Home Chiese e Religioni Combattere la violenza, operare per la giustizia. Un appassionato invito a non desistere di L.Eugenio

Combattere la violenza, operare per la giustizia. Un appassionato invito a non desistere di L.Eugenio

Ludovica Eugenio
Adista Documenti n° 45 del 26/12/2015

Alzarsi, essere sfacciati, coraggiosi e testardi nella ricerca della pace, della giustizia e dell’uguaglianza, perché «in fin dei conti la vita cristiana riguarda tre cose: la santità, il coraggio e la tenacia. Il fatto di non andarsene quando ciò che si fa vale la pena continuare a farlo. Non desistere, ma andare sempre, sempre, sempre avanti». Con la sua abituale efficacia oratoria, la benedettina suor Joan Chittister, teologa e saggista, ha pronunciato un energico invito a «non mollare» in occasione del 50° anniversario della fondazione della più importante pubblicazione cattolica indipendente degli Stati Uniti, il National Catholic Reporter.

Fondato nel 1964 a Kansas City come organizzazione no profit che si sostiene grazie ai lettori, ha rappresentato negli Stati Uniti il primo giornale del suo genere, nato a partire dall’idea che i cattolici debbano avere accesso alle notizie riguardanti la Chiesa per partecipare attivamente e farsi sentire sui temi più importanti. Con cadenza quindicinale nella sua forma cartacea, oggi ha talmente potenziato la versione digitale e il sito internet da raggiungere più di 4 milioni di lettori nel mondo. Spesso si è distinto (molti i premi vinti) per battaglie e prese di posizione tutt’altro che allineate rispetto alle politiche episcopali o vaticane: basti pensare al supporto offerto, grazie a una copertura giornalistica accuratissima, alle superiore religiose Usa della Leadership Conference of Women Religious sotto processo da parte del Vaticano, o ai teologi e alle teologhe indagati dalla gerarchia ecclesiastica, come Elizabeth Johnson, o ancora alla trattazione di tematiche “scomode” come l’ordinazione sacerdotale femminile o i diritti delle persone Lgbt nella Chiesa. In prossimità della stessa ricorrenza nella vita di Adista, che compirà 50 anni nel 2017, questo appello a «un piccolo giornale con una grande voce» non poteva non risuonare stimolante e incoraggiante.

Joan Chittister, 79 anni, in passato nel mirino del Vaticano per le sue posizioni avanzate su molti temi, è intervenuta insieme ad altri tre relatori – Maria Pilar Aquino, docente di studi religiosi presso la University of San Diego, p. Bryan Massingale, teologo della Marquette University, e la redattrice del Ncr Jamie Manson – al Lund Auditorium della Dominican University, appena fuori Chicago, in occasione dell’evento organizzato dal Ncr il 24 ottobre scorso e intitolato significativamente “Nuovi volti, nuove voci, nuovi modi di essere Chiesa: un’esplorazione della Chiesa cattolica statunitense nella sua evoluzione”. La relazione della religiosa, l’ultima della giornata, centrata sulla chiamata del vangelo di Marco «Abbiate coraggio, alzatevi, vi sta chiamando» (Mc 10,49), è risuonata come un appello elettrizzante nella sala gremita di 750 partecipanti. «La lezione è chiara», ha detto, in uno sguardo che abbracciava passato e futuro: «Primo, il compito di creare sviluppo, in quest’epoca come nelle altre, il lavoro di reale rinnovamento, spetta a noi. Non possiamo dare la colpa a Dio per ciò che non facciamo per salvarci. Secondo, se non si tiene alla vita tanto da metterla a rischio per salvarla, l’intera comunità è in pericolo. Senza persone che vogliano pensare in modo nuovo, che vogliano cominciare da capo in situazioni come queste, non ci si salva». E ha concluso con un augurio e un’esortazione: «Buon compleanno al National Catholic Reporter. Per il bene di tutti noi, vi preghiamo: non mollate, non mollate, non mollate».

