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Sinodo: l’amore vale più della legge di ComunitàBadiaFiesolana

Comunità della Badia Fiesolana
Adista Segni Nuovi n° 25 del 11/07/2015

Il Sinodo rappresenta, per il modo con il quale è stato convocato, per la libertà con la quale si è svolta la discussione, per il fatto di aver voluto interpellare tutto il popolo di Dio, una grande novità dalla quale ci sentiamo interpellati. Ci sono però alcuni punti problematici che vorremmo esplicitare.

Nel testo spesso si trova un linguaggio che rivela la convinzione di possedere la verità sul matrimonio così come è proposto dalla dottrina e tradizione cattolica. L’ascolto esige la necessità della disponibilità ad un ripensamento e ad una verifica di tale dottrina e tradizione, all’interno di un mondo che è secolarizzato e non più cristiano per tradizione culturale. La verità non è solo quella che viene da una tradizione; ascolto significa anche ricerca e tentativo di comprendere realtà diverse e complesse. Non sembra ci sia un’adeguata consapevolezza della distanza rispetto alla vita quotidiana degli uomini e donne contemporanei.

Matrimonio e indissolubilità

Alcuni di noi sottolineano che è bene che la Chiesa riproponga l’indissolubilità come modello, insieme all’invito ad approfondire la realtà della vita di coppia e del matrimonio. Il cristianesimo ha sempre assunto temi fondamentali della cultura del tempo; è necessario questo processo anche per ripensare il matrimonio oggi. C’è una dimensione escatologica del matrimonio come spinta ad una comunione con l’amore che Cristo ha dato ad ogni essere umano, della incarnazione di Gesù con l’umanità; quell’amore è il valore ultimo al quale tendere, ma noi siamo nella storia e nella storia c’è anche il fallimento. È necessario fare i conti con questa fragilità che è di tutti noi. Per questi motivi il cammino penitenziale è per tutti. La Chiesa cosa propone? L’applicazione di un precetto o la sua parola di misericordia? Non è utile una nuova precettistica per quanto di apertura, ma lo spazio per un cammino, per un percorso. Chi abilita a questo percorso? Alcune eccezioni sono state validate fin dal I secolo. Nella Chiesa c’è, ci deve essere un percorso all’interno della comunità, senza individuare paletti oggettivi, come l’esclusione dai sacramenti per i divorziati, ma valorizzando la comunità, i sacerdoti come aiuto nel cammino personale. Il diritto canonico ha assunto un rilievo così importante da porre in secondo piano il Vangelo; ma questo ripensamento deve avere come asse centrale l’essere credenti in un mondo profondamente secolarizzato.

Uno di noi ci legge un testo del teologo-esegeta Xavier Alegre, nel quale, analizzando l’atteggiamento di Gesù e le sue parole e interpretandole all’interno del contesto nel quale sono collocate, si sottolinea che «Gesù nel Vangeli non assume mai un atteggiamento legalista»; la misericordia è la caratteristica di Gesù. Le parole sull’indissolubilità del matrimonio vanno lette in riferimento alla subalternità della moglie nel rapporto coniugale di quel tempo e per denunciare il diritto matrimoniale dell’epoca che consentiva solo al marito di prendere l’iniziativa di divorziare: «Gesù si rifà alla volontà originaria di Dio che difendeva come ideale l’amore indissolubile tra marito e moglie», e inoltre «Gesù parla poco del matrimonio e della sessualità, mentre la denuncia dei pericoli della ricchezza fu un aspetto fondamentale della sua predicazione, soprattutto nel Vangelo di Luca».

Si richiama il dettato evangelico sull’indissolubilità, ma andrebbe anche ripreso il discorso complessivo di Cristo nel Nuovo Testamento. Molti, come il teologo Giannino Piana, hanno sottolineato che per comprendere adeguatamente quei brani andrebbe ripresa la distinzione della teologia morale tra norma precetto e norma escatologico-profetica. C’è chi sottolinea che con il dilagare della secolarizzazione della società è sempre minore il numero di coppie che segue i criteri “consigliati” dalla Chiesa per una procreazione mirata, e questo perché presuppongono calcoli che possono togliere all’affettività quella spontaneità naturale che si esprime nell’unione fisica e non solo nell’atto sessuale.

Sessualità e legge naturale

I temi della naturalità del matrimonio e il richiamo alla legge naturale pongono una serie di interrogativi: c’è un’evoluzione, anche secondo l’interpretazione scientifica dello sviluppo della natura, che ha evidenziato un processo complesso di umanizzazione, di cui è impossibile non tenere conto. La legge naturale ha un suo andamento storico, antropologico: per molti secoli è stata considerata naturale la schiavitù, e la Chiesa non ha sollevato alcuna obiezione; ancora oggi in Africa è molto diffusa l’idea che la poligamia sia una norma naturale. Sul piano storico poi non si possono dimenticare le modalità anche molto diverse che ha assunto il matrimonio nei secoli. L’attuale forma di celebrazione del matrimonio deriva dal modello tridentino.

