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La chiesa di Francesco dice addio a Roma di F.Peloso

Francesco Peloso
www.internazionale.it

Roma è lontana, lontanissima dall’America Latina profonda visitata nell’arco di una settimana da papa Francesco. Montagne e foreste tropicali, deserti, indigeni, contadini, città marginali negli scenari contemporanei come Quito, La Paz, Asunción, capitali che raramente fanno, come si dice, notizia. Eppure è in questa porzione di mondo in cui si parlano decine di idiomi, in cui coesistono gruppi etnici diversi ma ci si capisce universalmente in spagnolo, in cui la natura conosce varietà sorprendenti, che il papa ha rotto definitivamente gli argini della clausura europea per la chiesa, una chiesa dal volto cupo e ieratico, nostalgico e triste, di chi vive la stagione del declino e del rimpianto.

È in questa porzione di mondo che il papa ha rotto definitivamente gli argini della clausura europea per la chiesa.

Francesco è andato nel cuore del “cono sud”, quello più povero e periferico e lo ha descritto come modello per “la patria grande”, il sogno bolivariano dell’integrazione latinoamericana, e per il mondo globalizzato. Popoli, culture e natura vivono in un delicato e prezioso equilibrio fra loro – è il caso della Bolivia e dell’Ecuador – e i leader figli di queste terre, i politici anomali Morales e Correa, sono interlocutori reali, e se pure commettono errori o incontrano difficoltà nel tentativo di costruire una società più giusta – è stato il messaggio di Francesco – hanno lo stesso rango dei politici dei Paesi ricchi e vanno ascoltati perché rappresentano il mondo nuovo sorto progressivamente in questi decenni in cui la democrazia, e quindi la voce degli esclusi, o degli “scartati” per dirla con Bergoglio, ha cominciato a farsi strada in America Latina dopo l’epoca delle dittature spietate, come quella del Paraguay pure visitato dal papa.

E se ora Francesco tornerà inevitabilmente in un Vaticano che fin dal principio del suo pontificato ha fatto capire di amare poco, gli effetti di questa trasferta sudamericana sono destinati a lasciare il segno anche dentro la chiesa. Se insomma da una parte il pontefice argentino è diventato punto di riferimento per una vasta area di movimenti e personalità della cultura critici verso un modello economico incapace di comprendere al suo interno le comunità, la terra, il senso di solidarietà, la pluralità delle culture e la biodiversità intesa come bene comune, e quindi diritto umano non alienabile da soggetti privati, su un altro versante, quello del cattolicesimo, siamo di fronte a un momento di svolta.

Il doppio “mea culpa”

È nel corso dell’incontro con i movimenti popolari svoltosi in Bolivia che il papa ha detto parole importanti sul ruolo e la storia della chiesa. Ricollegandosi ai “mea culpa” di Wojtyla, Bergoglio ha chiesto perdono “per i crimini commessi contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America”. A questo punto però ha aggiunto un’osservazione significativa: “Insieme a questa richiesta di perdono, per essere giusti, chiedo anche che ricordiamo migliaia di sacerdoti e vescovi, che si opposero fortemente alla logica della spada con la forza della Croce. Ci fu peccato, ci fu peccato e fu abbondante, e per questo chiediamo perdono, e chiedo perdono, però là, dove ci fu il peccato, dove ci fu abbondante peccato, sovrabbondò la grazia mediante questi uomini che difesero la giustizia dei popoli originari”.

Francesco ha poi messo in luce l’impegno di tutti quei religiosi, suore e laici “che anonimamente percorrono i nostri quartieri poveri portando un messaggio di pace e di bene, che nel loro passaggio per questa vita hanno lasciato commoventi opere di promozione umana e di amore, molte volte a fianco delle popolazioni indigene o accompagnando i movimenti popolari anche fino al martirio. La chiesa, i suoi figli e figlie, sono una parte dell’identità dei popoli dell’America Latina”.

È possibile leggere in queste frasi una sorta di secondo “mea culpa”, questa volta tutto interno a una chiesa che aveva negato o rimosso o emarginato, i sacerdoti e i vescovi uccisi perché difendevano gli ultimi? Siamo insomma di fronte alla riabilitazione di una storia trattata per lunghi decenni come fosse un fiume secondario e ambiguo del cristianesimo moderno? È recente la beatificazione del vescovo del Salvador Óscar Arnulfo Romero, vittima degli squadroni della morte e delle oligarchie locali, così come l’apertura della causa di beatificazione di monsignor Enrique Angelelli, ucciso dai militari in Argentina.