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VEDERE NELL’ALTRO IL SEME DI DIO

Joan Chittister

Mentre mi preparavo per questo anniversario e per questa presentazione, tre citazioni letterarie continuavano a risuonarmi nelle orecchie. La prima è del filosofo Camus, che scrive: «I santi del nostro tempo sono coloro che si rifiutano di essere tanto vittime quanto carnefici». La seconda è di John Dryden: «I buoni muoiono di fame per mancanza di sfrontatezza». E la terza è una storiella che ho sentito in Irlanda all’ultima festa di San Patrizio, e che riguarda un’anatra che, entrando con la sua andatura ciondolante in un pub, con un colpo d’ala sale su uno sgabello, fissa il barista dietro il bancone e gli chiede: «Ha dell’uva?». Il barista risponde: «Ma sei scema? Questo è un pub, non un negozio di frutta. Non vendo uva, vendo birra! Fuori di qui». Così l’anatra se ne va. Il giorno dopo, la porta del pub si riapre, l’anatra entra, sale sullo sgabello, guarda il barista e gli chiede: «Ha dell’uva?». Il barista risponde: «Che anatra sciocca. Te l’ho detto ieri, non ho uva. Ora vattene e non tornare». Il giorno successivo, la porta si riapre, l’anatra entra, si appollaia sullo sgabello, guarda il barista e chiede: «Ha dell’uva?». Questa volta, il barista si infuria e urla: «Senti, anatra, se vieni ancora una volta qui a chiedere dell’uva, ti inchiodo il becco al bancone. Adesso vattene e non farti più rivedere!». Il giorno dopo la porta si apre di colpo, l’anatra entra, sempre ciondolando, sale sullo sgabello, guarda il barista negli occhi e dice: «Ha dei chiodi?». Il barista, fuori di sé, urla: «No, non ho chiodi!», al che l’anatra, prontamente: «Ha dell’uva?».

Ecco, ho pensato, in fin dei conti la vita cristiana riguarda tre cose: la santità, il coraggio e la tenacia. Il fatto di non andarsene quando ciò che si fa vale la pena continuare a farlo. Non desistere, ma andare sempre, sempre, sempre avanti.

PER SALVARE LA CITTÀ

Poi mi sono ricordata di un’altra storia, ancora più importante, che ci spiega perché, in un’epoca come questa, essere santi, coraggiosi e tenaci sia una cosa molto cristiana. È una storia tratta dal Secondo Libro dei Re: la comunità ebraica è sotto assedio, accerchiata dagli Aramei, in condizioni assai difficili e logoranti. In seguito all’assedio è scoppiata la carestia. I ricchi ora mangiano le scheletriche teste degli asini in vendita al mercato per 80 sicli d’argento e i poveri devono decidere chi dei loro figli mangiare per primo. Quattro lebbrosi seduti alle porte della città cercano di capire cosa fare in quella situazione. «Ce ne staremo qui a morire?», chiede il primo. Il secondo risponde: «Moriremo di certo se torneremo in città». «Ma moriremo anche se staremo qui senza fare niente», aggiunge il terzo. Allora il quarto dice: «Bene, se stare qui non è la soluzione, alziamoci e andiamo all’accampamento degli Aramei. Se ci risparmieranno, vivremo; se ci uccideranno, moriremo più in fretta: meglio che restare qui a morire lentamente». Quindi si alzano, vanno dal nemico e, udite udite, non trovano nessuno. Spaventatisi per un rumore che veniva dal cielo, gli Aramei si erano convinti che gli israeliti stessero mandando dei mercenari a ucciderli, così, mentre i lebbrosi si recavano da loro, erano scappati, lasciando intatte le loro tende, i tavoli apparecchiati d’oro e d’argento e il cibo servito. Lodando Dio, i lebbrosi dicono: «Dobbiamo tornare indietro e dirlo agli altri». E così, grazie al loro coraggio, al loro impegno per la vita, l’intera città è salva.

La lezione è chiara: primo, il compito di creare sviluppo, in quest’epoca come nelle altre, il lavoro di reale rinnovamento, spetta a noi. Non possiamo dare la colpa a Dio per ciò che non facciamo per salvarci. Secondo, come i lebbrosi comprendono bene, se non si tiene alla vita tanto da metterla a rischio per salvarla, l’intera comunità è in pericolo. Senza persone che pensino in modo nuovo, che vogliano cominciare da capo in situazioni come queste, non ci si salva. Se qualcuno non si alza, a prescindere da ciò che pensa chi gli sta intorno, che è ugualmente in buona fede, certo, ma gravemente paralizzato da un modo vecchio di pensare e da una visione del mondo superata, un nuovo mondo non arriverà mai, non potrà mai arrivare.

