Home Chiese e Religioni È finita l’epoca dei «principi non negoziabili» di F.Monaco

È finita l’epoca dei «principi non negoziabili» di F.Monaco

Franco Monaco
Adista Notizie n° 6 del 13/02/2016

Mentre scrivo è in corso l’esame al Senato del disegno di legge sulle unioni civili. Non so come finirà. Ma non è questo l’oggetto di queste note. Farò piuttosto un cenno a come la Chiesa italiana e l’associazionismo cattolico si sono misurati con il problema.

Rispetto al 2007, quando il Family Day celebrato sotto la regia del card. Camillo Ruini, allora presidente della Conferenza episcopale italiana, fu decisivo nel premere sul Parlamento sino ad affossare gli esili “Di. Co”, molte cose sono cambiate. Una in particolare: la rinuncia ad un attivismo ecclesiastico verso Parlamento e governo in nome dei cosiddetti «principi non negoziabili» da inscrivere nella legislazione – che allora si spinse sino al punto di minacciare misure disciplinari nei confronti dei legislatori cattolici – e, conseguentemente, l’effettiva responsabilizzazione dei laici cristiani al cui autonomo discernimento e alla cui autonoma azione sono finalmente affidate le necessarie mediazioni politiche e legislative di tali principi.

La stessa mobilitazione di comunità cristiane e associazionismo cattolico tesa a far valere convinzioni e orientamenti in materia che allora fu organica, capillare, massiccia, ora è stata rilasciata alla loro responsabilità e si è espressa in forma libera e plurale. Non gestita verticisticamente ed energicamente dalla Cei.

Dunque, due Family Day molto diversi. È manifesta la ragione di tale nuovo approccio: la svolta impressa alla Chiesa italiana da papa Francesco, per quanto ancora non compiutamente e da tutti assimilata, tuttavia si fa sentire. Una svolta fissata in forma nitida da Francesco nel Convegno della Chiesa italiana svoltosi nel novembre scorso a Firenze. Essa chiude idealmente il trentennio che ci separa dall’omologo Convegno di Loreto nel quale Giovanni Paolo II fece segnare una discontinuità regressiva rispetto al dopo Concilio italiano, tracciando un diverso indirizzo: quello di una Chiesa «forza sociale», con un «ruolo pubblico trainante» nella dinamica civile.

Intendiamoci: sarebbe improprio sostenere che papa e vescovi si siano discostati dalla visione del matrimonio, della famiglia e della genitorialità propria di magistero e tradizione e, di riflesso, che vi sia stata incertezza nel giudizio critico su due punti cruciali del ddl Cirinnà, quali la distinzione non meramente nominalistica tra unioni e famiglia e le adozioni coparentali. Anzi, va detto che anche i vescovi italiani più vicini a Francesco, sul merito, si sono espressi concordemente: da Galantino a Forte, da Bassetti a Semeraro, sino al lercariano-dossettiano Zuppi, nuovo pastore di Bologna.

Tuttavia le differenze rispetto al passato sono rilevanti e visibili, soprattutto nel tenore dei loro interventi e nel metodo, cui sottende un’idea di Chiesa e del suo rapporto con la comunità politica. Esemplifico: una Chiesa che certo non rinuncia alla verità ma nel contempo è consapevole che il contenuto proprio di essa è la carità; che rispetta la già menzionata distinzione di compiti tra laici e pastori e la laicità delle istituzioni; che coltiva la coscienza del dovere di mediare i principi dentro la società pluralistica e nel rispetto delle procedure democratiche, cooperando con le persone di buona volontà (confidando nell’incontro, mettendo in guardia dallo scontro); che nutre la convinzione che, per custodire e promuovere i valori della famiglia e della generatività, conta più la loro positiva e lieta testimonianza credente che non il ricorso agli strumenti della legge e del potere.

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