Home Chiese e Religioni Cereti, Grillo, Petrà sul Sinodo: poteva andare peggio di V.Gigante

Cereti, Grillo, Petrà sul Sinodo: poteva andare peggio di V.Gigante

Valerio Gigante
Adista Notizie n° 38 del 07/11/2015

Del Sinodo che si è appena concluso il tema che ha fatto più dibattere l’opinione pubblica è stato senz’altro quello dell’accesso all’eucarestia per i divorziati risposati. Del resto, è l’unico tema “caldo” del quale si trovi traccia nella Relazione votata dai vescovi e presentata al papa affinché nei prossimi mesi elabori una’Esortazione postsinodale che ne riprenda i contenuti e che porti eventualmente ad una modifica dell’attuale dottrina. Si tratta in particolare di tre paragrafi, il n. 84, il n. 85 e il n. 86, che hanno ricevuto tra i 178 e i 190 voti favorevoli da parte dei padri sinodali, quindi poco sopra il quorum dei due terzi dei voti – 177 – richiesti per l’approvazione. In essi si parla di «discernimento» e «integrazione» dei divorziati e risposati nella Chiesa; eppure – paradossalmente – in tali paragrafi non compare nemmeno una volta la parola “comunione”, né alcun termine equivalente.

Sulla lettura e la valutazione dei risultati raggiunti dal Sinodo su questo specifico problema, Adista ha chiesto un parere a tre delle personalità del mondo ecclesiale che – sul fronte progressista – maggiormente si sono spese negli ultimi anni per una modifica della disciplina ecclesiastica. Quelli che seguono sono i commenti, in ordine rigorosamente alfabetico, di don Giovanni Cereti, teologo ed ecclesiologo, Andrea Grillo, teologo e filosofo, e di Basilio Petrà, teologo ed esperto di morale.

Cereti: un’apertura, ma in chiave paternalistica

La conclusione del Sinodo per quanto concerne il tema della riammissione alla vita ecclesiale ed eucaristica dei divorziati risposati (a proposito della quale è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi anche sui punti più contestati) deve essere giudicata positivamente dopo le previsioni pessimistiche di molti a causa della posizione irriducibile espressa in precedenza da tanti padri sinodali e da alcuni episcopati locali.

La lettura dei paragrafi dedicati a coloro che si trovano in questa condizione lascia tuttavia la sensazione di un atteggiamento paternalistico non rispettoso nei confronti di cristiani che pure dovrebbero essere adulti. Il fatto più importante resta comunque che grazie a questo Sinodo ora si può discutere apertamente nella Chiesa di questo problema. Il discernimento ecclesiale potrà chiarire non solo la situazione delle singole persone, ma soprattutto quella che è la vera dottrina della Chiesa: è quella dei primi secoli – quando si sapeva che il Signore ha detto «ciò che Dio ha unito l’uomo non deve separare», ma si sapeva anche che ha detto: «A coloro cui rimetterete i peccati saranno rimessi» (consentendo pertanto ai fedeli anche se peccatori la possibilità di un nuovo inizio) – oppure è quella propria della Chiesa cattolica latina del secondo millennio che, svalutando il sacramento della penitenza, richiede il passaggio attraverso i tribunali ecclesiastici o il vivere “come fratello e sorella” in una eventuale seconda unione? Noi non dubitiamo delle conclusioni alle quali potrà giungere col tempo la ricerca storica e il discernimento della comunità cristiana.

Grillo: il Sinodo dei pastori ridimensiona quello dei farmacisti (e dei lupi)

Il bilancio è positivo, ma non si può far sul “testo”, bensì sull’evento e sulla sequenza. Mi spiego: se noi giudicassimo i due anni di lavoro semplicemente dal testo elaborato dalla Commissione redazionale e poi approvato dai due terzi dei votanti, saremmo costretti ad ammettere che “non ne valeva la pena”. Ma questo, appunto, sarebbe un giudizio fuori luogo, che non tiene conto della natura “procedurale” del documento approvato. Potremmo quasi dire che era più importante una “approvazione piena” rispetto al contenuto. In effetti, per ottenere la prima, il secondo è stato attenuato, ridotto ed edulcorato in molti modi. Ma anche in questo caso, non possiamo non notare che rispetto a questi contenuti piuttosto ridotti, il tono e lo stile della Relatio è per lo più pacato, sereno, positivo. Tutto questo rende possibile che, grazie a questo passaggio, il testo finale, quello veramente definitivo di tutto il percorso, ossia l’Esortazione apostolica di Francesco, possa fare una sintesi creativa, introducendo tutta quella profezia e quella parresia che nel testo della Relatio fa tanta fatica ad emergere.

Questa diversificazione di ruoli, tra vescovi e papa, ha avuto tutto un suo decorso complesso, anche drammatico, ma alla fine ha permesso di arrivare ad una reale apertura. L’equilibrio inaugurato, ma anche congelato, da Familiaris Consortio può ora essere superato. E non solo nel proporre soluzioni ragionevoli e illuminate per le “condizioni irregolari”, ma anche per formulare la “dottrina del matrimonio cristiano” in un quadro meno compromesso da pregiudizi settari, da nostalgie del potere temporale, da linguaggi solo giuridici o da disattenzione per le storie e per le coscienze. Una teologia e una disciplina del matrimonio “dopo Dignitatis Humanae” oggi non è più un sogno. Anche se qualcuno potrà restarci male e protestare. Come ha detto il card. Francesco Montenegro di Agrigento, un proverbio rumeno già lo prevedeva: “Quando la carovana si mette in moto, i cani abbaiano”.

Petrà: un testo variamente interpretabile

La Relazione finale (=RF) del Sinodo integra, al n. 82, i due recenti motu proprio del papa che facilitano in vario modo il riconoscimento di nullità: ciò va senz’altro incontro a numerosi divorziati risposati. A coloro i quali non è possibile l’accesso alla nullità la RF dedica i paragrafi 84-86, il primo con indicazioni abbastanza chiare a differenza degli altri due. Per il n. 84, infatti, la Chiesa deve accompagnarli con una «logica dell’integrazione», giacché non sono scomunicati e non devono sentirsi tali, superando sapientemente alcune disposizioni che in questo momento li escludono da vari servizi ecclesiali. Nei paragrafi 85 e 86, poi, si affronta la questione dell’ammissione alla comunione dei divorziati risposati. Non è ricordata esplicitamente ma di fatto ci si riferisce ad essa. Nel n. 85 si parla della via del discernimento che «le persone interessate» sono chiamate a fare, accompagnate dai presbiteri secondo le indicazioni dei vescovi e la dottrina della Chiesa. Tale via include un serio «esame di coscienza» (con «momenti di riflessione e di pentimento») riguardo al fallimento coniugale e all’impatto della nuova relazione. I presbiteri che li accompagnano devono avere chiari i princìpi sui limiti della imputabilità morale delle azioni e delle decisioni. Una simile «presa di coscienza» può aiutare «questi fedeli» – insieme al «colloquio, in foro interno», con il sacerdote – a formarsi un corretto giudizio di coscienza su quel che devono fare per essere fedeli a Dio con verità nella loro situazione (n. 86). Tutto ciò in condizioni di «umiltà, riservatezza, amore della Chiesa» ecc. Questi due paragrafi, nei quali quasi nulla rimane della via penitenziale o della comunione spirituale, presentano una proposta simile a quella dei vescovi dell’Alto Reno del 1993 usando però un linguaggio meno chiaro, poco esplicito e variamente interpretabile, dal quale si possono trarre conclusioni a favore dell’ammissione all’eucaristia come a sfavore.

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