Troppi, spaventati da ciò che non conoscono e pieni di ansia per ciò che non possono controllare, semplicemente si rifiutano di affrontarlo. Rinunciano a combattere, scacciano il pensiero di cambiare la situazione. Ma un nuovo mondo nascerà comunque, anche senza di loro! (…).

Invece di alzarsi e di andargli incontro, oppongono resistenza. Invece di alzarsi per contribuire ad avviare nuovi esperimenti nella vita, vivono sepolti, lottando contro di essa. Invece di alzarsi per dare forma al domani, se ne allontanano, condannandolo con durezza, oltre ogni limite ragionevole. Sono gli stessi che, in altre epoche, insistevano sul fatto che la schiavitù era “volontà di Dio”, una cosa naturale, inscritta nel sistema come un atto della creazione; che se le donne avessero potuto votare, come il card. Gibbons disse nel ‘900, «si sarebbero messe a bighellonare intorno ai seggi» e la famiglia sarebbe stata distrutta.

Sono le stesse persone che ci dicevano, solo 50 anni fa, che se la Messa fosse stata celebrata nelle lingue vernacolari e si fossero fatte entrare in chiesa le chitarre, sarebbe stata una bestemmia al sistema sacramentale, il cielo sarebbe caduto e la Chiesa cattolica avrebbe subito una decadenza, la distruzione, la fine.

Sono le stesse persone che, in altri periodi di crisi, bruciavano sul rogo Giovanna d’Arco, per il gravissimo reato di indossare pantaloni anziché abiti che, per i cardinali che la osteggiavano, sarebbero stati adatti a una donna.

O ci alziamo come i lebbrosi alla porta della città o ci troveremo sicuramente a morire di fame per la stessa mancanza di nutrimento spirituale che ci circonda.

Ma proprio questo è il problema: che cosa significa alzarsi? E come faremo a sapere quando sarà il momento e quale sarà il motivo? E cosa ha a che fare questo con oggi? Con noi? (…).

Nella recente edizione riveduta della Bibbia, ho scoperto, con una certa sorpresa, che, benché il salmista esorti continuamente Dio a levarsi per noi, Dio esorta il popolo eletto ad alzarsi solo in sei circostanze. Le quali, credo, ci indicano in quale direzione investire le nostre energie se vogliamo salvare noi stessi e la città.

OLTRE I VECCHI CONFINI

1. Dio, in Gn 13,17, dice ad Abramo: «Alzati, percorri il paese quant’è lungo e quant’è largo, perché io lo darò a te». Penso che Gn 13 rappresenti Dio che ci chiama ad affrontare la realtà, a comprendere il mondo in cui viviamo e ad assumercene la responsabilità. Dio ordina ad Abramo di portare nuova vita a Canaan, un’area divenuta un confuso miscuglio di culture, con un grande potenziale ma uno scarso focus spirituale, essendovisi insediato un popolo dopo l’altro, fondendosi, mescolandosi a quello precedente, in condizioni di perpetuo e inarrestabile conflitto.

Conosciamo fin troppo bene questa situazione. Vediamo una Chiesa fondersi in un’altra e vediamo una nazione, la nostra, assumere ancora una volta una forma nuova. (…). Abbiamo abbandonato un modello di nazionalità fondamentalmente bianca ed europea, con tutte le aspettative culturali comuni ad esso legate, e stiamo diventando una nazione priva di una etnia maggioritaria, ogni giorno sempre più multicolore.

Lo sappiamo bene: tutte le istituzioni, anche le nostre, vanno incontro ciclicamente a morte naturale man mano che il mondo attorno ad esse cambia; ma se nessuno decide di percorrere questa terra e di comprenderla, se nessuno si impegna a incrementarne l’energia, se nessuno si dedica a introdurre un nuovo carattere nazionale a partire da questi rivoli pieni di nuova vita, di una vita diversa, come potremo costituire ancora una volta la migliore via democratica a ciò che un tempo abbiamo lottato per creare e conservare (…)? Quando un’istituzione non arricchisce la società in cui cresce, muore! E nessuna dichiarazione o documento, costituzionale o canonico, può decretarne la sopravvivenza. (…). La Chiesa sta mettendo alla prova la sua incisività in un mondo che evolve rapidamente oltre i modelli morali che ci hanno condotto fino a qui. La Chiesa preconciliare è arrivata fin dove la monarchia ecclesiastica poteva portarla. La nazione inviolabile, dopo l’11 settembre, non può più rifugiarsi nel pensiero/conclusione che vi sia un’isola invincibile/impenetrabile nel bel mezzo della diversità.

