Home Chiese e Religioni «Attaccano Francesco, ma l’obiettivo è il Vaticano II» di G.Galeazzi

«Attaccano Francesco, ma l’obiettivo è il Vaticano II» di G.Galeazzi

Giacomo Galeazzi
http://it.aleteia.org/ 6 dicembre 2015

«Attaccano Francesco per colpire il Concilio», sintetizza il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero. Dalla povertà messa al centro del pontificato all’interpretazione del primato petrino in termini di servizio, in nome del tradizionalismo settori cattolici conservatori avversano la Chiesa della misericordia e l’opera riformatrice di Jorge Mario Bergoglio. Parafrasando Chesterton, si comincia a combattere la Chiesa a difesa di una presunta tradizione e si finisce per boicottare anche la tradizione pur di combattere la Chiesa.

Una dinamica già ricostruita da Aldo Maria Valli e Rodolfo Lorenzoni, a proposito della Fraternità sacerdotale San Pio X, nel libro «La tradizione tradita» (Paoline, 2009). «Francesco ha parlato di terza guerra mondiale a pezzi e, per usare la stessa immagine, c’è un’offensiva a pezzi contro il Vaticano II che vede il Papa come obiettivo diretto e il Concilio come vero bersaglio degli attacchi – spiega Mogavero – I nemici di Francesco sono i nemici del Concilio. Le critiche che gli vengono mosse sono sostanzialmente le stesse rivolte a Giovanni XXIII che come lui ebbe il coraggio e la lungimiranza di volere una Chiesa profetica, in grado di leggere i segni dei tempi». Del resto il monito del Papa, il 16 aprile 2013, appena salito sulla cattedra di Pietro è perentorio e fuga immediatamente il campo da equivoci. Non si illudano i nemici del Concilio di poter «opporre resistenza allo Spirito Santo», perché è «lo Spirito che ci fa liberi, con quella libertà di Gesù, con quella libertà dei figli di Dio». Una prospettiva di governo della Chiesa che si sostanzia di abbandono a Dio.

«Non opporre resistenza allo Spirito è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore: la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo». Francesco conosce le difficoltà del rinnovamento conciliare. Jorge Mario Bergoglio, primo Papa a non aver preso parte al Vaticano II, ha come filo rosso del suo pontificato la realizzazione e l’attualizzazione della primavera conciliare.

Il Concilio costituisce il vero programma di Francesco e il suo magistero va interpretato e vissuto alla luce del Vaticano II. Una conferma di ciò la offre lo stesso Pontefice arrivato, per sua celebre autodefinizione nel primo saluto ai fedeli in piazza San Pietro, «quasi dalla fine del mondo». 16 aprile 2013, Francesco è papa da poco più di un mese. Nel giorno del compleanno di Benedetto XVI, Bergoglio ricorda l’azione di Ratzinger per il Vaticano II, “da vivere e non solo da celebrare”. Parole profetiche quelle di Francesco rispetto alla sua azione di riforma radicale della Chiesa e alle resistenze che essa incontrerà nei mesi successivi nei settori più conservatori della Curia romana e degli episcopati nazionali. Il Concilio è «frutto dello Spirito», ma in molti «vogliono tornare indietro». Papa Roncalli sembrava «un parroco buono» e il Vaticano II resta ancora attuale.

«Bergoglio non era al Concilio eppure il suo maestro è proprio il Papa che ha voluto la novità epocale del Vaticano II – sottolinea il vescovo Mogavero – Si possono legare le figure di san Giovanni XXIII e di Francesco in quanto è Giovanni che ha indetto il Concilio. Accostare il “Papa buono” con il “Papa misericordioso” consente di comprendere l’attuazione del programma conciliare nella sua prospettiva autenticamente conciliare». Il Concilio, infatti, è stato messo in pratica più nel Sudamerica e nelle chiese povere che non qui in Europa. «Basti pensare per esempio alla liturgia viva, al senso di comunità, al ruolo dei catechisti e dei laici – sottolinea il Presule – Cose che chi è stato in missione può raccontare, e che chi arriva da lì percepisce immediatamente. L’Europa, ai loro occhi appare come un mondo in cui la fede è morta, il Concilio inattuato». Padre Gianpaolo Salvini, gesuita, per 26 anni direttore della rivista La Civiltà Cattolica, sottolinea come il monito del Papa appena salito sulla cattedra di Pietro sia perentorio. Francesco fuga immediatamente il campo da equivoci. Non si illudano i nemici del Concilio di poter «opporre resistenza allo Spirito Santo», perché è «lo Spirito che ci fa liberi, con quella libertà di Gesù, con quella libertà dei figli di Dio».

Una prospettiva di governo della Chiesa che si sostanzia di abbandono a Dio. «L’accostamento di Papa Giovanni e di papa Francesco è stato naturale e spontaneo sin dai primi giorni dell’attuale pontificato, anche se ogni Papa ha una sua personalità e un suo stile irripetibile – sostiene padre Salvini – L’analogia viene dal modo di presentarsi e di comunicare, molto semplice e spontaneo, dall’attenzione all’aspetto pastorale di una Chiesa che viene incontro alla gente ecc. Per quanto riguarda il Concilio papa Francesco ha ricreato molto dell’atmosfera di entusiasmo che si creò all’inizio del Vaticano II, per una Chiesa che si metteva in movimento, che abbandonava atteggiamenti ingessati nei secoli». E aggiunge di aver pensato a quanto diceva il cardinale Carlo Maria Martini circa un nuovo spirito del Concilio. Frase che vari colleghi giornalisti interpretarono come un invito a indire un nuovo Concilio. «Ma a me personalmente Martini specificò almeno due volte che non auspicava nuovi concili (anche perché, aggiungeva, non abbiamo ancora digerito il Vaticano II), ma che si creasse nuovamente l’entusiasmo e la fiducia in una Chiesa che sa rinnovarsi come era avvenuto al Concilio, e che si sono poi andati smorzando durante il post-Concilio».

Una grande somiglianza tra Giovanni XXIII e Francesco «c’è ed è anche buona», sottolinea il vescovo di Fabriano-Matelica, Giancarlo Vecerrica. Il filo rosso che lega Giovanni XXIII e Jorge Mario Bergoglio in campo ecumenico è l’incontro diretto con le comunità e i responsabili delle varie «confessioni» o «comunità cristiane». Tutte e due hanno messo al primo posto non i documenti, ma cercare un’esperienza comune, offrire una testimonianza. La dimensione della Chiesa povera per i poveri in Francesco deriva dalla sua attività prima e dopo la sua consacrazione a vescovo, e poi nel pontificato. La sua prevalente attività è quella pastorale: ciò gli ha conferito la preoccupazione di ritrovare nel Concilio i testi che si riferiscono in un modo o in un altro alla Chiesa povera per i poveri. La misericordia nel Concilio è espressa potentemente in Gaudium et Spes 42 e 90. C’è l’auspicio che gli istituti promuovano la collaborazione tra le nazioni.

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