È possibile fare alcune analogie con altre norme, come «non uccidere». Il valore di questo comandamento è stato inteso inizialmente in senso escatologico-profetico, mentre in seguito è stata legittimata ogni forma di guerra con la categoria di «guerra giusta». Sarebbe importante comprendere perché su alcune norme si è relativizzato il messaggio e su altre si è assunto un atteggiamento molto rigido. Gli studi sui primi secoli cristiani hanno permesso di comprendere il formarsi di queste tradizioni e la pluralità di linee diverse che erano presenti. Allora, per ripensare adeguatamente il tema del matrimonio è necessario che si assuma una prospettiva antropologica che tenga conto del rilievo fondamentale della sessualità nella identità della persona e della modifica radicale della figura della donna. Non sembra ci siano elementi di queste valorizzazioni nelle domande proposte nel questionario allegato ai Lineamenta. Si ha la sensazione che la gerarchia veda la sessualità sempre come un fattore negativo. Il richiamo alla famiglia di Nazareth, che era un famiglia molto sui generis, non può essere un modello, né nel Nuovo Testamento ci sono elementi che indichino quell’unico modello di famiglia. La durezza spesso dimostrata verso i divorziati non corrisponde in nessun modo alla misericordia evangelica; molti sono i brani che si potrebbero richiamare. C’è inoltre una rigidità del diritto canonico che su questo piano non è stato adeguato alle riflessioni del Vaticano II, ma che sembra piuttosto seguire le norme e le modalità del Codex del 1917 e del Vaticano I. Non a caso Giovanni XXIII aveva progettato insieme al Vaticano II la riforma del Codice, come è stato osservato da diversi autori. La dichiarazione di nullità e le cause relative non sono un modo per risolvere il problema dei divorziati, anche se fossero gratuite. Il richiamo alla prassi della Chiesa ortodossa, che in alcuni casi permette il secondo matrimonio, può essere un modello, ma andrebbe tenuto presente anche l’esempio delle Chiese dei primi secoli, come è stato messo in rilievo anche dal card. Kasper, richiamando gli studi di Giovanni Cereti.

Il richiamo poi alla Humanae vitae non andrebbe riproposto in alcun modo. Già al momento della promulgazione della enciclica, Paolo VI fece sottolineare che non era né infallibile, né irreformabile. Quel testo sul tema della contraccezione “naturale”, che assumeva un’immagine molto rigida del concetto di natura, seguiva l’opinione di una esigua minoranza dei teologi della Commissione pontificia e molti episcopati ribadirono che i coniugi sarebbero stati in ultima istanza gli unici giudici su modalità e tempi di attuazione della loro “paternità responsabile”. Già nel sinodo del 1980 molti padri sinodali sottolinearono che la gran maggioranza dei coniugi non seguiva quelle norme. È stata una enciclica che non ha avuto una ricezione ecclesiale. Evidenziava un’immagine della natura e della legge naturale che derivava da una tradizione filosofico-teologica tomista e che non corrisponde alle modalità con le quali si può porre in modo accettabile il problema dei rapporti di coppia. Va ricordato il giudizio severo del card. Martini su questa enciclica, quando in Conversazioni notturne a Gerusalemme sottolineava i limiti e le conseguenze negative di quel tipo di pastorale.

Omosessuali

Si continua ad invocare un’immagine della natura così rigida che non li accoglie perché i loro atteggiamenti sono ritenuti innaturali, mentre essi propongono un’immagine, un modo di essere che sentono come naturale, ma diverso da quelloo della maggioranza. Inoltre, se il legame di coppia è in primo luogo contraddistinto dall’amore (cfr. Gaudium et spes), forse si può pensare che non debba essere così duramente giudicato e rifiutato l’amore tra due persone dello stesso sesso, continuando a parlare di innaturalità. Alcuni fanno notare che la Chiesa, spesso, giudica l’amore tra le persone a partire dal loro sesso. Se dal sesso si passa a parlare dell’amore, dell’affettività, allora può essere ripensato tutto l’impianto della condanna. Inoltre le norme e gli atteggiamenti educativi proposti dalla Chiesa verso i giovani e nella formazione dei sacerdoti sono sembrati a volte caratterizzati da impostazioni sessuofobiche, misogine e maschiliste; e così sono stati giudicati anche da credenti.

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