Home Chiese e Religioni Una boccata d’aria fresca di L.DeLaMora

Una boccata d’aria fresca di L.DeLaMora

Luis Infanti de la Mora
Adista Documenti n° 24 del 04/07/2015

Dirompente, profetica, stimolante: così è la Laudato si’, la nuova enciclica di papa Francesco.

Non è neutrale, bensì scritta a partire dal mondo degli impoveriti, dal Sud, sfidando fraternamente il Nord, per operare un cambiamento deciso e coraggioso. I tempi, la nuova epoca, non lasciano dubbi: non si può andare avanti in questo modo. A partire dal mondo impoverito e trafitto dall’ingiustizia umana e ambientale, papa Francesco interpella la coscienza dei popoli, credenti e non credenti, esigendo (la giustizia non si chiede, si esige, perché è un diritto degli emarginati) un cambiamento di rotta da parte dei “potenti”, i detentori del potere economico, politico, scientifico e tecnologico mondiale. Lo fa a partire non da una religione, ma dall’etica e dalla spiritualità più profonda della sensibilità umana.

Per il papa la globalizzazione assume oggi un carattere più di dominazione che di bene comune: di fatto, la cultura consumista, il saccheggio dei beni naturali, la crisi climatica, il narcotraffico, tutto ciò che multinazionali e Paesi ricchi impongono al Sud del mondo (soprattutto all’Africa e all’America Latina), anche con l’ausilio delle leggi e con un bombardamento pubblicitario (ideologico), escludono in misura crescente i poveri, oppressi e spogliati dei loro beni naturali, delle loro culture, della loro dignità, del loro futuro. È il regno dell’iniquità. Il papa invita a superare la «cultura dello scarto», a considerare le comunità locali, specialmente i popoli indigeni con la loro sensibilità e le loro tradizioni, e a frenare la megalomania sfrenata, a dialogare e dibattere sui limiti del “progresso”.

Forte è l’appello a superare le visioni ideologiche e le pratiche dell’antropocentrismo e del relativismo, tanto radicate nel neoliberismo, che pongono alcune persone, alcune multinazionali e alcuni Paesi come “signori, padroni e dominatori” della creazione e dell’umanità, prendendo il posto di Dio, e schiavizzando i popoli e la madre Terra, saccheggiata al di là delle sue capacità di rigenerazione.

Per quanto breve, è significativo il riferimento alla proprietà privata, su cui «grava sempre un’ipoteca sociale». Un tema stimolante e urgente che merita maggiore approfondimento.

Infine, l’appello al dialogo e al dibattito sincero, profondo, trasparente rivolto a tutti i settori sociali, politici, religiosi, economici, culturali, per aprire cammini di liberazione verso una profonda «rivoluzione culturale» e creare una «civiltà dell’amore» in cui la comunione con Dio si manifesti anche nella comunione con l’umanità e la creazione, con segni, decisioni e organizzazioni internazionali che promuovano la solidarietà, la giustizia e la pace.

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E ora trarne le conseguenze

Marcelo Barros

Finalmente è uscita l’enciclica del papa sull’ecologia. Negli Stati Uniti, alcuni membri repubblicani del Congresso e i candidati alla presidenza dello stesso partito hanno fatto pressioni affinché il papa non la pubblicasse. Alcuni mesi fa, grandi imprenditori e proprietari di imprese minerarie presenti in tutti i continenti, hanno realizzato un ritiro spirituale in Vaticano per spiegare al papa che le imprese minerarie sono ecologiche e che si limitano ad estrarre minerali dalla terra, senza distruggerla. Anche alcuni cardinali nordamericani, più legati ai signori del mondo che ai poveri, hanno espresso il proprio rifiuto, tentando di impedire che, nel parlare di ecologia ambientale, il papa mettesse il dito nella piaga toccando l’ecologia sociale. Tuttavia, qualsiasi pressione, dall’interno o dall’esterno della Chiesa, è stata inutile. L’enciclica è stata pubblicata, poetica e profetica. Inizia richiamandosi al Cantico delle creature di San Francesco per confermare che «la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia» (1). E, a partire da qui, rivolge un invito insistente a tutti a rinnovare il dialogo «sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta» (14).

Seguendo il metodo latinoamericano del “vedere, giudicare e agire”, il papa ha affrontato l’ecologia a partire dalla realtà sociale del mondo, dall’ingiustizia di un sistema economico escludente nei confronti dei poveri e dalla cultura dell’indifferenza che infesta l’umanità. E ciò indica l’importanza di leggere l’enciclica Laudato si’ a partire dalla realtà del mondo dei poveri, le più grandi vittime dell’ingiustizia eco-sociale provocata dal sistema dominante che opprime allo stesso modo la Terra e la natura.

