Home Politica e Società «Non credevo che la vita fosse così lunga». Note in libertà su don Verzé e il San Raffaele

«Non credevo che la vita fosse così lunga». Note in libertà su don Verzé e il San Raffaele

Giovanni Colombo
Il Margine, novembre 2011

L’unico che poteva scrivere un vero articolo su don Luigi “Maria” Verzè – il «Maria» è una libera aggiunta del don, di seguito “il dV” – e sulla sua creatura, il San Raffaele – «pietra di Dio che guarisce», di seguito “il SR” – non c’è più. Era Mario Cal, il suo braccio destro, l’amico fraterno, il Supersigillo (vedi sotto chi sono gli esoterici Sigilli), per 21 anni vicepresidente operativo della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor (di seguito “la Fondazione”). Il 18 luglio scorso si è sparato un colpo in testa, lasciando due lettere e 12 scatoloni di documenti ora all’esame dei giudici.

Un altro che dovrebbe scrivere ma non può più farlo, per le sue precarie condizioni di salute, è il cardinale Carlo Maria Martini. Un vero peccato, avrebbe potuto spiegarci meglio le sue parole del 14 marzo 2010, durante la festa per il 90° del dV (sul palco dei festeggiamenti c’erano, insieme col Cardinale, Silvio Berlusconi e Ferruccio de Bortoli), così riportate il giorno dopo dal Corriere della Sera (articolo a p. 8 di Paolo Foschini): «Lo amo e lo stimo tanto – dice Martini … Martini ha pronunciato l’elogio genetliaco del suo amico “San Luigi” (un lapsus applaudito: “Ho precorso i tempi” ha poi scherzato il Cardinale) elencandone le doti: “audacia dell’aquila, coraggio del leone, passo felpato dell’antilope”. E dicendone la “prudenza del serpente” ha citato il corrispondente termine greco, che implica “saggezza ma anche astuzia e direi furbizia”».

Altri ancora che dovrebbero sentire l’urgenza morale di scrivere sono i filosofi dell’Università Vita – Salute (sulla nascita della facoltà vedi la mia invettiva La strana coppia Cacciari – don Verzè, “Il Margine” 6/2002). Nomi d’eccellenza, dotati di altissima visibilità mediatica. Parlano su tutto ma proprio su tutto, in particolare sulle nefandezze dell’amico del dV (tema arcinoto e in fondo neanche così eccitante), non hanno molto da fare, almeno in Università (gli iscritti al primo anno sono una ventina), ma finora non hanno trovano il tempo e l’ardire di interrogarsi in profondità su quel che sta succedendo in via Olgettina. Dopo qualche dichiarazione sulla “libertà non negoziabile” assicurata dal prete, si sono chiusi in un incomprensibile silenzio. E dire che la materia su cui philosophari è piuttosto ampia.

Ubi deficiunt equi, trottant aselli. Accontentatevi dunque di qualche nota in libertà di un quidam de populo. Provo a riassumere per punti lo stato dell’arte.

Lo stato dell’arte (a novembre 2011)

1. Il SR è una potenza sanitaria di prim’ordine. Sorto nel 1969 nell’hinterland milanese per ispirazione divina («Il nostro primo azionista è Cristo», ha detto più volte il dV) e dall’iniziativa dell’Associazione Centro di Assistenza Ospedaliera S. Romanello (trasformatasi poi nella Fondazione), è un’eccellenza in Italia e in Europa, una vedetta della ricerca, una struttura privata accreditata che accoglie decine di migliaia di pazienti, e a cui la Regione Lombardia versa ogni anno più di 400 milioni. Nel corso degli anni l’attività della Fondazione si estende ben oltre l’IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) di Milano 2: si va dagli altri ospedali in Italia e all’estero (India e Brasile), all’Università Vita –
Salute (facoltà di medicina, psicologia, filosofia), dalle società di servizi e di edilizia alle biotecnologie, dai laboratori di ricerca alle aziende agricole, dagli alberghi di lusso a una casa editrice.

2. Questa imponente corporation, dopo aver attraversato varie e anche burrascose crisi di crescita, negli ultimi anni scivola progressivamente in una profonda crisi finanziaria. All’inizio del 2011 diventa urgente trovare un nuovo assetto patrimoniale e gestionale. L’amico Silvio viene sentito per primo. Ma la sentenza della Corte d’Appello sul Lodo Mondatori – che ha imposto a Fininvest il pagamento di 560 milioni di euro alla holding di Carlo De Benedetti – congela le intenzioni del premier, non più in grado di venire incontro alle necessità dell’amico prete. Mentre si ipotizza una cordata di salvatori, guidata da Giuseppe Rotelli, uno dei maggiori imprenditori della sanità lombarda e italiana, si mette in moto il segretario di Stato Vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone, con due suoi uomini di fiducia, il banchiere Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR, e il manager della sanità Giuseppe Profiti, presidente dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma.

