Home Chiese e Religioni Verso il Sinodo 2015. E quei milioni di figli abbandonati? di F.Marinetti

Verso il Sinodo 2015. E quei milioni di figli abbandonati? di F.Marinetti

Fausto Marinetti
Adista Segni Nuovi n° 23 del 27/06/2015

In vista del prossimo Sinodo, Fausto Marinetti, già missionario, ripropone, in una sua elaborazione, le riflessioni sulla famiglia di don Zeno Saltini (1900-1981), fondatore della comunità di famiglie di Nomadelfia, in cui adulti, sposati e no, fungono da genitori non soltanto dei propri ma anche dei figli altrui, dei figli di nessuno. Per approfondimenti: “Don Zeno, Obbedientissimo ribelle” (dello stesso Marinetti, il volume in digitale può essere richiesto gratuitamente a fausto.marinetti@gmail.com); www.nomadelfia.org; e la fiction Rai dedicata a don Zeno Saltini (www.youtube.com/watch?v=q5tj7DBXmVc).

Nel 1952 Pio XII lancia un appello: «È tutto un mondo che bisogna rifare dalle fondamenta, passare dal selvatico all’umano, dall’umano al divino, secondo il cuore di Dio». Per don Zeno, «anche le famiglie devono passare dal selvatico all’umano, dall’umano al divino. Infatti Cristo dice: “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i pagani…” (Mt 5,43). Lo spiego così alle donne – dice don Zeno -: “Foste come le gatte! Da ragazzo ne noto due con i piccoli. Una muore, l’altra porta gli orfanelli nel suo nido e li tira su tutti insieme”».

Il più grande ostacolo alla nuova civiltà è il rapporto familiare. La famiglia isolata è un azzardo. Ogni giorno vai al lavoro e non sai se torni la sera, lasciando una vedova e degli orfani. Non è come andare in aereo senza paracadute? L’affetto familiare chiude in collegio i figli scomodi e all’ospizio i genitori anziani. Le tribù dei pagani avevano soluzioni più civili. La famiglia isolata è contro natura, si trova ancora nella fossa dei leoni a lottare con i mostri di razzismi, pulizie etniche, patrie, egoismi. La sfida di Cristo a Nicodemo – “rinascere dallo spirito” – è rivolta al singolo o anche alla famiglia? La cristianità non ha esempi da offrire. Quanti sono i santi coniugati? Il prete detta legge nella camera da letto dei coniugi, la famiglia è rimasta pagana, i laici non ne hanno sviluppato gli aspetti positivi. Un imprevisto e la famiglia è zoppa. Sulla via del cimitero le donne commentano: “Quando muore una mamma, sarebbe meglio mettere il neonato nella bara con lei”. O è crudele Dio a fare gli orfani o crudeli siamo noi, che non sappiamo trovare soluzioni. Se con il vincolo del sangue la famiglia patriarcale non abbandonava né figli né vecchi, cosa si potrebbe fare con il vincolo della fede? Come si pretende la fraternità tra individui, perché non pretenderla tra famiglie?

La famiglia è un centro egoistico per natura. Ma se ha una funzione sociale non può chiudersi in se stessa. Se l’amore che hai per tuo marito e tuo figlio diventa un ostacolo per amarci come fratelli tra famiglia e famiglia, che amore è? Il cancro della Chiesa è che il matrimonio non è vissuto come una vocazione universale. Il Signore ci ha creati nella famiglia, ma l’amore dei coniugi è un episodio. Si legano nel sacramento e rinascono ad un rapporto nuovo: non più dalla carne, dal sangue, dalla volontà di uomo (Gv 1,13) perché ciò che è carne è carne, è lo spirito che vivifica. Se l’amore dei coniugi è un’esperienza del divino, perché non si apre alle vittime del non-amore? I figli non devono aver paura neanche della morte. Uno di loro ha detto: «Ai bimbi la mamma non muore mai più». Le loro lacrime sono un’offesa a Dio. I pinguini bisticciano per accaparrarsi gli orfanelli.

Se la tragedia degli orfani fosse ineluttabile, Dio sarebbe crudele. Chi ama, Dio? Gli abbandonati. Dov’è Cristo? Nei figli alla deriva. «C’è da meravigliarsi che clero ed episcopato abbiano accettato collegi e orfanotrofi? Un flagello! A Pompei i preti hanno fatto la “Casa dei figli dei carcerati”. Ma come? Tu, prete, hai il coraggio di chiamare così coloro che Dio ha scelto per figli prediletti? Disprezzati dal mondo è un conto, ma anche dalla Chiesa non è troppo?» (don Zeno, Pompei, 27 febbraio 1943). I figli non sono zimbello dei genitori, della fatalità, della disgrazia. Dio ci ha dato l’onore di consegnarci i “Suoi” figli. Tutti uguali per Lui: il punto più delicato della fede. Il sangue confonde papi e capi di Stato. Raselli, il mio amico giurista, arrivava a dire: «Una madre, per salvare suo figlio, lascerebbe distruggere una città». Se Dio è nostro padre, noi siamo figli e fratelli. Nessuno è figlio dei genitori, perché non procreano l’anima. Sono strumenti occasionali. Durante l’assemblea per la redazione della nostra Costituzione un ragazzo ha scritto: «Mamma non è chi ti genera, questo è un fatto di Dio, ma colei che ti nutre e ti porta all’amore». Anche gli animali procreano. Noi, però, andiamo oltre il fatto biologico, perché la paternità/maternità umana non è nostra, è da Dio. “Ho fatto un figlio”: come, se non sai neanche quanti capelli ha? Le mamme si impossessano di Dio e dei suoi figli. Ladre! Non potete strapparli a Lui per farli vostri. Figli della carne? Non siamo cultori di carne, che li lega e li fa schiavi. Bisogna andare oltre l’amore del sangue. La fraternità è un fatto di Dio, non opera del sangue, il quale blocca i vasi comunicanti, ci divide. La luce di Dio passa attraverso i sensi, diventa sensibile, ma è misurata, equilibrata. Non si devono smorzare i sentimenti, ma elevarli al livello di Dio stesso, perché l’uomo naturale «non comprende le cose dello Spirito di Dio» (1Cor 2,14).

