Home Chiese e Religioni Laudato sii: un’enciclica che avrà un forte peso sulla cultura del nostro tempo di L.Tomassone

Laudato sii: un’enciclica che avrà un forte peso sulla cultura del nostro tempo di L.Tomassone

Letizia Tomassone
www.nev.it

(NEV/CS39) – Pubblichiamo una riflessione sull’enciclica di papa Francesco “Laudato sii” da parte della pastora valdese Letizia Tomassone, teologa da numerosi anni impegnata sul fronte della salvaguardia del Creato, autrice del recente volume “Crisi ambientale ed etica. Un nuovo clima di giustizia” (ed. Claudiana).

La terra, nostra sorella e madre: la prima parola dell’enciclica è l’identificazione femminile della terra, che è “tra i poveri e sfruttati”. Una bella immagine che viene dalle battaglie afroamericane e dalla cultura laica. L’attacco dell’enciclica tiene insieme una profonda critica della cultura cristiana del dominio sulla terra inanimata; il ritrovamento delle radici spirituali cristiane di un’altra visione del pianeta; e il pensiero laico del nostro tempo, capace di vedere la terra come unica risorsa dei più poveri fra i poveri. L’enciclica va così a cercare nei testi cattolici più recenti questa sensibilità che ci insegna a tenere insieme progresso e giustizia, conversione ecologica e sguardo rivolto agli ultimi.

È la figura di Francesco d’Assisi che mette soprattutto l’accento sulla cura del credente nei confronti del creato – fiori e piante a cui Francesco predicava e di cui si prendeva cura come dei poveri, tenendo insieme “la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore”. Bello anche l’accenno alle piante selvatiche che esprimono pienamente la grazia di Dio, più grande di ogni nostra capacità di cura o di controllo.

Mi pare significativo riportare qui un piccolo sommario che troviamo nella presentazione del tessuto dell’enciclica e che ne rende bene il senso: “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita”. Trovo molto buono l’utilizzo di un linguaggio fresco e comunicativo, l’utilizzo di termini che fanno parte del nostro tempo, per esempio la categoria di “bene comune” applicata al clima del pianeta.

Segue una parte più scientifica che definisce le categorie e spinge verso la chiusura di quest’era di uso delle risorse fossili in favore di un’economia dei rifiuti e del riciclo, e dell’uso di risorse rinnovabili. Poi, una parte viene dedicata al dialogo interreligioso, e contiene un invito a lavorare con tutti, perché tutti abitiamo questo pianeta che fa parte delle promesse di Dio alla creatura umana, promesse che non vengono meno, e a cui noi siamo chiamati a collaborare. La parte finale riguarda il modo di affrontare i governi del mondo e la sfida più grande, quella dell’educazione, su cui la chiesa può spendere molte risorse.

La chiesa sembra proporsi come uno dei soggetti di regolazione delle relazioni tra Stati su questo tema, in nome dell’interdipendenza dell’umanità su questo pianeta. E sempre restano i/le poveri sullo sfondo, vero interlocutore di molti discorsi e di molta teologia di questo papato.

Il termine “ecologia integrale” tende a comprendere al suo interno l’intervento sull’ambiente e l’intervento sulla società, e la solidarietà tra generazioni. Temi che il papa sembra aver appreso da quel movimento ambientalista che ha avuto tra i suoi momenti più alti la Conferenza ONU di Rio + 20 (2012) e la formulazione della Carta della Terra (2000). Non mancano i riferimenti biblici al concetto di riposo sabbatico e all’incarnazione che dà valore alla materia del creato. Questa parte finale è più intessuta di teologia cattolica, l’idea del sacramento, il riferimento a Maria, che però non è lasciata sola ma affiancata a Giuseppe, capace di prendersi cura con tenerezza di chi gli era affidato e di proteggerli dall’ingiustizia: un modo nuovo di riferirsi alla famiglia di Gesù. Nell’enciclica trova ampio spazio anche la dottrina della Trinità.

Vi sono risonanze dal mondo del Consiglio ecumenico, che su questi temi ha investito molto negli ultimi trenta, quarant’anni? Purtroppo sono appena accennate queste riflessioni, a cui pure almeno in Europa la chiesa cattolica ha partecipato nell’epoca delle grandi assemblee ecumeniche di Basilea, Graz e Sibiu, e nella redazione della Carta ecumenica. Il papa dà spazio solo al pensiero importante del patriarca ecumenico Bartolomeo che invita alla conversione degli stili di vita. Infatti così si è espresso ormai da tempo il patriarca: “un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”. Dispiace questo distacco dall’impegno ecumenico: è come se il vedersi fra chiese fosse ancora del tutto offuscato. Ciò che fa l’altra chiesa è ignorato o ignoto, e questo impedisce un cammino comune che avrebbe certamente un altro impatto sulla società che scarta ed esclude e che consuma il mondo e le vite.