«Percorri il paese quant’è lungo e quant’è largo», le nuove frontiere e i vecchi confini di Chiesa e Stato, ci dice Dio nel Vaticano II, ed entra a farne parte vivendolo, sognandolo, facendolo. È questo atto di alzarsi che oggi celebriamo. (…).

CONTRO I TIRANNI

2. Nell’Esodo ci viene detto che Yahwè dice a Mosè: «Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo» (Es 3,10). Il fatto è che i tiranni di rado spariscono semplicemente e spontaneamente: ci vuole una tenacia enorme per toglierli di mezzo, grazie al semplice rifiuto sistematico di abdicare alle questioni davvero importanti del proprio tempo. (…).

PER NON PERDERE IL DIRITTO DI CHIAMARCI CATTOLICI

3. Nel libro di Giosuè, a Gerico, Dio dice a Giosuè: «Alzatevi e prendete possesso della città che io vi darò» (Gs 8,7). Quando Israele finalmente si pente del fatto che nella comunità ci fosse chi traeva vantaggi dalle guerre, prendendo per sé ciò che avrebbe dovuto essere usato per l’opera di Dio e tenendolo nascosto per vanagloria, comprende di non essere più, nella mente di Dio, come dice la Scrittura, un popolo di veri israeliti, conservandone semmai solo l’apparenza. Sentiamo questa storia con particolare intensità perché anche noi siamo stati come Israele. I committenti e le aziende statunitensi hanno ottenuto in Iraq un profitto di 138 miliardi di dollari, a fronte della povertà, della disperazione, della disoccupazione di oltre il 50% di tutti gli iracheni, privati di un governo, di un Paese e di un futuro. E nel frattempo, quando quel denaro è tornato negli Stati Uniti, né gli stipendi medi né il salario minimo si sono spostati di un centesimo.

Questa Scrittura diventa allora sorprendentemente chiara, evocando così da vicino il nostro sciacallaggio.

Quando pensiamo solo a noi stessi, a livello sia nazionale che internazionale, pubblico o privato; quando sul piano culturale consideriamo un buon affare la realizzazione di un profitto maggiore di quanto il lavoro giustifichi; quando paghiamo meno tasse ma pretendiamo più servizi; quando il militarismo diventa il modo in cui facciamo soldi per salvare la nostra economia, anche noi ci appropriamo di ciò che appartiene ai poveri.

Quando come nazione ci dimentichiamo del quartiere che cade a pezzi, delle scuole da costruire, degli insegnanti da pagare, delle arti da rendere fruibili in una società veramente umana, dell’alloggio da procurare, dei servizi sociali da offrire, della sicurezza sociale da garantire a coloro che non possono tutelarsi da soli, allora, come gli israeliti di Giosuè, anche noi ignoriamo la parola di Dio.

Allora, anche noi perdiamo il diritto di chiamarci cattolici, come loro persero quello di chiamarsi israeliti; anche noi possiamo solo fare finta di essere cristiani. Certo, occuparsi della vita prenatale dev’essere una priorità cattolica, e ringraziamo Dio che sia così, ma insieme al National Catholic Reporter, che per 50 anni ha condotto il suo lavoro giornalistico dal punto di vista degli ultimi della scala sociale, dobbiamo insistere – per i prossimi 50 anni, se necessario – sul fatto che bisogna occuparsi allo stesso modo dell’umanizzazione delle carceri, dell’eliminazione della pena di morte, dello sviluppo di programmi che rendano non necessario il ricorso all’aborto, anziché condannare quelle donne che, disperate e impoverite, spaventate, sole e incapaci di prendersi cura di un altro bambino, non vedono altra soluzione che abortire: già, perché, a dispetto di tutta la nostra ipocrisia, noi non offriamo altre soluzioni. In caso contrario, l’attenzione limitata ai “temi della bioetica” non fa altro che favorire un altro genere di morte, quel genere di morte che prosciuga l’anima un centimetro alla volta, un grammo alla volta. (…)

