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Il passo oltre la porta santa di L.Kocci

Luca Kocci
il manifesto, 9 dicembre 2015

Con l’apertura della “porta santa” della basilica di San Pietro, ieri ha ufficialmente preso il via il Giubileo numero 30 della storia della Chiesa cattolica (anche se quello straordinario del 1966, voluto da Paolo VI per celebrare la chiusura del Concilio Vaticano II, durò meno di 5 mesi, un Anno santo “dimezzato” che infatti talvolta non viene nemmeno conteggiato).

Una tradizione che si rinnova, quindi, nella riaffermazione della centralità romana e del papato. Anche se questo Giubileo, voluto da papa Francesco nel segno della misericordia – il tema centrale dell’Anno santo che si concluderà il 20 novembre 2016 –, presenta delle caratteristiche che potrebbero parzialmente differenziarlo dagli altri, pur senza privarlo della propria intrinseca costituzione romano-centrica.

L’anteprima di Bangui, con l’apertura del portone della cattedrale della capitale della Repubblica Centrafricana elevato al rango di porta santa, è uno di questi tentativi di decentralizzazione, anche se pare già un ricordo sbiadito, coperto dalla celebrazione di ieri, che pure è stata più sobria del solito: messa solenne ma non troppo in piazza San Pietro e apertura soft del grande portone di bronzo della basilica – simbolo dell’inizio del Giubileo –, con papa Francesco che rinuncia, come sua consuetudine, ai paramenti sgargianti, al martelletto d’oro per bussare (ma già Wojtyla nel 2000 non l’aveva usato) e alla canonica formula in latino preferendo l’italiano «Apritemi la porta della giustizia». E poi la promozione a porte sante dei portoni delle cattedrali delle diocesi di tutto il mondo, per consentire ai fedeli di ottenere l’indulgenza a casa propria, senza venire a Roma. Ieri mons. Galantino, segretario generale della Cei, nel Kurdistan iracheno per un viaggio di solidarietà, su richiesta del parroco del luogo, ha aperto la porta della chiesa di Enishke; e da domenica prossima toccherà alle cattedrali di tutto il mondo, san Giovanni in Laterano a Roma ma anche san Giuseppe a Erbil, capitale nel Kurdistan iracheno, o in luoghi particolari, come l’ostello della Caritas alla stazione Termini di Roma, dove è stata allestita una porta santa particolare.

Se il Giubileo della misericordia sarà declinato in questo modo e l’apertura delle porte sante diventerà concreta accoglienza delle persone in difficoltà – come è scritto nei documenti ufficiali di indizione – allora l’Anno santo potrà recuperare parte delle proprie caratteristiche bibliche originarie (celebrato ogni 50 anni, aveva il significato di ristabilire la giustizia sociale fra gli abitanti di Israele, soprattutto gli oppressi e gli emarginati), altrimenti non si distaccherà dalla consueta esaltazione del centralismo romano e del papato che ha caratterizzato tutti i Giubilei.

In piazza san Pietro, ieri, c’erano 50mila persone o poco più, non certo la folla delle grandi occasioni, ma la responsabilità è da addossare anche all’allarme terrorismo, amplificato da una città visibilmente militarizzata. «Entrare per quella porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie», ha detto papa Francesco nell’omelia, ammonendo ad «anteporre la misericordia al giudizio» e a deporre «ogni forma di paura e di timore». E poiché ricorrevano i 50 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II, Bergoglio ha dedicato parole significative all’evento, collegandolo al Giubileo della misericordia e ribadendo l’elemento di «rottura» del Concilio: «Vogliamo ricordare un’altra porta che, 50 anni fa, i padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo», «un incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo, segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in se stessa». Al termine della messa, Francesco ha aperto il portone di bronzo di San Pietro, dando inizio al Giubileo. Dopo di lui, il primo ad oltrepassare la porta santa è l’altro papa, l’emerito, Benedetto XVI, sorretto dal fedelissimo segretario mons. Gaenswein.

«Ci preoccupa la possibile generalizzata deriva verso le forme di pietismo che caratterizzano molti aspetti della religiosità popolare ritenuti propri del Giubileo, come pellegrinaggi, indulgenze», commenta il movimento di riforma Noi Siamo Chiesa. «Se essi non saranno interconnessi col messaggio biblico e con la consapevolezza della dimensione pubblica, collettiva del peccato, si rischia un Giubileo di conservazione del modo tradizionale di vivere nella Chiesa piuttosto senza il vento nuovo dello Spirito che aspettiamo».

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Tradizione e show, si apre il Giubileo

Luca Kocci
il manifesto, 8 dicembre 2015

Tradizione e innovazione. Il Giubileo straordinario dedicato alla misericordia, che comincia ufficialmente oggi con l’apertura della “porta santa” della basilica di San Pietro, prosegue e rilancia la secolare tradizione della Chiesa cattolica avviata da papa Bonifacio VIII che nell’anno 1300 proclamò il primo Anno santo della storia. Ma quello che inizia oggi, sarà anche un Giubileo 2.0, perché i fedeli che vorranno varcare la porta santa – e partecipare agli altri eventi – dovranno essersi preventivamente prenotati online tramite il sito web http://www.im.va, creato per l’occasione.