È comunque interessante che i testi dei vescovi cattolici che vengono citati provengano in larga misura da America latina, Asia, Africa. È dai popoli emergenti che viene un’interpellazione profetica ai credenti perché l’evangelo torni a essere forza che trasforma il mondo, in direzione di una “cittadinanza ecologica” nuova e consapevole dell’interconnessione dei nostri atti.

Tutto andrà riletto e studiato con calma. Già si vede, però, che questa enciclica potrà avere un forte peso sulla cultura del nostro tempo e, speriamo, sulle scelte economiche e industriali che gli Stati si trovano a dover fronteggiare di fronte alla crisi climatica e ambientale del pianeta. Speriamo anche che apra a un nuovo e forte impegno nel dialogo ecumenico

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Cosa manca in Laudato Si’

Peter Ciaccio
www.riforma.it

«Tutto dipende da me… e se dipende da me sono sicuro che non ce la farò», diceva Nanni Moretti in Caro Diario, riferendosi alla sua condizione di malato apparentemente incurabile.

Leggere l’enciclica Laudato Si’ di Francesco mi ha gettato nello sconforto del personaggio morettiano. Tutto dipende da noi, esseri umani, come individui e come collettività. Tutto dipende da noi, se vogliamo salvare questo mondo ammalato, se vogliamo salvare il Creato che Dio ci ha affidato.

E se tutto dipende da noi, sono sicuro che non ce la faremo.

Però, si dice, finalmente un’enciclica del papa che parla dei temi ambientali. Sì, finalmente. Sono quasi quarant’anni che in ambito ecumenico di parla di temi ambientali. Per dirne una, al trittico “Giustizia, Pace, salvaguardia del Creato” fu dedicata la prima Assemblea ecumenica europea di Basilea, nel 1989. Non solo, ogniqualvolta leggiamo di tensioni tra mondo ortodosso e mondo protestante, il “trittico” ha salvato il dialogo, facendo in modo che non si arrivasse mai ad una rottura vera e propria. Inoltre, la riflessione sulla possibilità concreta di una catastrofe nucleare che portasse fine alla vita sulla terra ha portato alla riscoperta e condivisione di spiritualità diverse, portatrici di una visione olistica, integrata col Creato: basti pensare alle liturgie luterane scandinave sul Creato o a quelle celtiche promosse in particolare dall’abbazia ecumenica di Iona in Scozia.

E la chiesa cattolica non è rimasta a guardare in questi decenni, ma ha partecipato attivamente a questo processo di riscoperta del legame con la terra.

Colpisce però il pessimismo che pervade l’enciclica. Il mondo va male, il mondo va peggio. Già Francesco aveva espresso questa opinione in pubblico. Ma non è così: la situazione è molto più complessa. Ne dico due: la percentuale dei poveri nel mondo è calata rispetto a trent’anni fa e mai nella storia si è verificato che cittadini privati donassero soldi per cittadini poveri di altre nazioni come avviene ora. La povertà non è stata sconfitta e troppa gente sta male al di là di quanto noi (occidentali in poltrona) possiamo immaginare, ma ridurre a “si va sempre peggio” non è dire la verità.

Insomma, in questo testo, che mette finalmente il magistero cattolico in linea con quanto già dibattuto a livello ecumenico, manca la speranza. Manca la speranza che, nonostante il peccato degli uomini e delle donne, contro Dio, contro il prossimo e contro il Creato, il Padre amorevole non ci abbandonerà. Manca la speranza che, alla nostra responsabilità di custodi del Giardino, corrisponda la responsabilità di chi ci ha chiamati a questa vocazione. Questa speranza era presente nei partecipanti dell’Assemblea di Basilea e molti di loro hanno visto la caduta del Muro di Berlino come un segno che il Creatore continua a non abbandonarci al nostro peccato.

Forse, non è un caso che del canto di Francesco d’Assisi, papa Francesco nell’enciclica citi tutto, eccetto la lode finale: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male». Il frate di Assisi non si compiaceva della morte, ma sapeva che la grazia del Signore era più forte.

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