Home Chiese e Religioni Così non si può andare avanti. Il grido congiunto dei movimenti e della Chiesa di C.Fanti

Così non si può andare avanti. Il grido congiunto dei movimenti e della Chiesa di C.Fanti

Claudia Fanti
Adista Notizie n° 26 del 18/07/2015

In un pianeta ferito e sanguinante, la speranza ha il volto di chi ancora crede possibile costruire un mondo più umano e lotta per farlo diventare reale. Perché non vi sia più «nessun contadino senza terra, nessuna famiglia senza casa, nessun lavoratore senza lavoro». È nel segno di questa speranza che si è svolto, dal 7 al 9 luglio, a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, il II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari – dopo quello realizzato in Vaticano nell’ottobre del 2014 –, culminato il 9 luglio con il discorso di papa Francesco. Un evento a cui hanno preso parte 1.500 rappresentanti di movimenti provenienti da 40 Paesi, in massima parte del Sud del mondo, impegnati ad approfondire gli stessi temi del precedente incontro, “Terra, Casa, Lavoro”, nella consapevolezza, evidenziata in apertura, che «avremo senza dubbio un lungo cammino da percorrere», ma che, grazie all’appoggio del papa, «potremo farlo con un migliore accompagnamento».

Un’alleanza, quella tra i movimenti e la Chiesa, su cui ha posto l’accento, durante la cerimonia di inaugurazione, anche il card. Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace: se il compito di realizzare un processo di cambiamento in difesa della Terra e della dignità delle persone, ha dichiarato il cardinale, «non è esclusivo dei leader religiosi, degli scienziati, dei politici o degli imprenditori», ma interessa tutta l’umanità, il clamore e le pressioni dei poveri «sono di vitale importanza perché i potenti del mondo comprendano che così non si può andare avanti». E il compito della Chiesa è «ascoltare questo grido e unirsi ad esso», sostenendo i processi di organizzazione con cui i poveri resistono «all’esclusione sociale, a una scandalosa disuguaglianza e alla devastazione dell’ambiente», cercando di risolvere da sé «i problemi di accesso alla Casa, alla Terra e al Lavoro a cui né gli Stati né il Mercato danno risposta».

Allo stesso modo, ha proseguito Turkson, la Chiesa è chiamata a riconoscere e promuovere le forme, proprie dei poveri, dei contadini e dei popoli indigeni, e alternative a quelle egemoniche, di «fare politica (organizzazione comunitaria), di sviluppare l’economia (economia popolare) e di custodire la natura (ecologia popolare)», lottando contro il saccheggio delle risorse naturali: i movimenti, ha sottolineato Turkson, «non vogliono che si privatizzi l’acqua, né il sottosuolo, né il mare. Non vogliono che le transnazionali abusino della terra praticando, per esempio, un’attività mineraria inquinante o l’estrazione di idrocarburi con la tecnica della fratturazione idraulica (fracking), né che si usino i transgenici per sfruttare i contadini o concentrare la terra in poche mani, né che si distrugga la pesca artigianale attraverso una devastante industria ittica». E la Chiesa deve accompagnare le loro preoccupazioni e le loro lotte «per i doni della creazione». Così, è nel quadro di tale accompagnamento che, secondo Turkson, si è inscritto questo II Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, al fine di perpetuare «nel tempo la comunicazione, la cooperazione e il coordinamento tra gli stessi movimenti di base e tra questi e la Chiesa a tutti i suoi livelli».

Un dialogo che, rispetto all’incontro in Vaticano del 2014 (dove i relatori erano essenzialmente esponenti di movimenti popolari), si è tradotto anche in una maggiore presenza di vescovi tra i relatori delle plenarie: mons. Luis Infanti de la Mora, vescovo di Aysén, nella Patagonia cilena, nella sessione dedicata alla Terra; Raúl Vera López, vescovo di Saltillo, in Messico, in quella dedicata al Lavoro; Guilherme Antônio Werlang, vescovo di Ipameri, in Brasile, in quella dedicata alla Casa. Ma se la cooperazione con la Chiesa cattolica si rafforza, rimane tuttavia il nodo di cosa fare con le altre tradizioni religiose dell’umanità, per evitare che la grande articolazione internazionale di movimenti popolari che si punta a costruire resti ancorata appena al Vaticano.

