei suoi confronti, v. Adista Notizie n. 30/14) alla commissione per la liturgia; il card. Francesco Montenegro (Agrigento) alla commissione per la carità e quindi anche alla presidenza della Caritas italiana; mons. Bruno Forte (Chieti) alla commissione ecumenismo e dialogo; mons. Mariano Crociata (Latina) alla commissione scuola e università; il ciellino mons. Filippo Santoro (Taranto) alla commisione problemi sociali e lavoro; mons. Antonino Raspanti (Acireale) alla commissione cultura; e mons. Guerino Di Tora (vescovo ausiliare di Roma) alla commissione per le migrazioni e di conseguenza alla presidenza della Fondazione Migrantes.

L’agenda politica dettata da Bagnasco

La prolusione di Bagnasco è stata invece tutta politica: una sorta di “agenda” che ha elencato, fra i punti principali, la richiesta del “buono scuola” da spendere negli istituti paritari e una serie di no: all’insegnamento della parità di genere, al disegno di legge sulle unioni civili in discussione in Parlamento, al divorzio breve (ormai legge). E ha fatto cenno all’emergenza occupazione (nonostante «i segnali di ripresa», la disoccupazione è «ancora amplissima») e alla «tragedia» dei migranti («l’Europa sembra aver dato un colpo», ma è ancora «flebile»).

Sulla scuola, al centro del dibattito di queste settimane, Bagnasco auspica che vengano trovate «sintesi in tempi ragionevoli, magari distinguendo temi ed obiettivi». Ovvero, ha chiarito nella conferenza stampa finale, «scorporare dal testo della riforma l’assunzione dei precari», come peraltro chiede l’opposizione, così da poter discutere senza il ricatto di far saltare 100mila posti di lavoro qualora la “buona scuola” non venisse approvata. E invita il premier a procedere con calma: «Non dobbiamo farci prendere dalla fretta per arrivare velocemente a concludere. Un tempo più disteso, senza l’acqua alla gola, consente di riflettere e di dialogare per ottenere risultati migliori». Ma i punti che gli stanno più a cuore sono altri: soldi e «gender». «Diciamo no ad una scuola dell’indottrinamento, della “colonizzazione ideologica”», attacca il presidente della Cei. «Diciamo sì alla scuola libera, libera non perché sganciata dal sistema scolastico nazionale, ma perché scelta dai genitori, primi e insostituibili educatori dei loro figli. Sarebbe il tempo di attuare quanto previsto dalla legge 62/2000», ovvero la legge Berlinguer, che ha messo sullo stesso piano le scuole statali e quelle paritarie. A tal proposito Bagnasco sollecita l’istituzione del «buono scuola», che le famiglie possono «utilizzare nella scuola prescelta», cioè in una scuola paritaria (cattolica). E mostra grande preoccupazione per la possibilità – prevista da un emendamento al ddl sulla “buona scuola” di Renzi – dell’insegnamento della «parità di genere in tutti gli istituti». Non sarebbe altro, prosegue, che «l’ennesimo esempio di quella che papa Francesco ha definito “colonizzazione ideologica”». Perché sarebbe una parità di genere col trucco: «Educare al rispetto di tutti, alla non discriminazione e al superamento di ogni forma di bullismo e di omofobia, è doveroso», spiega Bagnasco. «Ma l’educazione alla parità di genere, oggi sempre più spesso invocata, mira in realtà ad introdurre nelle scuole quella teoria in base alla quale la femminilità e la mascolinità non sarebbero determinate fondamentalmente dal sesso, ma dalla cultura».

Passando dalla scuola alla famiglia, messa sotto attacco dal ddl sulle unioni civili che il Parlamento sta discutendo, Bagnasco cita il discorso che Francesco ha tenuto lo scorso anno ai vescovi del Messico: «La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita». E in questa direzione andrebbe il ddl sulle unioni civili che, fra l’altro, «conferma la configurazione delle unioni civili omosessuali in senso paramatrimoniale», aprendo anche all’adozione dei bambini, «che per ora si limita all’eventuale figlio del partner», ma che poi secondo il presidente della Cei «sarà estesa senza l’iniziale limitazione», così come «sarà legittimato il ricorso al cosiddetto “utero in affitto”, che sfrutta indegnamente le condizioni di bisogno della donna e riduce il bambino a mero oggetto di compravendita».

Infine il divorzio breve. «Si puntava sul “divorzio lampo” e su questo si ritornerà non appena i venti saranno propizi», dice Bagnasco. «Ma sopprimere un tempo più disteso per la riflessione, specialmente in presenza di figli, è proprio un bene? Si favorisce la felicità delle persone o si incentiva la fretta?». Domande, ovviamente, retoriche.