DONNE, RIVOLTATEVI

4. Il quarto brano delle Scritture, rivolto direttamente alle donne, non viene mai letto né predicato, ma è sconvolgente. Nell’oracolo di Isaia alle donne di Israele riguardo all’imminente declino di Israele e al loro compito di piangerlo in quanto prefiche ufficiali di quella società, le Scritture dicono: «O donne spensierate e baldanzose, alzatevi!» (Is 32,9). O, detto in un altro modo: alzatevi, donne benestanti e privilegiate, soddisfatte e tranquille, e rivoltatevi! Non restate sedute a dire “gli uomini si prenderanno cura di noi”. Non dite, e non permettete a nessuno in vostra presenza di dire, “non sono affari delle donne”. Non dite, e non permettete a nessuno in vostra presenza di dire, “non abbiamo il potere di gestire queste cose”. Non dite, e non permettete a nessuno in vostra presenza di dire, “la prostituzione è il più antico mestiere del mondo”. La prostituzione non è una professione femminile, è una professione maschile. Lo è da sempre. (…). Sono gli uomini a fare i protettori, sono gli uomini a desiderare, sono gli uomini a sfruttare.

E, allora, alzatevi, rivoltatevi!

Prendetevi il potere che vi viene dall’essere “fatte a immagine di Dio” e fatevi sentire prima che le decisioni di una metà del mondo, nella Chiesa e nello Stato, ci distruggano tutti. Alcuni dicono che le donne sono tutelate; altri sostengono che vengono difese; molti pensano che le donne si trovino in una posizione comoda; sta di fatto che le donne sono schiavizzate in tutto il mondo. Sono in pochi, però, a capirlo, e ancora meno a fare qualcosa per questa schiavitù universale “in nome di Dio”.

Le donne vengono offerte in spose da bambine a uomini anziani; in gran parte del mondo non hanno il diritto di possedere la terra e il bestiame nonostante il fatto che tra il 50 e il 90% dell’attività agricola nel mondo sia nelle loro mani. Una volta vedove, si ritrovano senza casa e senza soldi, anche all’interno del nostro Paese. Vengono definite – corpo e anima – come oggetti sessuali in documenti sia religiosi che laici.

Ovunque sono loro negati i diritti civili, e sono in ogni condizione sottopagate, nonostante il fatto che una pagnotta di pane, una bottiglia di latte, una bombola di gas, l’assistenza sanitaria e la cura di un figlio costino a una donna non sposata esattamente quanto costano a un uomo, che guadagna il 25% in più per fare esattamente lo stesso lavoro.

Già, alle donne è stato detto che ci si sarebbe preso cura di loro; ma gli uomini, e troppe donne privilegiate, dicono poco o nulla quando l’invisibilità, l’oppressione, la violenza sessuale, la vendita e il traffico di bambine, gli abusi a livello sociale, politico ed economico sulle donne del mondo vengono ricondotti alla “volontà di Dio”. E noi taciamo.

Ma è proprio il Dio che ha creato le donne a dire loro, a noi, a tutti noi, in Isaia, “Alzatevi!”.

Alzatevi ed assumetevi la responsabilità dello sviluppo di questo mondo. Scrivete, parlate e prendete l’iniziativa; suonate l’allarme per resistere alla violenza, per provvedere alla cura dei figli, per liberare gli oppressi, per rifiutare l’invisibilità delle donne. E, nel frattempo (…), dobbiamo educare la prossima generazione di donne e di uomini al fatto che tale questione della donna non è una questione della donna, è un tema umano: è tutta l’umanità, femminile e maschile, a soffrire per questo, per colpa del nostro silenzio, per il fatto che, nelle parole di Isaia, siamo “spensierati e baldanzosi”. Non c’è dubbio su ciò che Isaia ci sta dicendo: tocca a noi.

Noi privilegiati abbiamo la responsabilità particolare di parlare per le donne che non possono parlare. E quando anche la Chiesa si rende complice di quell’invisibilità e di quell’indifferenza, cancellandole anche dal linguaggio della preghiera, rimuovendole dall’altare, precludendo loro ogni incarico, ancora, sempre, quando si rifiuta di parlare della questione della donna – persino della restaurazione del diaconato femminile, storicamente attestato – rifiutate questo rifiuto! Rifiutatevi di far morire la questione femminile nella Chiesa e nella società, altrimenti con essa morirà la pienezza della gloria di Dio.