Sembra emergere e assumere pienezza una controstoria della chiesa, quella di chi si è schierato dalla parte degli indios e degli oppressi.

Ma le parole del papa dicono appunto qualcosa in più: sembra infatti emergere e assumere pienezza una controstoria della chiesa, quella di chi si è schierato dalla parte degli indios e degli oppressi; è la spinta a riscrivere la storia ufficiale, a definire un nuovo paradigma entro il quale collocare l’evoluzione del cristianesimo. Non si tratta più, dunque, di sottolineare solo l’importanza del singolo martire o del sacrificio di un prete, di una suora, di un laico, è piuttosto l’ingresso, nella storia del cattolicesimo moderno, di quella opzione preferenziale per i poveri, punto d’arrivo del riformismo conciliare in America Latina, che vuole porsi non più sotto ma a fianco, con pari dignità, della tradizione europea. È quindi il “poliedro” bergogliano, preferito alla globalizzazione uniformante, che diventa categoria per leggere anche la fede cattolica, fede per l’appunto universale (cioè non solo, o non innanzi tutto, europea).

Fine della guerra fredda

Molti altri temi rilevanti sono stati sollevati dal papa nel corso del viaggio in America Latina: la denuncia della chiesa “casta”, priva di misericordia, che sa solo condannare i fedeli e non immedesimarsi con la condizione umana; la descrizione di un impegno per mettere “l’economia al servizio dei popoli” partendo dal basso, dai movimenti popolari appunto, il cui primo compito deve essere quello di “difendere la madre Terra”; quindi il richiamo ai diritti umani, il dialogo con i non credenti, il riconoscimento delle donne quale soggetto sociale che ha saputo far sopravvivere Paesi come il Paraguay devastati dalle violenze politiche interne; e ancora, il valore della memoria in realtà sconvolte da dittature, guerre civili, violazioni.

“Un popolo che dimentica il suo passato”, ha affermato Bergoglio al suo arrivo in Paraguay. “La sua storia, le sue radici, non ha futuro, è un popolo secco. La memoria, poggiata saldamente sulla giustizia, libera da sentimenti di vendetta e di odio, trasforma il passato in fonte di ispirazione per costruire un futuro di convivenza e di armonia, rendendoci consapevoli della tragedia e dell’assurdità della guerra. Mai più guerra tra fratelli!” ha detto ancora il papa. In Bolivia ha parlato della memoria dei popoli, una “memoria che si trasmette di generazione in generazione, una memoria in cammino”, dentro la quale si trova anche l’attesa per “una giustizia che non arriva”.

Questo parlare da figlio del continente da parte di papa Francesco, oltre a contenere un messaggio pastorale, è l’affermazione definitiva di una leadership che ora ha messo in mostra, schierato, il suo popolo. Un passaggio d’epoca è ormai compiuto: il papa latinoamericano è il capo di una chiesa uscita definitivamente dalla guerra fredda, dai vecchi conflitti ideologici, che si assume però l’onere di interpretare criticamente i grandi problemi contemporanei, a partire dalla propria biografia rivendicata come biografia collettiva dell’America Latina. Qui, infine, emerge un tema che si può solo accennare: quanto il Concilio Vaticano II, divulgato e conosciuto in Europa quale evento ecclesiale caratterizzato da un dibattito di alto livello fra teologi e uomini di chiesa principalmente europei, sia stato in realtà, e forse soprattutto, un evento sociale latinoamericano. In questa prospettiva, probabilmente, la storia della chiesa moderna ancora deve essere scritta.

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Questo Papa è illusorio e fumoso, perciò pericoloso

don Giorgio De Capitani
www.dongiorgio.it

So di dire cose spiacevoli alla massa della gente comune e anche ai perbenisti atei devoti, ora genuflessi a leccare sempre il culo di Papa Francesco, ma da tempo sostengo che questo Papa, salvandogli neppure una certa buona fede, sta catturando l’opinione pubblica mondiale, con quel suo accattivante modo di porsi, che tradisce in realtà pochezza di sostanza evangelicamente radicale e che nasconde quel tipico atteggiamento menzognero che ha sempre animato il potere della Chiesa.