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Bambini, donne e cardinali

Federico Tulli
micromega.net

«Il desiderio della maternità o della paternità non può mai trasformarsi in diritto per nessuno. Si alimenta anche così la cultura dello scarto, categoria che tanto piace se applicata a certe situazioni, ma non a queste: Occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con papà e una mamma, capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva, che così possono continuare a maturare nella relazione nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la maturità affettiva. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio». Si tratta di un brano del discorso d’apertura pronunciato il 18 maggio dal cardinal Bagnasco alla 68a assemblea della Conferenza episcopale italiana. Un incipit nel quale il presidente della Cei ha inoltre ribadito il no dei vescovi italiani alla pratica dell’utero in affitto, ai matrimoni omosex e alle adozioni alle coppie omosessuali. Frasi forti, ad effetto, che vale la pena commentare con un paio di considerazioni.

Punto primo: il desiderio non ha nulla a che fare con la maternità. Il desiderio è sessualità umana, è realizzazione d’identità nel rapporto con l’altro. La maternità è una scelta, individuale o condivisa nell’ambito di un rapporto tra due persone. Bagnasco vuole forse negare alle donne o alle coppie il diritto di scegliere? Temo sia contrario ai princìpi costituzionali dello Stato italiano. La pratica dell’utero in affitto, peraltro, è scarsamente presente nel nostro Paese. Buon senso vuole che ogni caso sia valutato singolarmente da esperti. Sottolineo, da esperti.
Punto secondo. “I bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva”. Certo, chi non è d’accordo? Ma allora perché la “sua” Cei non chiude i seminari minori in cui si avvia il percorso di formazione di giovani sacerdoti? Lo impone il rispetto della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (1989) sottoscritta dalla Santa sede nel 1991. La frase che il card. Bagnasco cita è un punto cardine della Convenzione e la richiesta di chiusura di quei luoghi è stata formulata ufficialmente alla Santa sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ad oggi la Chiesa italiana viola apertamente questo trattato ma non resiste alla tentazione di fare la morale.

Eppure Bagnasco è di sicuro a conoscenza del fatto che i seminari diocesiani, sia minori che maggiori, sono dal 2002 sotto stretta sorveglianza della Santa Sede, sull’onda degli scandali che colpirono la Chiesa statunitense. Nel 2004 la Commissione indipendente, disposta dalla Conferenza episcopale americana per indagare sulle dimensioni del fenomeno della pedofilia clericale, disse in proposito: «Molti testimoni affermano che ai seminaristi è negato un normale sviluppo psicologico. Infatti alcuni, ordinati sui 25 anni, hanno la maturità emozionale di un adolescente. La mancanza di uno sviluppo psico-sessuale ‘normale’ può aver impedito ad alcuni di raggiungere uno stato celibatario sano, e si può spiegare come alcuni abbiano ricercato la compagnia di adolescenti. La Commissione è colpita dal gran numero di coloro che lo affermano e ritiene che questo fenomeno sia una causa dell’incidenza degli abusi sessuali. Diverse diocesi hanno chiuso i seminari minori. Vescovi e rettori devono garantire un ambiente in cui i ragazzi siano in grado di crescere non solo intellettualmente e spiritualmente, ma anche emozionalmente. Il candidato che non sembra adatto deve essere rifiutato e i risultati della valutazione devono essere condivisi tra le diocesi. Per molti anni, i seminari si sono focalizzati quasi esclusivamente sulla preparazione intellettuale a scapito di quella umana».

La ‘popolazione’ dei seminaristi è composta quasi completamente da uomini, e questo dato, secondo lo studio della Commissione Usa, è da mettere in relazione con il fatto che nel complesso l’81 per cento delle vittime dei pedofili è costituito da maschi. Sebbene, come detto, la Santa Sede abbia aderito alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia del 1989 – impegnandosi quindi a rispettare i suoi articoli preliminari, laddove si vieta il ‘reclutamento’ di minori fuori dall’ambiente familiare per consentire che si formino una personalità completa in ogni suo aspetto -, ancora nel 2007, come documenta la Conferenza episcopale italiana, in Italia ci sono 123 seminari minori. Nel 2010 ne «resistono ancora 64», titolava trionfante Famiglia Cristiana nel 2010. Secondo il settimanale cattolico il numero dei seminaristi minori, cioè di età compresa tra gli 11 e i 18 anni, «stando a dati ufficiali» della Cei è pari a 2.984: 1.762 frequentano strutture diocesane; 1.222 sono nei seminari minori gestiti da ordini o da congregazioni religiose. Sarebbe il caso di restituirli velocemente ai loro genitori, ai loro amici, alle loro amiche, ai loro giochi.

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