Home Chiese e Religioni Firenze 2015: «Non guardiani della fede, ma collaboratori della gioia» di V.Gigante

Firenze 2015: «Non guardiani della fede, ma collaboratori della gioia» di V.Gigante

Valerio Gigante
Adista Notizie n° 40 del 21/11/2015

Sui temi legati al Convegno ecclesiale di Firenze Adista ha posto alcune domande a don Andrea Bigalli, parroco di S. Andrea in Percussina (S. Casciano Val di Pesa), referente di Libera per la Toscana, delegato al Sinodo per la diocesi di Firenze, oltre che amico e collaboratore della nostra testata. Di seguito, l’intervista.

Il discorso del papa arriva a 30 anni da quello che Wojtyla pronunciò a Loreto. Al di là dei contenuti, che sono diversissimi, non c’è dubbio che in entrambi i casi si è trattato di interventi destinati a condizionare fortemente i lavori delle due assise. Secondo te è stata una scelta giusta quella di incentrare tutta la giornata dell’11 sulla figura di papa Francesco?

Non vedo questa contraddizione. Penso infatti che sia molto meglio proporre all’assemblea un punto di vista chiaro, manifesto, come ha fatto papa Bergoglio, che orientare la preparazione dei lavori, oppure intervenire a lavori già avviati per condizionarne le scelte, per condizionarli secondo una linea diversa da quella risultata maggioritaria in assemblea. E che magari è stata decisa nella Curia vaticana o dalla presidenza della Cei. Inoltre, il papa ha concluso l’intervento affidando esplicitamente tutte le sue considerazioni alle valutazioni dell’assemblea. Ho trovato inoltre molto centrato il suo intervento. Ricco di sapienza pastorale e teologica. Il pericolo per la Chiesa di una deriva “pelagiana” o “gnostica” risponde assai bene alle accuse di chi sostiene che Bergoglio non abbia spessore teologico.

Dagli orientamenti emersi dal dibattito assembleare quali novità cogli?

Innanzitutto l’ansia di una svolta netta. Di un cambiamento sostanziale. Soltanto qualche anni fa il termine “riforma” avrebbe creato problemi anche solo a pronunciarlo. I passaggi in cui Bergoglio ha sottolineato questa necessità utilizzando anche l’espressione ecclesia semper reformanda sono stati tutti accolti in assemblea da grandi applausi. Poi ho notato una forte esigenza a tornare allo spirito conciliare di un rapporto con il mondo che si orienti secondo altre dinamiche rispetto a quelle recenti. Cioè declinandosi nei termini dell’accoglienza della diversità, non del sospetto, della condanna o della preclusione verso di essa. Di una Chiesa cioè che innanzi tutto accoglie. Poi semmai valuta ed eventualmente giudica. Ma giudica sempre e comunque le opinioni, mai le persone. Mi pare inoltre che emerga forte da questo Convegno l’esigenza per la Chiesa di declinarsi sempre più in termini sociali, non certo abbandonando il tradizionale approccio all’individuo, ma articolando – assieme alla consueta riflessione del peccato individuale – anche quella del peccato sociale. Altrimenti il rischio è di rimanere fermi all’interno di un sistema dottrinario e teologico che continua a sostenere che la sfera sessuale possa portare le persone a commettere peccato mortale, a condannarsi alla dannazione. Con il paradosso che l’atto masturbatorio di un adolescente sia moralmente equiparato per gravità ad un tentativo di omicidio. Inoltre, lo stile di vita a cui aderire all’interno della Chiesa va di pari passo con tutte queste riflessioni. Gli attici dei cardinali e il modo con cui anche a Firenze vivono tanti ecclesiastici sono ormai inconcepibili per la maggior parte dei credenti.

Proprio in questa prospettiva, non ti pare – anche alla luce delle rivelazioni dei libri di Nuzzi e Fittipaldi – che il papa, al di là delle sue stesse intenzioni, si possa rivelare l’utile foglia di fico di un sistema che finora non ha mostrato la minima voglia di auto-riformarsi?