3. Esaminata la situazione, il cardinal Bertone decide di intervenire.
Il 15 luglio una nuova squadra entra nel Cda della Fondazione: oltre a Profiti e Gotti arrivano altri due uomini di Bertone, l’ex guardasigilli Giovanni Maria Flick e l’imprenditore cattolico genovese Vittorio Malacalza. Completano il board Massimo Clementi, preside della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Vita Salute, e Maurizio Pini, professore di accounting della Bocconi. Il dV resta sì Presidente ma senza più deleghe operative. A Profiti, nominato vicepresidente, toccano tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione.

4. Tre giorni dopo, il 18 luglio, si suicida Mario Cal. Nessuna dichiarazione ufficiale da parte della Fondazione.

5. Le pressioni della Procura di Milano per avere quanto prima un piano di risanamento costringono il Cda al lavoro per tutta l’estate. I revisori di Deloitte, il superconsulente Enrico Bondi, i legali dello Studio Origoni chiariscono le cifre: i debiti ammontano a un miliardo e mezzo di euro; solo nel primo semestre del 2011 le perdite si attestano sui 40 milioni di euro; ci sono centinaia di fornitori dell’ospedale che non vengono pagati da due anni e sono anch’essi sull’orlo del fallimento.

6. Il 14 settembre viene presentata al Cda l’offerta dello Ior e di Vittorio Malacalza. Essa prevede il salvataggio di quasi tutte le attività ospedaliere e di ricerca con il relativo personale (3.800 dipendenti). Il corrispettivo è di 250 milioni di euro, oltre all’accollo di passività stimabili in circa 500 milioni di euro. Secondo il progetto, le attività e le passività saranno trasferite a una nuova società: controllata da quest’ultima nascerà una Fondazione che avrà esclusivamente compiti di salvaguardia dello spirito originale e che potrà continuare a ricevere i contributi del cinque per mille. La vecchia fondazione incasserà il valore della nuova società, dismettendo le attività rimaste e pagando i creditori (i privilegiati in forma piena, i chirografari in una misura ridotta, dal 52 al 60 per cento).

7. Mentre il Cda analizza il progetto, il 23 settembre la Procura di Milano, constatato lo stato di insolvenza, chiede il fallimento del SR. Il Cda della Fondazione si dà una mossa: il 7 ottobre approva definitivamente l’offerta Ior-Malacalza e dà mandato ai legali di presentarla, sotto forma di richiesta di concordato preventivo, al Tribunale fallimentare. Il 21 ottobre si dimettono all’improvviso i consiglieri Massimo Clementi e Maurizio Pini: «per motivi strettamente personali», recita il comunicato ufficiale.

8. Il 28 ottobre il Tribunale di Milano dà il via libera alla proposta di concordato preventivo e nomina come commissari Rolando Brambilla, Luigi Giovanni Saporito e Salvatore Sanzo. A loro spetta il compito di “sorvegliare” un Cda in palese conflitto d’interessi con gli offerenti Ior- Malacalza e di tenere aperta la porta ad altre eventuali offerte. I creditori hanno tempo fino al 23 gennaio 2012 per esprimersi sulla proposta: senza la loro approvazione, il piano salterà.

Da questi dati emerge una situazione non ancora definitiva ma dai contorni già chiari. È finito il SR di dV e, come capita alla fine di ogni epoca importante, c’è da riflettere a lungo per capire, imparare, cambiare. Per questo – ripeto – è sorprendente il silenzio dei maitres à penser. Perché non parla almeno lui, il capo indiscusso, Massimo Cacciari? «Ormai è la mia voce» disse dV in un’intervista del 2007. In attesa di qualche cenno dell’alto, pongo io tre domande dal basso. Sono le stesse che si fa pure la mia portinaia (non scherzo, l’ho testata, non siamo al livello della Renèe de L’eleganza del riccio ma quasi). Alle domande rispondo con la mia opinione, la mia doxa. Di doxa in doxa possiamo tentare di avvicinarci alla verità, all’aletheia, allo svelamento (tutto con la minuscola, le maiuscole non sono in nostro potere).

Chi è don Verzè?