La vita eterna è fare la rivoluzione, portando al popolo la famiglia secondo il Vangelo. Amarci “come” Lui ci ha amato, anche come famiglie. Perché i figli sbandano? Perché non li sappiamo amare. Le donne li legano con l’elastico per tirarli di nuovo nel loro utero e tenerli solo per sé. Ma sono nati carne e sono risorti spirito. Cristo ci ama forse con il senso, il sentimentalismo? Il popolo beatifica il seno che ha succhiato, il ventre che l’ha portato. E Lui: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 11,27-28). I sensi devono essere guidati dallo spirito, non farci schiavi della parentela, del sesso, della materia. Allora i figli rinascono figli di Dio.

L’amore soprannaturale è una forza, che trasforma il mondo. Diamo ai figli la gioia di essere liberi non schiavi dei nostri affetti. E voi dite: “È mio!”. L’hai fatto tu quel bambino? Per il Vangelo “nasce un uomo al mondo” (Gv 16,21), non a sua madre. Il nostro cuore è fatto per amare solo quello lì? Nella storia ha dominato la carne, il sangue, la razza. Anche nella Chiesa. Le donne credono di amare i figli con il senso. Non è amore, il sentimento è selvaggio. Se ti fa amare un figlio, perché non ti fa amare anche quell’altro?

Quando passa una donna incinta c’è da inginocchiarsi: è una Madonna. Il nascituro deve avere la garanzia di essere al sicuro sotto una pioggia d’amore. L’amore non si fraziona, è Dio in noi. Il tuo figlio lo ami di più? Che cos’è questo “di più”? Vi presentate davanti a Dio e potete dire di averlo amato come lo ha amato Lui. Man mano che cresce, non dovrebbe sentirsi figlio, ma fratello dei genitori. Bisogna passare dalla famiglia biologica a quella di Dio. Cristo dice: «Lasciate che i bambini vengano a me» (Lc 18,15-17). Non dice a noi, ma a Lui. Il Signore vi affida i figli dalla croce: donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre (Gv 19,18-30). La Chiesa ha troppo ignorato la maternità del Calvario dove Maria rigenera Giovanni come figlio dallo spirito. A che serve la fede di più di 1 miliardo di cattolici se non si asciugano le lacrime di quei milioni di figli abbandonati, in stato di adozione, se non si è in grado di dire loro: la mia famiglia è resurrezione e vita per la tua famiglia? Redimiamo la famiglia e i bambini vedranno nella donna la madre. Se il nostro amore è soprannaturale, il figlio sente che lo facciamo figlio di Dio non dell’uomo. Chi è mio fratello, sorella, madre? Chi ama suo figlio più di me, non è degno di me (Mt 10,37). Dovrebbe nascere in noi l’ammirazione, la devozione per l’uomo. Morte, malattia, solitudine, niente ci fa paura. Non abbiamo i fratelli su cui contare? Nostro padre chi è? Dio. Allora che c’entra essere nati da famiglie diverse? Cristo rifiuta il linguaggio del sangue, della razza, dell’affetto familiare: «Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,41-50). Cristo distrugge l’uomo di carne e fa l’uomo di spirito.

C’è troppa religiosità superficiale, appiccicaticcia! Guardatevi allo specchio: non siamo unum con la carne? La dobbiamo baciare, riverire. Quando nel 1953 Nomadelfia fu sciolta, io fui allontanato ed i minori riportati negli istituti, ebbi una discussione con il card. Pizzardo. Mi sono scaldato e gli ho detto: «Se per Lei non è possibile amare alla pari un figlio carnale ed uno accolto, Lei è un luterano, perché non crede alla forza della fede, che ci è data proprio per fare le cose impossibili all’uomo. Solo per questo…».

Se non salta fuori una forza che cambia rotta a livello familiare, l’umanità non si salva. Oh, se le donne sapessero di avere una missione materna su tutti gli uomini! Cristo ha preso la carne da loro. Quando prendono in braccio un figlio, hanno in braccio Cristo. Dove volete che sia la maternità? Nel volto degli abbandonati. La maternità non è di carne, ma di spirito. Una missione non solo sui figli propri, ma su tutta l’umanità.

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