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Il ballottaggio del tupamaro

di Mariavittoria Orsolato
da www.altrenotizie.org

Ha destato non poche sorprese il risultato della tornata elettorale uruguayana che la scorsa domenica ha decretato il ballottaggio tra l’ex guerrigliero tupamaro José Alberto “Pepe” Mujica Cordano, candidato per l’attuale partito di governo Frente Amplio e l’ex presidente Luis Alberto Lacalle, del Partido National “Blanco”. Mujica, arzillo settantaquattrenne dalla storia politica decisamente intensa, non è riuscito a sfondare il tetto del 50%, fermandosi tra il 47% e il 49%, e dovrà così affrontare nuovamente quel Lacalle che ha già guidato l’Uruguay tra il 1990 e il 1995, e che in questa tornata si è aggiudicato un temibile 29%.

Il terzo candidato Juan Pedro Bordaberry, figlio dell’ex dittatore golpista Juan Maria – attualmente sotto processo per crimini contro l’umanità, complicità in colpo di Stato e violazione della Costituzione – esponente di spicco del Partido Colorado, ha raccolto il 17% delle preferenze ma ha già dichiarato apertamente che lui ed il suo partito appoggeranno Lacalle all’appuntamento elettorale del 29 novembre.

Questo il quadro di un’elezione che, sulla carta, doveva essere vinta da Pepe Mujica, ma che lo spaesamento degli uruguayani ha tramutato in un interessante scontro, capace di tastare il polso ad una nazione non ancora del tutto inserita nell’onda chavista-bolivariana che ha attraversato una parte dei paesi dell’America Latina nell’ultimo decennio. L’elettorato, accorso in massa alle urne nella misura del 90% degli aventi diritto, non pare essere convinto sulla scelta di candidare Pepe Mujica e si è di fatto diviso a metà sulla possibilità di continuare il percorso iniziato nel 2004, quando per la prima volta il Frente Amplio – l’eterogenea coalizione di sinistra formata da ex Tupamaros, ex blancos ed ex colorados, con socialisti, post-comunisti, socialdemocratici, popolari e democristiani – è salito al governo con Tabaré Vàzquez Rosas, rompendo la diarchia pluriennale tra i Colorados e i Blancos.

Questa indecisione popolare andrebbe infatti a premiare il candidato “blanco” Lacalle, un personaggio i cui trascorsi istituzionali vantano diverse accuse per corruzione e i cui 5 anni di governo sono stati segnati da infelici politiche di taglio alla spesa pubblica, riduzione degli stipendi e svendite di proprietà statali. Evidentemente anche in Uruguay si soffre degli stessi problemi di memoria storica di cui si soffre sempre più in Italia.

Ma se a Montevideo l’ex tupamaro Pepe non ha sfondato il tetto di gradimento, la colpa non è solo della memoria corta degli uruguayani: contro l’ex tupamaro hanno giocato un ruolo importante i dubbi dell’ala moderata del partito – ancora troppo legati alla figura decisamente politically correct di Vàzquez – e gli inevitabili riferimenti storici al passato politico di guerriglia che lo hanno avvicinato più allo spettro del chavismo venezuelano, che al modello di crescita felice del brasiliano Lula.

A mettere i bastoni fra le ruote di Mujica è stata anche e soprattutto la Chiesa cattolica, che estremamente contrariata dall’approvazione di una legge sulla possibilità di adozione per le coppie omosessuali e dal disegno di legge sulla legalizzazione dell’aborto, ha scatenato una violenta campagna contro il Frente Amplio, tanto che il primate uruguayano ha esplicitamente sollecitato a votare contro chi non rispetta i principi irrinunciabili della famiglia e della vita. Non pare poi abbiano avuto così tanto peso i brillanti risultati governativi raggiunti dal presidente uscente Vàzquez, che in solo quinquennio è riuscito a quadruplicare le riserve della banca centrale e a rendere appetibile una buona fetta del mercato uruguayano ai colossi europei, statunitensi ed asiatici.

La giornata elettorale di domenica ha però segnato un’altra cocente sconfitta per il Frente Amplio nella bocciatura dei due referendum promossi dal governo. Il primo, che non ha raggiunto il quorum per un soffio, riguardava l’abrogazione di quella Ley de Caducidad che concedeva l’amnistia ai capi militari condannati per i reati commessi tra il 1973 e il 1985, durante la dittatura militare; il secondo verteva invece sulla possibilità di ratificare anche il voto epistolare, ma i Si hanno raggiunto la misera quota del 38%.

Se il trend negativo del Frente Amplio dovesse avere un’ulteriore conferma al prossimo turno di ballottaggio, le ripercussioni potrebbero andare oltre i confini del piccolo paese incastrato tra Argentina e Brasile. Con l’Uruguay è cominciato infatti quello che in molti chiamano “l’anno elettorale”, un evento che in 12 mesi chiamerà alle urne Honduras, Bolivia, Cile, Costa Rica, Brasile e Venezuela e che potrebbe regalare diverse sorprese: se l’Uruguay si rivelasse al ballottaggio come possibile cartina tornasole della spinta socialista sudamericana, sarebbero proprio le realtà della sinistra moderata a scontare maggiormente le conseguenze della crisi economica e del voto da quest’ultima così influenzato.

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