Prima domanda: ma chi è davvero il dV? L’ho visto di persona solo in due occasioni, ho letto alcune sue interviste, ho raccolto pareri da dipendenti del San Raffaele e ho letto svogliatamente uno dei suoi libri, Siamo tutti nella stessa barca, scritto a quattro mani con il cardinale Martini (sempre lui!), pubblicato nel 2009. Come posso giudicarlo? Infatti non lo giudico, faccio solo parlare la mia pelle (Pelle per pelle, tra l’altro, è il titolo della autobiografia scritta con Giorgio Gandola, edita da Mondadori nel 2004). Secondo me il dV, a dispetto dell’abito di manager, giacca e cravatta d’ordinanza, e delle sue ardite proposte di riforma della Chiesa, è un tipico prete veneto della generazione preconciliare.

E come tutti (o quasi) i preti di quella generazione si sente un eletto che non è tenuto a rispettare le regole del mondo. Ciò spiega la sua allergia per le leggi (è stato più volte indagato e condannato in primo grado, salvato in seguito dalla prescrizione) e la sua totale avversione per il pareggio di bilancio. Dio mi ha chiamato, io ho risposto, son diventato prete, non sono più come gli altri cittadini, son legibus solutus, la Provvidenza provvederà, chi può fermarmi? Così pensa il prete vecchio stampo della cristianità lombardo-veneta.

Per di più, dV è un prete che vuole diventare un fondatore. La tensione per l’opera l’ho vista da vicino in molti parroci ambrosiani che si sono dannati l’anima pur di costruire chiese e oratori (è stato chiamato il “culto della pietra”). In dV questa tensione s’è fatta ossessione, spinta irrefrenabile verso obiettivi altissimi, per superare pure il suo maestro, il beato Giovanni Calabria. Ogni fondatore, per essere tale, deve usare un linguaggio immaginifico, biblico-sacrale; deve attorniarsi di seguaci fedelissimi; deve cercare alleanze con i potenti di turno. E tutto questo ha fatto dV, dimostrando un’abilità e una spregiudicatezza fuori dal comune.

I suoi discorsi slittano facilmente dalla scienza alla fede, dalla teologia alla taumaturgia. Al SR i simboli e le frasi bibliche sono ovunque, appese ai muri e persino negli ascensori, citate negli scritti e negli incontri ufficiali. I suoi più stretti collaboratori, disponibili a dedicarsi interamente alla causa, li ha riuniti in un associazione riconosciuta dalla diocesi di Verona e li ha sigillati con il sigillo dell’Apocalisse (per questo vengono chiamati i Sigilli). Ha costruito una fitta rete trasversale di contatti e di amicizie. A livello mondiale è amico del (fu) Gheddafi e di Fidel Castro. Nel mondo economico è stato finanziato da tutti, e super finanziato in particolare dalla Cariplo di Roberto Mazzotta e da Intesa San Paolo di Giovanni Bazoli. In politica è stato vicino agli andreottiani, alla destra Dc e ai socialisti.

Intimo di Bettino, ha sempre amato, ricambiato, Silvio. Ora sta pure flirtando con Nichi Vendola, appassionato sostenitore del progetto del nuovo SR del Mediterraneo in quel di Taranto. Gli unici che non sopporta sono i cattocomunisti, «la sinistra cattolica dossettiana e lapiriana, giustizialista e pauperista, egalitaria e autoritaria». Il prete-fondatore non ha mai avuto freni, e in questi ultimi anni ha schiacciato ulteriormente sull’acceleratore. La sua volontà di espansione ha assunto contorni megalomani. Deve lasciare a tutti costi qualcosa di eterno. Tanto più che il suo “primo socio” non protesta mai. Molto riservato, questo Signore.

Più dV lo tira in ballo («È il mio socio di maggioranza. Se lui dice “vai avanti”, io vado avanti e fino a che lui mi viene dietro non mi fermo»), più Lui resta in silenzio. Era certamente silenzioso e forse pure annoiato quel giorno del 2008 quando il don posò un’enorme statua dell’arcangelo Raffaele sulla cupola dell’ospedale milanese. La stessa cupola, quella del nuovo dipartimento di Medicina molecolare, da cui già pendeva una gigantesca doppia elica che rappresenta il dna, appena sopra la riproduzione della barca di San Pietro. Forse questo socio ama la scure più che il merletto. Ciò che tronca, semplifica, brutalizza, più che ciò che gonfia, complica, appesantisce. Di sicuro non apprezza il rosso nei bilanci e i mercanti nel tempio.

Perché tanto successo?

