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L’equilibrismo dei padri sinodali di L.Kocci

Luca Kocci
il manifesto, 25 ottobre 2015

Dopo due anni di dibattito dentro e fuori le stanze vaticane, la parola chiave uscita dal Sinodo dei vescovi sulla famiglia è «discernimento». Dai padri sinodali che ieri sera hanno votato i 94 paragrafi della Relazione finale, quindi, non è arrivata nessuna proposta netta sui temi spinosi dei divorziati risposati e delle coppie conviventi – più chiare invece, in senso negativo, quelle su coppie omosessuali e contraccezione –, ma una sorta di delega ai vescovi diocesani e ai preti a valutare caso per caso.
È il fallimento del Sinodo e la sconfitta dei riformisti? No, perché la porta, su alcuni aspetti, resta accostata e affidata alle Chiese locali. È allora la sconfitta dei conservatori e la vittoria degli innovatori? No, perché su alcune questioni non c’è stato alcun passo avanti e perché più che di vere e proprie aperture si tratta di “non chiusure”.

In ogni caso l’ultima parola spetterà al papa, perché il Sinodo è un organismo solo consultivo e perché i vescovi, con l’indeterminatezza di molti paragrafi, gli hanno lasciato il cerino in mano. Qualcosa Francesco l’ha già detta, nel suo discorso conclusivo. Ha ribadito la dottrina tradizionale sul matrimonio («tra uomo e donna, fondato sull’unità e sull’indissolubilità»). Ma ha anche pronunciato alcune parole che potrebbero assumere una sorta di bussola per il «discernimento», oppure il preludio ad una prossima Esortazione postsinodale che interpreti le conclusioni del Sinodo. «Il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri», ha detto Bergoglio. «Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio», «i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito, non le idee ma l’uomo». E ancora: bisogna spogliare «i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite».

La relazione finale, approvata dal quorum dei 2/3 dei 265 partecipanti al voto, conferma ovviamente i principi cattolici sul matrimonio «naturale» ed «indissolubile». Ed evidenzia i fattori di crisi della famiglia: cause culturali («esasperata cultura individualistica», «femminismo», «ideologia del gender»), ma anche economico-sociali («povertà», «migrazioni forzate», «conflitti», «sistema economico che produce diverse forme di esclusione sociale», a cominciare dalla mancanza di lavoro).
Quindi passa in rassegna i punti più dibattuti. A partire dalla questione dei divorziati risposati, sulla quale si incoraggia il ricorso al processo per riconoscere la nullità del matrimonio, semplificato da un motu proprio di papa Francesco. «Devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo», occorre «discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate», si legge nel paragrafo 84, approvato con 187 sì e 72 no (quorum 177).

Più controverso il paragrafo successivo: è «compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo», tenendo conto delle diverse situazioni, valutando così «che in alcune circostanze l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate». Pertanto «il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla imputabilità soggettiva», «la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi». Nonostante l’equilibrismo, il paragrafo ottiene solo 178 sì (80 no), segno che la divisione fra i vescovi è profonda. L’ammissione all’eucaristia non è menzionata – come invece per i divorziati non risposati – ma nemmeno negata: l’evidenza della mediazione raggiunta.

Sulle coppie conviventi e sposate solo civilmente, la Relazione finale è interlocutoria. Non le approva ovviamente e tende ad indirizzarle verso il matrimonio cattolico, ma nemmeno le condanna severamente (non a caso sono i due paragrafi che, dopo i divorziati risposati, ottengono meno consensi): anche qui la parola d’ordine è «discernimento». Che invece non vale per la contraccezione artificiale: l’unica ammessa continua ad essere quella naturale prescritta dalla Humanae Vitae di Paolo VI,. E soprattutto non vale per le coppie omosessuali: la persona omosessuale va «rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» (e ci mancherebbe altro); ma «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ovvero quanto già prescritto dalla Congregazione per la dottrina della fede allora guidata da Ratzinger.

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