Alzatevi e fate sentire la vostra voce per il riconoscimento dell’uguaglianza delle donne nella Chiesa e nello Stato. Per il bene delle donne? Certo. Ma, ancora di più, per il bene dell’integrità dello Stato e per la santità della Chiesa.

Le donne stanno scoprendo che la Chiesa cattolica non è un posto in cui vengono accolte, e diamo la colpa a Dio! Alzatevi, invece (…), e non siate più compiacenti. Metà della popolazione mondiale sta aspettando di sentire una voce cattolica in difesa delle donne, anziché il peccato cattolico della superiorità e del privilegio maschile, che offusca la mente.

NON APPROPRIARSI DI DIO

5. La quinta volta che Dio dice: “Alzatevi”, lo dice ad Ezechiele. «Alzati, esci nella pianura e là io ti parlerò» (Ez 3,22).

Qui la geografia assume un ruolo importante: tra tutti i luoghi, Ezechiele è diventato un profeta in Babilonia (il nostro Iraq) e in esilio. Ezechiele è il primo profeta a ricevere la chiamata al di fuori della Terra Santa, il primo profeta a riconoscere che la gloria di Dio brilla su Babilonia, sugli stranieri, così come su Gerusalemme.

Il messaggio è chiaro e rappresenta una rivoluzione sconvolgente: nessuno può appropriarsi di Dio. Dio – così intende Ezechiele – opera attraverso tutti, attraverso ciascuno. Il campanilismo non è una virtù. Lo sciovinismo nazionale non è un diritto divino. Per secoli, però, tutti abbiamo fatto come se lo fosse. Ora, insieme al National Catholic Reporter, dobbiamo tutti fare appello alla comprensione e al rispetto interreligioso necessario alla pace mondiale. Dobbiamo andare oltre l’ecumenismo cristiano, verso una comprensione e un rispetto vero fra le religioni. Dobbiamo spingerci a riconoscere la nostra grettezza nazionale. La trasformazione del pianeta in un villaggio globale sta cambiando ovunque le relazioni umane.

Una volta il mondo che conoscevamo era essenzialmente bianco e per lo più cristiano: chi non lo era veniva da noi ignorato. Ora, questo stesso mondo è diventato un amalgama multicolore di moschee e templi da una parte e di chiese e sinagoghe dall’altra. E sempre più lo sarà. Il 58% dei musulmani ha tra 18 e 29 anni, così come il 56% dei buddhisti, mentre solo il 35% dei cristiani rientra in quella fascia d’età. È chiaro che la diversità non è più un argomento da salotto. È una realtà con cui bisogna fare i conti.

Purtroppo questa diversità è vista, troppo spesso, come un elemento divisivo anziché come un segno della presenza del Dio unico che viene a noi tutti in modi diversi. In realtà, queste grandi tradizioni tendono tutte alla stessa santità cui tendiamo noi. Lo fanno con delle variazioni nelle abitudini o nella pratica, certo, ma lo fanno tutte, come noi, nella speranza di una pace eterna, di una giustizia universale, di una comunità inclusiva, di una pienezza umana, e di un compimento divino.

«Il seme di Dio è in tutti noi», scrive Maestro Eckart. «Il seme del pero cresce fino a diventare un pero, il seme del noce fino a diventare un noce, il seme di Dio fino a diventare Dio». Ma, perché ciò accada, dobbiamo tutti riconoscere nell’altro il seme di Dio: ecco in cosa consiste questa diversità.

Dobbiamo sfidare questo tempo contro i nuovi muri, contro le barriere che crescono tra di noi, contro la tendenza a vedere nella violenza di alcuni il segno distintivo di molti.

Alzatevi come una sentinella sulla torre e avvertite il popolo. (…) Annunciate profeticamente che lo sciovinismo religioso, patriarcale e nazionale ci condanna tutti. Che distorce la parola di Dio. Che va più a vantaggio di chi governa che dei governati, più a vantaggio di chi fa finta di essere Dio che di Dio.