Seconda questione: perché il dV ha riscosso un così grande successo? La risposta sembra facile. Il don ha stretto in una morsa la realtà e l’ha piegata ai suoi sogni carismatici, e adesso l’opera è lì, enorme, e fa del bene a tante persone, chi può negarlo? Come si fa a non ammirarla? L’opera incanta gli esseri umani e a nulla vale allertare sulla presenza di anomalie (uso un eufemismo). Chi si permette di avanzare dei dubbi viene bollato per invidioso disfattista moralista comunista. L’opera attira sempre consenso, a prescindere dalle forzature (uso un altro eufemismo). Anzi, proprio le forzature producono spesso un alone epico e provocano un aumento dell’ammira-zione.

Cos’è questa inesorabile tendenza a sottovalutare gli aspetti negativi, appena questi si presentino, perché dopo è tardi? È un’altra delle forme in cui si manifesta la banalità del male? Ah, se i biologi, i filosofi, i teologi parlassero… Gli studiosi che si occupano di soma-psiche-spirito dovrebbero pur pronunciarsi sul groviglio che siamo. Qualcosa di noi è nella luce della razionalità e della moralità, ma molto c’è di sommerso, brividi e spinte che risalgono dalla zona più buie del nostro io e che spingono a mollare i freni e a partire per la tangente. La storia insegna che purtroppo sono i chierici, coloro che per tutta la vita hanno distillato belle parole e inseguito splendide teorie, i primi a finire ammaliati dalla vista dell’opera, della “carne”, anche quando questa è opaca, ammalorata, costruita su parole sbagliate o menzognere.

In ultima istanza, il successo esagerato e prolungato di dV mi sembra una tipica sottovalutazione della presenza del male. Libera nos a malo… perché non recitiamo più il Padre Nostro?… Dai sicuri di sé, presuntuosi e arroganti, dal cinismo di molti, dalle voglie di tanti, dall’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti, libera, libera nos Domine… da quanto tempo non cantiamo più Guccini? Noi siamo perennemente assonnati e non ci preoccupiamo mai del male in fase preventiva, al mattino, quando l’opera sta sorgendo. Invece «la natura delle cose sta nel loro nascimento»… da quanto tempo non studiamo più Gianbattista Vico? Men che meno ce ne preoccupiamo sotto il sole di mezzogiorno. A quell’ora solo applausi e champagne.

Ma la sera arriva presto, specie in ospedale. A disastro avvenuto siamo costretti a intervenire. Ma lo facciamo sempre alla nostra maniera, svogliatamente, superficialmente, senza incidere il tumore in radice. Rimuoviamo il peccatore, l’egomaniaco, ma non vogliamo capire il peccato, la patologia, e fare metanoia, cambiare mentalità. Vogliamo tornare subito nel nostro letto. Il mondo non è che sonno. Il mondo vuole la ripetizione addormentata del mondo. Il Vaticano che arriva con zuavi e palafrenieri darà una sveglia?

Perché il Vaticano interviene?

Terza e ultima domanda: perché il Vaticano interviene? Il SR è laico, senza alcun rapporto con le istituzioni ecclesiastiche. Il dV è partito con l’idea che ormai non fosse più tempo di etichette confessionali e con la volontà di mantenere le mani libere. È lo stesso dV a raccontare spesso che, primi anni sessanta, gli fu proposto di fondere il suo iniziale progetto con quello dell’Università Cattolica per dar vita al Policlinico Gemelli e la cosa naufragò perché lui pretendeva che non ci fosse scritto “cattolico” da nessuna parte. I problemi con la gerarchia iniziarono in conseguenza del suo rifiuto di riservare due posti nell’Opera San Romanello a uomini della Curia di Milano.

Se il concordato verrà approvato, il SR finirà proprio lì, nelle braccia del Vaticano, dove il dV non avrebbe mai voluto andare. Stiamo assistendo a una fantastica eterogenesi dei fini. Pare infatti che il cardinal Bertone, vero dominus dell’intera operazione di salvataggio, coltivi una strategia di acquisizione di università e ospedali cattolici per creare un polo sanitario che colleghi l’Ospedale pediatrico Bambin Gesù (già sotto controllo vaticano), il SR, il Policlinico Gemelli, l’Istituto Dermopatico dell’Im-macolata di Roma (anch’esso coi conti in rosso) e la Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Si costituirà un network cattolico: di più, Kattolico, con la k.

