Home Chiese e Religioni Celibe o non celibe, più che il prete conta la comunità. Congresso internazionale dei preti sposati di E. Cucuzza

Celibe o non celibe, più che il prete conta la comunità. Congresso internazionale dei preti sposati di E. Cucuzza

Eletta Cucuzza

www.adistanews.it 9 Nov. 2015

Tratto da: Adista Notizie n° 39 del 14/11/2015

38332 GUADARRAMA-ADISTA. “Sacerdoti in comunità adulte”: questo il tema del Congresso internazionale della Federazione Europea dei preti sposati (Guadarrama, a nord di Madrid, 29 ottobre-1° novembre), sviluppato analizzando esperienze già in essere e valutate positivamente per il rinnovamento della Chiesa verso un modello comunitario. Cambiamento che è necessario e urgente, perché le sfide che attualmente si pongono all’essere umano possono essere affrontate solo nella collaborazione. Il modello di cristianità imperante, si legge nel comunicato finale, «è sfasato, (estemporaneo) se non esaurito», spesso un «ostacolo per vivere i valori evangelici».

Un centinaio, provenienti da 15 Paesi, i preti sposati cattolici che hanno animato il Congresso, finalizzato ad un bilancio della quarantennale attività dei movimenti di preti sposati e a 10 anni dalla costituzione della Federazione internazionale. «Il nostro percorso come collettivo – si legge nel comunicato – ha via via ampliato la prospettiva iniziale che era centrata sul celibato andando verso l’approfondimento di un modello di sacerdote non clericale e verso un tipo di Chiesa non ostinatamente centrata su un prete esclusivamente maschio, celibe e chierico». Il movimento ha «sperimentato e compreso che l’asse della trasformazione non sta nel prete – celibe o non celibe: non è questa la sfida principale –, né nella gerarchia ecclesiastica, ma nelle caratteristiche della comunità: solo le comunità adulte, mature, possono condurre la trasformazione strutturale necessaria e urgente. La struttura attuale tende a perpetuare l’immobilismo e il cambiamento formale senza andare al fondo».

Sacerdoti di comunità

«Queste comunità adulte, già esistenti, talvolta ignorate, tal’altra perseguitate – precisa il documento – sono comunità i cui componenti vivono l’uguaglianza, la corresponsabilità, la fraternità e la sororità, senza girare intorno ad una figura, il prete, che lungo la storia ha accentrato sulla sua persona tutti i compiti e le responsabilità. (…) Non vivono nell’obbedienza, ma nella creatività», e sono in grado di «eleggere e distribuire compiti e servizi e ministeri alle persone che considerano più preparate e adeguate per ciascun compito, senza distinzione di sesso o di stato civile». «Abbiamo incontrato comunità di questo tipo e ne facciamo parte. Non sono una chimera, ma una realtà»; «siamo decisi a continuare la lotta perché siano ogni giorno più numerose ed autentiche».

«Non è una scommessa facile», è la conclusione del comunicato congressuale; «siamo coscienti della sua problematicità, in qualche occasione al limite dell’illegalità, tuttavia non per capriccio arbitrariamente, ma per fedeltà a valori profondamente evangelici».

Comunità e sacerdote

L’accento sulla stretta relazione fra comunità di appartenenza e sacerdote, se è fortemente marcato nelle conclusioni del Congresso internazionale, non rappresenta certo una novità. È un concetto sul quale lo stesso papa Francesco ha chiesto ai vescovi di riflettere e fare proposte, a partire dai viri probati, persone di provata fede e di riconosciuta dignità (v. Adista Notizie n. 16/14). E la Conferenza episcopale brasiliana (Cnbb) ha costituito una commissione per studiare tale possibilità sotto la presidenza del card. Claudio Hummes, già vescovo di São Paulo (v. Adista Notizie n. 9/15). Il papa è a conoscenza anche della proposta del vescovo emerito di Aliwal (Sudafrica), mons. Fritz Lobinger, sui presbiteri di comunità, persone certamente “probate”, formate per l’ordinazione sacerdotale dalle loro stesse comunità di appartenenza e che svolgerebbero il ministero all’interno di esse, e magari solo per determinati periodi di tempo. A questi sacerdoti “a tempo” non è richiesto ovviamente né di abbandonare il lavoro, né di rimanere celibi (v. Adista Notizie n. 45/14).

Sono circa 90mila i preti che hanno dovuto lasciare il ministero sacerdotale perché hanno scelto di sposarsi. «Sono moltissimi – osserva il quotidiano spagnolo El País nel dare notizia del Congresso della Federazione internazionale europea (1/11) – se si tiene conto che la Chiesa cattolica al 2014 poteva contare su 413.418 sacerdoti per 1 miliardo e 214 milioni di fedeli», nella proporzione di 2.939 per sacerdote e 236.555 per vescovo.

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