Svoltasi alternativamente in plenaria e in gruppi di lavoro, la riflessione – a cui ha preso parte, durante la cerimonia di inaugurazione, lo stesso presidente Evo Morales, il quale, come già avvenuto durante l’incontro in Vaticano, non ha perso occasione di magnificare i risultati raggiunti dal suo governo – è ruotata attorno alle tre “T”, Tierra, Trabajo e Techo, a cominciare dalla questione della sovranità alimentare come programma dei popoli in opposizione all’agribusiness, nella consapevolezza che, come ha sottolineato João Pedro Stedile, il grido di Zapata “Terra a chi la lavora” non basta più, ma si rende necessaria una radicale trasformazione in campo agricolo, in maniera da garantire la democratizzazione non solo della terra ma anche dell’acqua, della biodiversità, dei semi (il cui mercato, ha denunciato Silvia Ribeiro dell’Etc Group, è controllato all’80% da appena 10 imprese) e da assicurare la produzione di alimenti sani per tutto il popolo.

L’accento è stato quindi posto sulle molteplici esperienze di lotta e sulle diverse forme di organizzazione attraverso cui la classe lavoratrice combatte l’esclusione prodotta dal sistema capitalista, come pure sulla sempre più necessaria costruzione di un’alleanza di tutti i lavoratori, compresi quelli del settore informale, e sulla situazione di milioni di esseri umani privati del diritto a una casa dignitosa (perché, come ha evidenziato Guilherme Werlang, «le case non sono costruite per chi ne ha bisogno, ma per chi le può pagare») e sulla necessità di recuperare la funzione sociale della proprietà per restituire la città ai lavoratori.

Una riflessione da cui sono scaturiti i 10 punti del documento finale consegnato al papa al termine dell’incontro, relativi alla necessità di portare avanti il processo di cambiamento «come risultato dell’azione dei popoli organizzati», di proteggere la Madre Terra promuovendo il modello del buen vivir proprio dei popoli indigeni, di difendere il lavoro come diritto umano, di elevare le condizioni dei quartieri popolari garantendo il diritto a una casa dignitosa, di assicurare la sovranità alimentare, di costruire una società pacifica alimentando una cultura dell’incontro, di combattere la discriminazione, di preservare la libertà di espressione, di porre la scienza e la tecnologia al servizio dei popoli, di contrastare il consumismo opponendo alla cultura dello scarto la solidarietà come progetto di vita.

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Carta di Santa Cruz – Documento finale dell’incontro mondiale dei movimenti sociali con Papa Francesco in Bolivia

Dopo tre giorni di discussioni, l’incontro Mondiale del Movimenti Popolari ha elaborato il suo documento finale. Hanno partecipato all’evento circa 1500 persone di organizzazioni di 40 paesi. Gli assi dei dibattiti avvenuti tra 7 e 9 luglio sono stati: Terra, Casa e Lavoro. Sintesi di papa Francesco dei diritti fondamentali per i quali i movimenti sociali devono lottare.
Francesco ha partecipato all’incontro giovedi 9 luglio. Nel suo discorso ai partecipanti ha chiesto perseveranza nell’impegno di lotta per cambiamenti strutturali e ha affermato che sono urgenti trasformazioni profonde. E’ stata la seconda volta che il Papa ha incontrato i movimenti popolari (la prima è stata nell’ottobre 2014, in Vaticano). Le risoluzioni finali dell’Incontro, definite Carta di Santa Cruz, sostengono nella stessa linea di Francesco il superamento di un “modello sociale, politico, economico e culturale in cui mercato e denaro si sono convertiti nei regolatori delle relazioni umane a tutti i livelli”. Oltre a questo, la Carta affronta la preoccupazione per il degrado ambientale.

