Home Chiese e Religioni La Chiesa, un affollato nascondiglio per i gay. Un’inchiesta del “Washington post” di L.Eugenio

La Chiesa, un affollato nascondiglio per i gay. Un’inchiesta del “Washington post” di L.Eugenio

Ludovica Eugenio
Adista Notizie n° 6 del 13/02/2016

In un momento in cui l’espressione “coming out” sta cominciando a diventare quasi datata, il sacerdozio cattolico è forse «uno degli ultimi nascondigli rimasti, ed è piuttosto affollato». Lo scrive la giornalista statunitense Michelle Boorstein, esperta di questioni religiose, sul Washington Post (31/1), costruendo un quadro dell’omosessualità tra i 40mila preti cattolici del Paese, tra cui sarebbe diffusa in una percentuale molto elevata («secondo alcuni potrebbe costituire la maggioranza») ma ammessa solo in minima parte. Nel dibattito pubblico sulle unioni omosessuali e in quello ecclesiale sul tema, dibattuto nel corso del Sinodo sulla famiglia dell’ottobre scorso, «i preti gay sono invisibili», scrive Boorstein, e la «Chiesa non conduce una ricerca su questo aspetto». Le interviste da lei realizzate a diversi preti ed ex seminaristi gay, nonché ad esperti in materia rivelano un gruppo di uomini «per lo più a loro agio con la loro sessualità. Molti non hanno urgenza che la Chiesa se ne occupi. Alcuni, però, affermano che il sacerdozio continua ad essere sessualmente repressivo; uno ha parlato di un “muro invisibile” tra i preti su questo tema».

Un nascondiglio affollato

Tra i pochi ad aver deciso di rivelare la propria omosessualità c’è p. Warren Hall, apprezzato cappellano alla Seton Hall University di South Orange nel New Jersey, presso la quale svolgeva anche il ruolo di “coach” delle squadre sportive. Nel maggio scorso, Wall è stato licenziato in tronco da mons. John Joseph Myers, arcivescovo della sua diocesi, Newark, per il suo attivismo contro l’omofobia (v. Adista Notizie n. 28/15). L’anno precedente, infatti, Wall aveva pubblicamente dato il suo appoggio, su Facebook, alla campagna NOH8, avviata in California per contrastare l’opposizione al matrimonio gay. «I messaggi impropri su Facebook e Twitter – questa la motivazione dell’arcivescovo – hanno sollevato seri dubbi sulla sua posizione riguardo ad alcuni importanti insegnamenti della Chiesa». È stato in conseguenza di questo brutale licenziamento, che il prete ha deciso di rivelare la propria omosessualità, ritenendo di «essere stato punito ingiustamente», e di scrivere a papa Francesco, al quale ha chiesto di parlare della questione dei licenziamenti di persone Lgbt dalle istituzioni cattoliche in occasione della visita di settembre negli Usa. Cosa che il papa, poi, non ha fatto. L’arcidiocesi, che da luglio aveva smesso di pagargli lo stipendio, lo ha poi riassegnato a due parrocchie del New Jersey. L’orientamento sessuale, ha commentato all’epoca il portavoce della diocesi Jim Goodness, non preclude la via del sacerdozio: «Se resta celibe e mantiene le promesse fatte all’ordinazione, il suo orientamento sessuale non è un impedimento». Hall, però, ha affermato di capire il motivo per il quale tanti sacerdoti gay non fanno coming out o non sposano la causa dei diritti omosessuali: «I preti vogliono essere bravi preti – ha spiegato a Boorstein – e vogliono fare il loro lavoro. Molti di essi, a ragione, si occupano più del problema degli homeless che del sesso. Noi dobbiamo occuparci di più di problemi come quelli, che colpiscono le persone». «A un seminarista gay – conclude – direi: non dirlo a nessuno».

È anche vero che coloro che hanno svelato la propria omosessualità hanno trovato ben poco supporto tra i loro confratelli: «I parrocchiani sono stati molto solidali. Le religiose sono state molto solidali. Un gruppo a restare in silenzio è stato quello dei miei confratelli preti, sia quelli gay, sia quelli etero», ha detto a Boorstein p. Fred Daley, prete di Syracuse che nel 2004 trovò il coraggio di parlare, esasperato dalla falsa associazione preti gay/preti pedofili: «Per certi versi, avevo infranto le regole del club clericale». Alcuni, invece, si aprono solo in rare circostanze, privatamente, quando si tratta di dare supporto morale a persone che vivono male la propria omosessualità: «Qualcuno mi ha detto: “Sono un pezzo di m…”. Io ho risposto: “A te sembro un pezzo di m…? Dio mi ha fatto così.”». Ma c’è anche chi, decidendo di rivelarsi solo in contesti “sicuri”, non include tra questi il confessionale: «Abbiamo troppo da perdere. Ho investito la mia vita in questo lavoro», spiega un prete della Pennsylvania.

«Dio, cosa devo fare?»

E poi c’è, tra gli intervistati, un prete di Chicago, che aveva chiesto a Boorstein di restare anonimo. Rispetta l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità, ma cerca di enfatizzare quanto la Chiesa afferma come espressione del divino e incoraggia le persone al discernimento, a trovare il proprio posto. Il suo, afferma, è quello di un uomo che non era consapevole della propria omosessualità quando è entrato in seminario, e ora la considera un dono per il suo ministero: «C’è un livello di testimonianza che per me è molto importante. La fede cristiana ha molto da dire sugli svantaggiati, sugli emarginati per la lebbra, sui ciechi, gli storpi, la prostituta rifiutata, la vedova, i piccoli. Vorrei essere uno di quei preti che, con grande rispetto per l’insegnamento della Chiesa, può dire: sono un essere umano. Sono un figlio, ho cinque fratelli, sono gay e sono prete. Punto». Ma dopo 23 anni di attività nelle parrocchie di Chicago, al desiderio di rivelare la propria identità, fa da contrappunto la paura: di deludere i suoi parrocchiani, di destabilizzarli, di essere penalizzato nel proprio lavoro, di cadere da quel piedistallo costituito dall’immagine “angelicata” di sacerdote al di sopra del mondo della sessualità che i fedeli si sono costruiti. Per questo motivo, tante volte si è frenato quando invece avrebbe voluto parlare, dal pulpito, del matrimonio omosessuale, quando stava per essere legalizzato nel 2008: «Pensavo: Oddio, se ne parlo, penseranno che sono gay». Allo stesso tempo, la spinta a uscire dal segreto trova la sua motivazione nell’impatto positivo e pacificante che il coming out avrebbe su tanti gay caduti nella tossicodipendenza, nella depressione, sui genitori di ragazzi gay che sentono di dover scegliere tra l’amore per il figlio e l’appartenenza alla Chiesa. Un tormento straziante: «Dio, che cosa mi chiami a fare, qui? era la sua preghiera. A uscire allo scoperto, o a restare chiuso nel segreto?». «Alla fine – conclude Boorstein – la preghiera l’ha portato a convincersi del fatto che questo articolo è parte della sua testimonianza. Ha deciso di dire il suo nome. Si chiama Michael Shanahan».

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