Home Chiese e Religioni Perché la secolarizzazione avanza ma l’egemonia cattolica non declina di PP.Caserta

Perché la secolarizzazione avanza ma l’egemonia cattolica non declina di PP.Caserta

Pier Paolo Caserta
www.italialaica.it

Secondo un’opinione abbastanza diffusa tra i laici, il clericalismo sarebbe ormai una tigre di carta. Eppure in Italia si fatica enormemente a partorire una normalissima legge che garantisca i diritti fondamentali delle coppie omosessuali e che, qualora vedesse la luce nella forma delle civil partnership alla tedesca, sarebbe comunque indietro di un quarto di secolo rispetto alla legislazione in materia dei Paesi a democrazia avanzata. Anche sul fronte dei diritti individuali basati sulla laicità la situazione rimane deficitaria e il Vaticano appare perfettamente in grado di conservare intatti, grazie a politicanti inginocchiati, privilegi ed esenzioni.

A che punto siamo? In realtà credo che se le gerarchie ecclesiastiche continuano ad influenzare profondamente la politica, le ragioni di ciò vadano ricercate e misurate anzi tutto nel profondo e persistente radicamento della chiesa cattolica nel tessuto sociale, nella vita quotidiana, nel modo di vivere.

In molti piccoli centri – che sono il taglio demografico prevalente in mezza Italia – le scuole pubbliche dell’infanzia e primaria sono feudi clericali, ovviamente finanziati con soldi pubblici. La prassi della preghiera prima dell’inizio delle lezioni è dura a morire, nonostante le numerose sentenze di tribunale che stabiliscono chiaramente l’illiceità di officiare riti religiosi nella scuola pubblica.

Che un bambino non frequenti l’ora o le ore – o la giornata- di religione (come mi è capitato di vedere!), è del tutto inusuale. Anche quelli che sarebbero propensi ad optare per l’ora alternativa di solito si autocensurano sotto il ricatto sociale, implicito ma potentissimo, dell’emarginazione del bambino (“ma sarà l’unico a non frequentare, c’hai pensato?”), o devono scontrarsi con la resistenza di molte scuole ad attivare l’ora alternativa.

Come se non bastasse, la religione non si limita affatto all’ora ad essa deputata. Spesso invade l’intera didattica, grazie alla zelante iniziativa di maestrine reazionarie che non comprendono la differenza tra la presunta assolutezza dei propri valori (religiosi) e la garanzia di pluralismo e di laicità della quale la scuola pubblica dovrebbe, per suo mandato costitutivo, farsi carico.

Del resto all’utenza, ai genitori, spesso va benissimo così. Molti non si scandalizzano minimamente se immagini sacre campeggiano in vari angoli della scuola pubblica, né del rito della preghiera puntualmente celebrato nella scuola che dovrebbe essere la scuola di tutti. Non si accorgono della stranezza se l’unico giornale che arriva a scuola in pile ben ordinate è L’Avvenire, organo della Cei, e trovano del tutto normale se, ad apertura dell’anno scolastico, la scolaresca viene portata a ricevere la benedizione del prete (tranne essere in prima linea nel lamentarsi se la scuola pubblica non funziona).

La loro grande preoccupazione, in un numero rilevante di casi – l’ho sentito con le mie orecchie – è il programma: “sono indietro con i programmi”. All’asilo! Così la normalizzazione dell’invadenza religiosa nella scuola pubblica si fonde senza difficoltà con una precocissima ansia prestazionale,connubio dal quale trae sicuro alimento il più mediocre arrivismo. Non di rado le istituzioni locali partecipano del tragico equivoco, lo alimentano contribuendo alla confusione tra conservazione della tradizione e negazione dei diritti.

In alcuni casi l’impronta religiosa è talmente forte da legittimare l’impressione che alcune scuole primarie e dell’infanzia siano più attente alle direttive della diocesi di zona che non a quelle ministeriali. Quando si parla del problema della laicità in Italia si fa riferimento quasi esclusivamente all’invadenza delle gerarchie ecclesiastiche nella politica e alla politica condiscendente che glielo consente.

Questo è del tutto vero, purtroppo. A ben vedere, però, anche questo è il prodotto di strutture antropologiche più profonde e persistenti, che non possono essere nemmeno scalfite dall’oggi al domani. E, soprattutto, non ci si dovrebbe illudere che tramontino spontaneamente sotto l’incedere dei tempi. Di recente ho avuto modo di raccogliere diverse esperienze di provenienza laica, che mi hanno confermato come molti genitori non credenti rinuncino a protestare contro il rito della preghiera e persino a chiedere l’esonero dall’insegnamento della religione cattolica per non rischiare di vedere i propri figli discriminati. I genitori stessi, in molti casi, sono passati a loro tempo per lo stesso viatico “obbligato” di preghierine ed immagini sacre disseminate ovunque.

Contro questo stato di cose non si innalza che qualche flebile lamento, al quale nella maggior parte dei casi non segue alcuna iniziativa concreta. Molto spesso si fa buon viso a cattivo gioco, nella convinzione che l’impostazione religiosa non basterà ad indottrinare il bambino. Su questo, per altro, sono d’accordo: l’educazione genitoriale e l’autonoma maturazione contano molto. La questione mi riguarda anche personalmente avendo una figlia che quest’anno frequenta la prima elementare. Anche per me, non lo nascondo, i dubbi non sono pochi, in compenso di recente hanno assunto una forma più precisa, che provo dunque a presentare brevemente.

Il rischio non è l’indottrinamento dei nostri figli. Piuttosto, tutte le volte che rinunciamo a chiedere i diritti che ci spettano non stiamo fattivamente contribuendo a tenere in piedi, sul territorio, nella vita quotidiana, un’egemonia anacronistica che non declina nonostante l’avanzata della secolarizzazione, e che nei livelli superiori continua a porsi violentemente in conflitto con lo Stato di diritto?

Se si continua, per quieto vivere, per paura di vedere i nostri figli discriminati, a lasciar fare lì dove quell’egemonia inizia e si radica, perché affonda nel senso comune e nel pensiero unico dell’omologazione, come facciamo a lamentarci degli esiti, della mancanza di laicità, della persistente negazione dei diritti? Si può accettare di sottostare ad una condizione di perenne ricatto? Non esiste, qui, un problema enorme e prioritario, se in molti rinunciano a chiedere null’altro se non l’applicazione della legge per paura di ritorsioni psicologiche? E davvero è possibile affrontare l’annoso problema della mancanza di laicità in Italia senza partire da qui?

Quando rinunciamo e stiamo a guardare per evitare discriminazioni nei confronti di uno dei nostri figli, non stiamo forse contribuendo a preservare quel terreno che fa sì che il figlio di qualcun altro sarà discriminato? Un’egemonia può essere intaccata solo a partire dalle sue premesse di fondo,sottraendole i numeri dai quali continua a trarre forza e legittimazione.Possiamo lamentarci se in Italia non ci sono spazi sufficienti per la laicità quando in molti casi siamo noi laici i primi a cedere i nostri spazi,accettando che gli spazi che dovrebbero essere di tutti siano occupati dai simboli e dai riti di una religione?

La scuola pubblica non è il pulpito dal quale recitare il proprio catechismo, quale che sia. La scuola pubblica deve educare alla complessità. Ma non ci si può aspettare che un’egemonia declini da sola. L’Italia rimane un buco nero nella mappa della laicità nell’Europa occidentale. Devono essere i genitori laici, non credenti e credenti di altre religioni a pretendere tutti gli spazi cui hanno diritto, senza timori e senza controproducenti attendismi.

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