Alzati, dice Yahwè a Ezechiele, annunciami dove io sono e cioè ovunque, in ciascuno.

VEDERE DIO OVUNQUE

6. Infine, la sesta volta che incontriamo l’invito ad alzarsi nella Scrittura è quando è il popolo di Israele a dire allo scriba Esdra “Alzati e agisci”. È un appello alla leadership religiosa da parte di chi non fa parte del clero!

Israele attraversava in quel momento un periodo di riorganizzazione politica e di rinnovamento religioso. Coloro che erano tornati da Babilonia avevano imparato a vivere alla presenza di Dio senza il tempio, senza i sacrifici. Coloro che erano rimasti in patria, che non erano stati portati in esilio, avevano conservato i vecchi riti, in cui il tempio era visto come elemento centrale per il culto giudaico (…). Che cosa si poteva fare per riunificare questi due popoli di Israele? C’era confusione sulla via migliore da seguire per vivere la legge di Dio e c’erano divisioni, ma il loro grido a Esdra non era per eliminare le differenze all’interno del popolo. No, il grido era la richiesta di una guida che consentisse alla comunità di vivere insieme: per confrontarsi sulle questioni, per imparare insieme, per crescere ancora insieme, per diventare, insieme, un nuovo popolo.

Ciò che a Israele mancava era quel genere di leadership che avrebbe reso possibile identificare gli elementi di unione, in modo da poter percorrere in sicurezza le diverse strade. Ancora oggi, questa è una delle cose in cui le comunità affiatate riescono meglio.

Quello che si chiede sono guide che colgano l’essenza e considerino tutto il resto non importante. Guide di questo genere non confondono conformismo e impegno; operano una distinzione tra credo e prassi, tra ciò che è immutabile e ciò che deve essere cambiato se la comunità vuole continuare a essere ciò che dice di essere. La comunità sana, la comunità in evoluzione, mette volentieri in discussione ogni aspetto. (…).

Dobbiamo, come Abramo, alzarci, percorrere la terra in lungo e in largo e non permettere alla Chiesa di tornare a essere un ghetto.

Dobbiamo, come Mosè, levarci contro l’oppressione dei poveri, di ogni povero, che spinge tutti noi a lasciar cadere le catene che creiamo gli uni per gli altri.

Dobbiamo, come Giosuè, alzarci e impegnarci nuovamente nella costruzione disinteressata di una autentica comunità cristiana, che non avviene nel corso di una singola discussione né viene meno di fronte a ogni nuovo ostacolo.

Dobbiamo alzarci, come dice Isaia, come sentinelle sulla torre; parlare e denunciare la distruzione della Costituzione statunitense e del suo impegno in difesa dei diritti umani, così come lottare per un maggiore ruolo del laicato in una Chiesa più clericale che comunitaria, prima che la Chiesa e il Paese non diventino che ombre delle loro identità più vere e profetiche.

Dobbiamo alzarci, come ordina Isaia alle donne di Gerusalemme, superando la nostra tranquillità di donne privilegiate o, come cristiani, il nostro senso di fiducia in un Dio “distributore automatico”, e parlare noi per tutti i popoli del mondo, ma specialmente per le donne, schiacciate da una globalizzazione disegnata a misura dell’oligarchia più che delle persone sulle cui spalle è costruita.

Dobbiamo alzarci come Ezechiele, e constatare che il Dio che predichiamo è davvero uno, e quindi è il Dio di tutti. Dobbiamo capire, tuttavia, che questo Dio ha un volto di tanti colori e comunica lo stesso messaggio in tante lingue. Dobbiamo riuscire a vedere questo Dio in chiunque e dovunque la luce di Dio risplenda.
Infine, il National Chatolic Reporter deve, come Esdra, alzarsi e spingere la leadership verso una Chiesa che sia sufficientemente forte e coraggiosa, e intellettualmente fedele, da seguire l’opera dello Spirito: oltre la schiavitù (in qualunque modo sia mascherata), oltre la monarchia ecclesiastica, oltre le inquisizioni e l’assolutismo, oltre le guerre liturgiche, politiche e culturali di una Chiesa che si trova tra il già e il non ancora, alla luce del futuro di Dio, meraviglioso, sorprendentemente ugualitario, infinitamente glorioso e impensabile. (…).

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