Il Brasile è uno dei Paesi in cui le contraddizioni tra un modello di sviluppo predatorio e la responsabilità nei riguardi della Terra, la nostra casa comune, si manifestano nel modo più evidente. Secondo i dati divulgati da Washington Novaes, in Brasile, più di 1,26 milioni di chilometri quadrati appartenenti a 1.440 municipi di otto Stati del Nordest e del nord di Minas Gerais mostrano già un qualche livello di desertificazione. Il processo di degradazione del suolo è assai rilevante e si accompagna alla perdita della copertura vegetale, della biodiversità e della capacità di produzione agricola. E, come indica il papa nell’enciclica, ogni volta che la vulnerabilità della terra è violata, quelli che più soffrono sono i poveri. Nelle aree brasiliane interessate dal processo di desertificazione, la presenza di poveri e indigenti è superiore alla percentuale esistente in altre regioni del Paese. In realtà, i due ecosistemi della Caatinga e del Cerrado presentano l’85% dei poveri del Paese (cfr Eco 21/4). Una realtà che investe la fornitura domestica di acqua e di alimenti. A causa della crisi idrica, in Alagoas, più di 100mila persone devono essere soccorse. In Ceará, per la mancanza d’acqua, i contadini hanno perso dall’80 al 90% dei raccolti di miglio e fagioli (cfr Remabrasil, 6/5).

La lettura dell’enciclica di papa Francesco deve farci ricordare dei popoli indigeni del Brasile, la cui esistenza è minacciata allo stesso modo dei nostri ecosistemi più preziosi. Attualmente, in Brasile vivono 820mila indigeni, una piccola parte della popolazione brasiliana, ma con cui abbiamo contratto un immenso debito storico, sociale ed ecologico. E come avviene per le aggressioni alla Terra e a tutta la natura, in tutte le regioni del Brasile, in un anno, il numero di indigeni assassinati da industriali del legno e accaparratori della terra ha registrato un aumento del 42% (138 casi). Nello stesso periodo e per lo stesso motivo, i suicidi di indigeni adolescenti e giovani sono stati 135, un record negli ultimi tre decenni. È a partire da questa realtà che noi brasiliani, principalmente cristiani/e delle diverse Chiese, siamo chiamati a leggere e interpretare l’enciclica sull’ecologia del vescovo di Roma, il quale ci invita ad approfondire un’educazione e una spiritualità ecologica (202 e seguenti), cioè a formarci per un’alleanza tra essere umano e ambiente (209), che non avrà luogo senza una vera «conversione ecologica» (216).

Un documento dei comboniani del Nordest brasiliano afferma: «Sappiamo quanto il sistema capitalista, ecocida e suicida, abbia ereditato dalla cultura religiosa cristiana. D’altro lato, possiamo contare sull’ispirazione radicalmente evangelica di San Francesco e sulla testimonianza viva di molti e molte martiri che rilanciano la difesa della vita. Abbiamo ugualmente bisogno di un profondo e umile processo di conversione e di purificazione. Di un nuovo ascolto della Rivelazione, a partire dall’incontro fecondo tra la Parola biblica, il libro della creazione e la saggezza dei popoli e delle religioni».

Leggere l’enciclica a partire dagli impoveriti e dalla realtà dei nostri Paesi ci invita ad abbracciare quella che il papa chiama «Ecologia integrale». Il nostro fratello Leonardo Boff dichiara che neppure le Nazioni Unite sono riuscite a sintetizzare così bene questa proposta. Ebbene, dobbiamo trarne le conseguenze, rielaborando, a partire dalle basi, un modo di vivere e di esprimere la fede che sia liberatore, pluralista (cioè aperto alla collaborazione con altre tradizioni spirituali) e olistico, vale a dire basato su una giustizia eco-sociale che unisca l’impegno a favore della liberazione e della vita degli oppressi e la comunione effettiva e spirituale con l’universo, sacramento di una presenza di cui siamo testimoni e collaboratori. Come recita il canto di ingresso della Messa di Pentecoste: «Lo Spirito di Dio riempie l’universo, tutto abbraccia con la sua sapienza, tutto unisce nel suo amore, alleluia» (ispirato al versetto biblico del libro della Sapienza 1,7).

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