Una tale operazione costa cara: richiede tanti soldi, e non solo, almeno nel caso del SR anche un intervento sulla linea scientifica ed etica. Il cardinale avrà certamente letto i faldoni della Segreteria di Stato contenenti la documentazione dei numerosi contenziosi tra il SR e l’autorità ecclesiastica e avrà visto che, mentre i dissidi dei primi anni erano di natura pratica-mondana e disciplinare, in anni più recenti si sono tramutati in nodi concettuali, in diversità di vedute e comportamenti sui temi bioetici. Al SR si pratica da sempre la fecondazione assistita, che la dottrina della Chiesa non permette. Sul fine vita v’è un’apertura giudicata eccessiva: nel 2006 lo stesso dV annunciò di aver “staccato la spina” ad un amico malato. Nelle carte vaticane il Cardinale avrà rinvenuto traccia della critica più radicale: l’accusa di eresia scientista.

Dalle parti di Milano 2 si esalterebbe la ricerca scientifica, segnatamente quella biologica, vista come espressione più alta e nobile della libertà, via sacra della conoscenza, il tutto senza il beneficio del dubbio. Si darebbe troppo spazio alla medicina preventiva-predittiva, all’esame del dna, all’utilizzazione delle cellule staminali, al controllo a distanza; la fede nella guarigione scivolerebbe verso il mito huxleyano dell’immortalità. Non penso che il Vaticano condivida in toto questa accusa. Così come non valuto l’attuale gerarchia, che pure ha individuato da tempo nella bioetica il fronte incandescente della nuova sfida antropologica, in grado di opporre una chiara linea alternativa al pensiero-prassi del SR.

Se questi entrerà nel network non ci saranno, almeno a breve, drastici cambiamenti dell’impostazione scientifica e bioetica. Prenderà, questo sì, l’etichetta giusta e dovrà far numeri, ovvero soldi. Confezione e quantità: queste sono le priorità del salesiano Bertone. Il dibattito sul contenuto e sulla qualità, sul miglioramento della salute e sull’incremento della longevità, è rinviato nell’aldilà.

La vita è lunga

Si può trarre una morale da questa storia, senza passar per maramaldi? Il sugo è semplice (simplex sigillum veri, così finisce il suo best seller L’anima e il suo destino Vito Mancuso, altro prof del SR, oggi teologo fra i più noti al pubblico di sinistra ma anche lui muto come un pesciolino rosso): è ora di tornare ai fondamentali. Chiamatelo abc, chiamatelo buon senso, chiamatelo saggezza, chiamatelo come volete ma chiamatelo e seguitelo! Mi sembra di sentire la voce di mio nonno Ambrogio. Non fare mai il passo più lungo della gamba. Non fare debiti e, se sei costretto a farli per comperare la casa, pagali subito. Non andare dagli avvocati e non farti trascinare in tribunale. Accontentati di quello che hai.

Prima o poi i nodi (e i pidocchi, aggiungo io) vengono al pettine. «Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi il vino con cuore lieto… in ogni tempo le tue vesti siano candide e il profumo non manchi sul tuo capo… godi la vita con la sposa che ami, per tutti i giorni della tua vita frugale… solo ricordati che Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male» (questo non è il nonno, è il Qoelet). In questo tempo di apocalisse torniamo al genesi, all’incipit, a vivere bene e, com’è scritto sulle ricette di cucina, q.b., quanto basta.

Chissà cosa pensa in proposito il dV, che appena due anni fa sulle colline di Lavagno, nel veronese, aveva messo la pietra del centro Quo Vadis, la cittadella del benessere dove imparare a vivere fino ai 120 anni. Ma adesso quo vadis, dV? In un’intervista di qualche tempo fa a un ex pugile passato dalle stelle del successo alle stalle della povertà, ho letto una frase semplice e terribile che mi si è stampata nel cervello: «non credevo che la vita fosse così lunga». È una frase che ogni VIP dovrebbe ricopiare e tenere nel portafoglio, per rileggersela ogni mese. Anzi sarebbe il caso che anche noi VNP (very normal people) la incidessimo nella mente.

Solo un anno fa la gloria del padre splendeva infinita. Ricorda, dV? Tutti a spellarsi le mani, il 14 marzo 2010. È venuto anche il quasi Papa, il cardinale Martini, a dirle cose sublimi. Quanti applausi, quel giorno! Ora c’è un assordante silenzio, il telefono tace, nessuno bussa. O dV, sia sincero, vuole ancora vivere fino a 120 anni? E allora non era meglio seguire i consigli giusti e finire sazio di giorni invece di ridursi solo, schiacciato da una montagna di debiti e macchiato dal sangue del supersigillo suicida?

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