Questo pericolo lo vedo chiaramente. Credo che le speranze di rinnovamento risiedano oggi soprattutto nella responsabilità del popolo di Dio. E temo quindi assai di più dei comportamenti dei vertici della Chiesa una certa clericalizzazione che vedo farsi strada nel laicato cattolico; che rischia di consegnarci nei prossimi anni delle realtà di Chiese locali in cui il parroco è molto più avanti, in termini teologici e pastorali, del proprio popolo. Intendo dire che se i fedeli non colgono l’urgenza di alcune questioni ecclesiali, come quelle poste da papa Francesco, non premono sui loro pastori in merito a temi cruciali come l’accoglienza, il diritto d’asilo, la solidarietà, la povertà evangelica, o rispetto al modo stesso di celebrare le nostre liturgie, di organizzare la nostra pastorale; se non si affrontano insomma a partire dalla base ecclesiale certi nodi dirimenti nella vita della Chiesa, allora sì, credo che il tentativo di Bergoglio possa essere facilmente neutralizzato. In ultima analisi la questione vera è la possibilità stessa di realizzare la Gaudium et Spes. Cioè a dire che noi cristiani non siamo chiamati a giudicare il mondo, ma a viverlo con pienezza, portando in esso la gioia e l’attenzione verso i più bisognosi. Allo stesso modo, continuo a pensare che l’identità del cristiano si misuri sulla II Lettera ai Corinzi: «Noi non vogliamo essere i guardiani della vostra fede, ma i collaboratori della vostra gioia». E devo dire che finalmente sento nuovamente circolare in ambito ecclesiale la parola “gioia”.

Betori ha ricordato don Milani, don Facibeni, La Pira, il card. Dalla Costa. Ma gli eredi di quella stagione conciliare non hanno ancora cittadinanza nei convegni ecclesiali e nella stessa Chiesa istituzionale in generale. Non è una contraddizione?

Questo è l’orizzonte che dobbiamo tenere presente nei prossimi anni. Anche perché se ci si proietta verso l’esterno, inevitabilmente il dialogo aperto e sereno che si intende instaurare con il mondo contemporaneo finirà per portare con sempre maggiore urgenza alcune tematiche che riguardano la vita dei credenti e dei non credenti anche dentro il nostro tessuto ecclesiale. Quindi sarà necessaria una particolare accortezza e sensibilità per ascoltare e recepire anche queste esperienze, che alcuni hanno profeticamente intuito già nei decenni passati dentro le nostre Chiese locali. Del resto, credo che tale necessità sarà presto evidente anche per chi vive oggi un orizzonte teologico e pastorale di tipo tradizionale. Faccio un esempio: se una coppia di omosessuali – e su questo il papa nei mesi scorsi è stato molto chiaro – mi porta il proprio figlio a battezzare, io cosa faccio? È ovvio che lo battezzo, come la Chiesa ha sempre insegnato di fare. Ma dopo averlo battezzato, non cercherò anche di entrare in dialogo con la coppia che si prende cura di questo figlio, facendomi interpellare dalle richieste che queste persone, credenti esse stesse, fanno alla Chiesa? Perché o queste persone le si fa sedere intorno ad un tavolo e gli si dice che sono destinati alla dannazione eterna – e allora non solo si affermerebbe qualcosa di falso, ma anche di profondamente antievangelico – oppure si entra in una logica di ascolto vero. Che non può considerare la famiglia in un senso ideologico e unicamente fondato sulla sessualità e sulla riproduzione come è stato sino ad oggi. Anche perché la Chiesa conosce da secoli forme di famiglia, intese come comunità, fraternità, esperienze di vita comune. Come può quindi ignorare la richiesta di riconoscimento di relazioni che escono dalla mera sfera dell’unione fondata sulla differenza sessuale?

Infine: alle domande che vengono dal mondo che ci circonda si possono dare risposte efficaci anche senza stravolgere la tradizione, purché sia la tradizione quella vera. Faccio un altro esempio: alcuni settori della Chiesa hanno fatto un gran can can per le conclusioni del Sinodo, ma la consegna a vescovi e parroci della facoltà di discernere su alcune questioni è una acquisizione della Chiesa sin dal Medioevo. E lo stesso papa Ratzinger aveva più volte espresso la necessità di riflettere su alcune tematiche particolarmente urgenti nella vita della Chiesa, come quella della validità di alcuni matrimoni celebrati in chiesa sfociati poi in separazioni e divorzi.

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