Carta de Santa Cruz

Le organizzazioni sociali riunite nel Secondo Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, nei giorni 7-8-9 luglio 2015, concordano con il Papa Francesco sul fatto che le problematiche sociale e ambientale emergono come due facce della medesima moneta. Un sistema incapace di garantire terra, casa e lavoro per tutti, che mina la pace tra le persone e mette a rischio la stessa sopravvivenza della Madre Terra, non può continuare a gestire il destino del pianeta.
Dobbiamo superare un modello sociale, politico, economico e culturale in cui il mercato e il denaro si sono convertiti nei regolatori delle relazioni umane a tutti i livelli. Il nostro grido, il grido dei più esclusi e marginalizzati, obbliga i potenti a comprendere che non si può continuare così. I poveri del mondo si sono sollevati contro l’esclusione sociale che soffrono quotidianamente. Non vogliamo sfruttare, né essere sfruttati. Non vogliamo escludere né essere esclusi. Vogliamo costruire un modo di vita nel quale la dignità innalzi sopra tutte le cose.

Per questo ci impegniamo a:

1. Stimolare e approfondire il processo del cambiamento
Riaffermiamo il nostro impegno nei processi di trasformazione e liberazione come risultato dell’azione dei popoli organizzati che, a partire dalle loro memorie collettive prendono la storia nelle loro mani e decidono di trasformarla per dar vita alle speranze e alle utopie che ci chiamano a rivoluzionare le strutture più profonde di oppressione, dominazione, colonizzazione e sfruttamento.

2 Vivere bene, in armonia con la Madre Terra
Continueremo a lottare per difendere e proteggere la Madre Terra, promuovendo l’ “ecologia integrale” di cui parla il papa. Siamo fedeli alla filosofia ancestrale del “Ben vivere”, nuovo ordine di vita che propone armonia e equilibrio nelle relazioni tra gli esseri umani e tra questi e la natura.
La terra ci appartiene e noi apparteniamo alla terra. Dobbiamo occuparcene e lavorarla a beneficio di tutti. Vogliamo leggi ambientali in tutti i paesi, in funzione della cura de beni comuni.
Esigiamo la riparazione storica e una demarcazione giuridica che garantisca i diritti dei popoli indigeni a livello nazionale e internazionale promuovendo un dialogo sincero per superare i diversi e molteplici conflitti che attraversano i popoli indigeni, nativi, contadini e afrodiscendenti.

3. Sostenere un lavoro dignitoso
Noi ci impegniamo a lottare a difesa del lavoro come diritto umano. Per la creazione di fonti di lavoro dignitoso, per la progettazione e realizzazione di politiche che restituiscano a tutti i diritti del lavoro eliminati dal capitalismo neoliberista, come il sistema di sicurezza sociale, le pensioni e il diritto di sindacalizzazione.
Respingiamo la precarizzazione, la terziarizzazione e vogliamo che si superi il lavoro informale con l’inclusione, e che non siano mai utilizzati persecuzione e repressione.
Sosteniamo anche la causa dei migranti, delle persone costrette a spostarsi, dei rifugiati. Chiediamo con forza ai governi dei paesi ricchi che deroghino da tutte le norme che prevedono trattamenti discriminatori contro di loro e che vengano stabilite forme di regolarizzazione che eliminino il lavoro schiavo, il traffico di esseri umani e lo sfruttamento del bambini.
Spingeremo verso forme alternative di economia, tanto in aree urbane che in zone rurali. Vogliamo un’economia popolare e sociale comunitaria che protegga la vita delle comunità e che la solidarietà prevalga sul profitto. Per questo è necessario che i governi sostengano gli sforzi che provengono dalle basi sociali.

4. Migliorare i nostri quartieri e costruire abitazioni dignitose
Denunciamo la speculazione e la mercantilizzazione dei terreni e dei beni urbani. Respingiamo gli sgomberi forzati, l’esodo e la crescita degli agglomerati marginalizzati. Respingiamo qualsiasi tipo di persecuzione giudiziaria contro chi lotta per una casa per la sua famiglia, perché riteniamo che l’abitazione sia un diritto umano fondamentale che deve avere carattere universale.
Esigiamo politiche pubbliche partecipative che garantiscano il diritto alla casa, all’integrazione urbana dei quartieri marginalizzati e l’accesso integrale all’habitat per edificare case con sicurezza e dignità.