Qualcuno mi obietta: che volevi? Angelo Scola sul soglio pontificio? Il problema non è la scelta tra Bergoglio, Ratzinger o Scola, alla guida della Chiesa di Cristo. Il problema è la Gerarchia di potere in sé, da cui, volere o no, finché ci sarà, non ci si potrà liberare per fare il rivoluzionario, evangelicamente parlando. Come, perciò, liberarsene? Non certo, facendo il populista, illudendo le masse, e nemmeno facendo il finto innovatore, con il consenso degli intellettualoidi mangiapreti di professione.

Una domanda. Quando Papa Bergoglio lascerà di sua spontanea volontà o se ne andrà a godersi la vita eterna, che cosa resterà del suo populismo acchiappamosche? Solo ceneri? E se anche, così come pensano in tanti, Bergoglio avesse realmente aperto qualcosa di nuovo, la struttura della Chiesa (ecco il problema!) non chiuderà ogni breccia, nominando un nuovo Pontefice, con l’incarico di ristabilire l’equilibrio? Non è successo così a Milano? Dopo Martini e Tettamanzi, chi hanno mandato? E questo è sempre successo nella storia della Chiesa. Uno che chiude, e uno che apre o finge di aprire. E poi, di nuovo, uno che chiude. Ecco l’equilibrio del potere della Chiesa.

Ma la cosa paradossale è questa: quando un papa apre, la gente si illude di avere finalmente un profeta alla sua portata, a cui aggrapparsi per ottenere qualsiasi grazia, e poi se la prende quando arriva un Papa ortodosso (ovvero apertamente in linea con la struttura ecclesiastica) che dice semplicemente: è stata solo illusione! Tornate a casa: la festa è finita!

Perché Bergoglio sta illudendo le masse e gli atei devoti? Semplicemente perché usa un linguaggio accattivante, fa battute che sembrano aperture, batte continuamente sul tasto di una umanità che è della stessa specie di quell’umanesimo di facciata, che vive di equivoci: lo stesso l’umanesimo stile ciellino, di cui parla continuamente Angelo Scola.

Per un verso, Papa Francesco si appella ai buoni sentimenti, distribuendo ogni giorno a piene mani carezze umanitarie, e dall’altra si tiene ben stretti quei Movimenti ecclesiali che si credono fiammelle sempre ardenti dello Spirito santo.

Ho sentito in parte ciò che il Papa ha detto ai fanatici del Rinnovamento nello Spirito. Cose da far paura! Però è riuscito ancora una volta a nascondere la sua grettezza evangelica e ad accalappiare il consenso dei soliti devoti mass media, tirando fuori dal cilindro due cosette ad effetto immediato: il leader non deve essere a vita, e il demonio passa attraverso il portafogli.

Tra parentesi. Forse non c’è mai stato un Papa che abbia parlato del demonio come Bergoglio, ma ai grandi mass media ciò è irrilevante. Ma con Papa Benedetto XVI non si comportavano così! Lo bastonavano, anche quando anticipava le cose che oggi Papa Francesco dice, tra gli osanna generali.

In sintesi, la mia utopia, ovvero il credere in un’altra possibilità di vivere il Vangelo, non mi toglie quel sano realismo che non mi fa perdere la testa appena un gerarca (il papa rimane in ogni caso un gerarca!) vuole spalancare porte e finestre. Accetto pure che la Chiesa cammini con il suo passo, sperando tuttavia che proceda verso l’Umanità integrale, ma mi fa paura quando un papa spinge troppo l’acceleratore, illudendo le masse, per lasciarle poi, come sempre, con il sedere per terra.

Comunque, non starò mai dalla parte del potere, sia che cammini con il suo passo, e tanto meno che finga di farsi nostro amico o fratello. La mia vocazione sta nell’essere vigile: la menzogna è sempre di casa, sia che le porte rimangano chiuse, sia che si aprano, ma sul vuoto di un falso progresso.

1 comment

antonio vermigli venerdì, 24 Luglio 2015 at 09:35

Caro don Giorgio,
sottoscrivo la tua valutazione sul potere e sul cosa verrà dopo a cambiare. Ricordo anceh il suo non coraggio a rinnovare la CEI, lascinado libertà ai vescovi di rinnovare l’incarico a Bagnasco…
Credo altresì che sia fondamentale che il popolo di Dio si muova con forza nelle realtà locali per ipotizzare un cambiamento. Senza la poresa di coscienza di laici, preti e vescovi locali, sicuramente tutto andrà in malora, con il suo dipartire…

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