Un elemento è rimasto identico, a dispetto dei secoli: la centralità romana, che resta la cifra di ogni Giubileo, anche questo targato papa Francesco, nonostante il profilo più basso rispetto a quello del 2000, in èra Wojtyla. Perché se Bergoglio si fosse limitato ad aprire, lo scorso 29 novembre durante il suo viaggio in Africa, la porta santa della cattedrale di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana – un semplice portone di legno di una chiesa sobria ed essenziale –, il suo gesto avrebbe scardinato dalle fondamenta i meccanismi dell’evento che più di tutti esalta il centralismo romano e lo stesso papato. In questo modo, invece, tutto rientra nei binari della tradizione e tutto torna ai piedi della cattedra di Pietro. Nonostante qualche tentativo di decentralizzazione – l’anticipazione di Bangui ma soprattutto, domenica 13, l’apertura dei portoni, promossi a “porte sante”, delle cattedrali delle diocesi di tutto il mondo – che però sarà inevitabilmente sommerso dai grandi eventi romani.

Oggi si comincia, in una città militarizzata e apparentemente bilndata. Alle 9.30 messa solenne in piazza san Pietro, presieduta da papa Francesco, trasmessa in mondovisione dal Centro televisivo vaticano (e in ultra Hd per i degenti del policlinico Gemelli di Roma e i detenuti del carcere di San Vittore a Milano), e ovviamente in diretta dalla Rai. Ci sarà anche il papa emerito Benedetto XVI. E ci saranno le delegazioni degli Stati esteri e delle istituzioni italiane: il presidente della Repubblica Mattarella e il sottosegretario De Vincenti per il governo. Ci sarà spazio per un ricordo del Concilio Vaticano II, che si chiuse esattamente 50 anni fa, l’8 dicembre 1965, ma anche questa ricorrenza sarà schiacciata dall’apertura della porta santa, che papa Francesco varcherà alla fine della messa. Dopo l’Angelus di mezzogiorno, anche tutti i fedeli potranno attraversare la porta e “lucrare” l’indulgenza, corollario immutabile di ogni Giubileo. La prima giornata dell’Anno santo si concluderà con uno spettacolo hollywoodiano, Fiat Lux: dalle 19 alle 22 sulla facciata e sulla cupola della basilica vaticana saranno proiettate luci e immagini ispirate alla Laudato si’, l’enciclica “ecologica” di papa Francesco. Sponsor dell’evento, fra gli altri, la Banca mondiale, ovvero uno dei principali responsabili dello stato di salute del pianeta, la «casa comune» al centro della Laudato si’.

Nei prossimi giorni verranno aperte le porte sante delle altre tre basiliche patriarcali romane (San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le mura il 13 dicembre, Santa Maria Maggiore l’1 gennaio) e inizierà il fitto calendario di eventi romani: si comincerà con il Giubileo degli operatori dei pellegrinaggi (19 gennaio) e si finirà con il Giubileo dei carcerati (il 6 novembre 2016) – la conclusione, con la chiusura della porta santa di San Pietro, sarà il 20 novembre –, in mezzo i giubilei delle varie categorie (ragazzi e ragazze, ammalati e disabili, catechisti, ecc.) e i due eventi che faranno segnare il pieno di pellegrini, ovvero l’esposizione del corpo di padre Pio (13 febbraio) e la canonizzazione di madre Teresa di Calcutta (probabilmnente il 4 settembre).

Dal punto di vista prettamente ecclesiale, oggi entra in vigore la facoltà concessa da papa Francesco a tutti i preti «di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono». Non si tratta di un ridimensionamento del «peccato» – che resta «gravissimo», Bergoglio è stato chiaro – ma di un’estesione generalizzata della deroga che ordinariamente è concessa solo ad alcuni preti delegati dai propri vescovi. Inoltre diventa operativa anche la “sanatoria” concessa agli ultratradizionalisti lefebvriani della Fraternità San Pio X: tutti i fedeli che durante l’anno giubilare «si accosteranno per celebrare il sacramento della riconciliazione presso i sacerdoti della Fraternità San Pio X, riceveranno validamente e lecitamente l’assoluzione dei loro peccati» (che invece ora non ha valore). Chissà se sarà il preambolo ad una prossima piena riammissione dei lefebvriani nella Chiesa cattolica. E nei prossimi mesi potrebbe arrivare un’Esortazione postsinodale di papa Francesco che interpreti le conclusioni del Sinodo: potrebbe contenere il via libera all’ammissione ai sacramenti per i divorziati risposati – previo discernimento e distinguendo caso per caso –, un’eventualità che il Sinodo dei vescovi sulla famiglia dello scorso ottobre non ha escluso ma non ha nemmeno previsto esplicitamente.

Intanto oggi comincia lo spettacolo, e anche il Giubileo.

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