5. Difendere la Terra e la sovranità alimentare
Vogliamo la riforma agraria integrale per distribuire la terra in modo giusto e equo. Richiamiamo l’attenzione dei popoli verso la nascita di nuove forme di accumulazione e speculazione su terra e territorio, trattati come merci, legati all’agrobusiness che promuove la monocultura distruggendo la biodiversità, consumando e contaminando l’acqua, facendo spostare popolazioni contadine e utilizzando veleni agricoli che contaminano gli alimenti.
Riaffermiamo la nostra lotta per l’eliminazione definitiva della fame, per la difesa della sovranità alimentare e per la produzione di alimenti sani. Rifiutiamo con forza la proprietà privata dei semi da parte dei grandi gruppi industriali, così come l’introduzione di prodotti transgenici, che sostituisco quelli nativi, poiché distruggono la riproduzione della vita e della biodiversità, creano dipendenza alimentare e causano effetti irreversibili sulla salute degli essere umani e sull’ambiente. In questo senso riaffermiamo la difesa delle conoscenze tradizionali dei popoli indigeni in relazione all’agricoltura sostenibile.

6. Costruire la pace e la cultura dell’incontro
Ci impegniamo, a partire dalla vocazione pacifica dei nostri popoli, a intensificare le azioni collettive che garantiscano la pace tra tutte le persone, i popoli, le religioni, le etnie e le culture.
Riaffermiamo la pluralità delle nostre identità culturali e tradizionali che devono convivere armoniosamente senza che alcune si sovrappongano sulle altre. Noi ci leviamo contro la discriminazione della nostra lotta, perché stanno criminalizzando i nostri costumi.
Condanniamo qualsiasi tipo di aggressione militare e ci mobilitiamo perché cessino immediatamente tutte le guerre e le azioni destabilizzatrici o i colpi di Stato che attentano alla democrazia e alla volontà dei popoli liberi. Rifiutiamo l’imperialismo e le nuove forme di colonialismo, militari, finanziarie o mediatiche. Ci pronunciamo contro l’impunità dei potenti e a favore della libertà dei lottatori sociali.

7. Combattere la discriminazione
Noi ci impegniamo a lottare contro qualsiasi forma di discriminazione tra esseri umani, sia per differenze etniche, colore della pelle, genere, origine, età, religione o orientamento sessuale. Tutte e tutti, donne e uomini dobbiamo avere gli stessi diritti. Condanniamo il maschilismo, qualsiasi forma di violenza contro la donna, in particolare il femminicidio e gridiamo: Non una di meno!

8. Promuovere la libertà di espressione
Promuoviamo lo sviluppo dei mezzi di comunicazione alternativi, popolari e comunitari, di fronte all’avanzare dei monopoli mediatici che nascondono la verità. L’accesso all’informazione e alla libertà di espressione sono diritti dei popoli e fondamento di qualsiasi società che si pretenda democratica, libera e sovrana.
La protesta è una forma legittima di espressione popolare. E’ un diritto e quelli che lo esercitano non devono essere perseguitati.

9. Mettere scienza e tecnologia e servizio dei popoli
Ci impegniamo a lottare perché scienza e conoscenze siano utilizzate a servizio del benessere dei popoli. La scienza e la conoscenza sono conquiste di tutta l’umanità e non possono essere a servizio del profitto, dello sfruttamento, della manipolazione o dell’accumulazione di ricchezze da parte di alcuni gruppi. Vogliamo che le università si riempiano di gente e le conoscenze siano orientate a risolvere i problemi strutturali più che a generare ricchezze per le grandi corporation. Vogliamo denunciare e controllare le multinazionali farmaceutiche che, da un lato lucrano espropriando conoscenze millenarie dei popoli nativi e dall’altro speculano e generano profitti sulla salute di milioni di persone, mettendo gli affari prima della vita.

10. Respingiamo il consumismo e sosteniamo la solidarietà come progetto di vita
Sosteniamo la solidarietà come progetto di vita personale e collettiva. Ci impegniamo a lottare contro l’individualismo, l’ambizione, l’invidia e l’avidità che si annidano nella nostra società e spesso in noi stessi. Lavoreremo instancabilmente per sradicare il consumismo e la cultura dello spreco. Continueremo a lavorare per costruire ponti tra i popoli che ci permettano di abbattere i muri dell’esclusione e dello sfruttamento.

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