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SUDAFRICA – TEOLOGIE NERE DELLA LIBERAZIONE

da Nigrizia, dossier Febbraio 2010

IL DIO DEGLI OPPRESSI

L’opera di riferimento, divenuta un classico nell’analisi sociologica, politica e religiosa dei movimen­ti messianici, profetici e terapeutici nell’Africa australe, è Bantu Prophets in South Africa (1961) di Bengt G. M. Sundkler. Il libro descrive i contesti politico, culturale, sociale, religioso ed economico che hanno favorito l’emer­gere e il diffondersi dei movimenti messianici e terapeutici afro-cristiani in un ambiente di discriminazione isti­tuzionale e politica verso i neri.

Sundkler fa notare che i profeti del­le chiese afro-cristiane focalizzano la loro predicazione domenicale sull’ur­genza della conversione, del ritorno a Dio di ogni persona e dell’attesa vigilante del “Giorno del Signore” nel di­giuno, nella preghiera e nell’elemosi­na. Durante queste liturgie, viene fatto balenare davanti agli occhi di tutti «il giudizio escatologico di ogni carne da­vanti al volto e al trono di Dio Crea­tore». Questa forte “concentrazione escatologica” culmina nella seconda parte delle celebrazioni domenicali, consacrata alle preghiere pubbliche d’intercessione e di guarigione divina, tramite l’imposizione delle mani e la proclamazione di parole ispirate dallo Spirito Santo. I predicatori e profeti di queste chiese interrogano frequen­temente l’assemblea: siete pronti ad accogliere la morte e a comparire di fronte al volto di Dio? Le chiese afro­cristiane proliferano oggi in tutte le grandi città africane e della diaspora dell’Europa e dell’America del nord e vivono la loro fede secondo la sensibi­lità culturale e religiosa nera.

Durante il regime razzista e schia­vista in Sudafrica, le chiese cristiane hanno giocato ruoli contraddittori, a volte diametralmente opposti. Da una parte, le chiese riformate olandesi hanno offerto la legittimazione teolo­gica e ideologico-politica alle autorità tiranniche che hanno relegato la mag­gioranza nera e meticcia a una vita da schiavi. Dall’altra, le chiese più vicine alle popolazioni nere si sono opposte con fermezza al regime dell’apartheid, favorendo il nascere della coscienza nera e della teologia nera della libera­zione. Per una buona selezione di te­sti dei principali autori della teologia nera della liberazione, si può consul­tare Chrétiens d’Afrique du Sud face à l’Apartheid di Anne-Marie Goguel e Pierre Buis (2004).

Nel suo studio, “Teologia nera del­la liberazione” (Gibellini, Percorsi), il teologo sudafricano Simon S. Maimela descrive il contesto socio-politi­co ed economico di oppressione e di servitù che ha visto nascere la teologia nera della liberazione durante il lun­go periodo di dominio della mino­ranza bianca sulla maggioranza nera. Questa corrente teologica è in stretta connessione con la teologia nera del­la liberazione negli Stati Uniti, dove i neri per troppo tempo furono trattati come subumani, non-persone, animali senz’anima e, di conseguenza, prede­stinati a essere schiavi, senza valore umano, né dignità, né diritti.

Per Maimela, la teologia nera della liberazione è una reazione – «colletti­va e teologica, vigorosa e sovversiva» contro il regime schiavista che i bianchi hanno imposto ai neri sudafricani per quattro secoli. È un grido di ribellione e una rivolta collettiva di persone che, grazie alle loro fede in Cristo, inten­dono vivere nella libertà e con dignità, senza dover chiedere ai loro aguzzini questo diritto inalienabile.

La liberazione preconizzata dalla teologia della liberazione è «olistica e teocentrica», perché Dio, nel suo amore e nella sua giustizia, libera sia i ricchi persecutori, sia i poveri perse­guitati dalla schiavitù del peccato che conduce alla separazione da Dio Crea­tore. Va da sé che questa liberazione, frutto della grazia incondizionata e infinita di Dio, rende possibile un’in­terpretazione teologica di tutte le lotte dei neri e di tutti gli altri schiavi che si battono contro le strutture di peccato che stanno alla base delle ingiustizie, delle guerre e delle violenze nel mon­do di oggi. In un mondo caratterizzato dallo sfruttamento sistemico dei popoli dell’emisfero sud da parte delle grandi potenze militari, capitaliste e tecnolo­giche del pianeta, Dio continua a es­sere l’ultimo baluardo per miliardi di esseri umani condannati a morte semplicemente perché l’odierna globaliz­zazione liberista ha deciso così. Da qui la focalizzazione dei teologi neri della liberazione sulle pratiche teologiche, liturgiche, sociali e politiche delle fa­sce popolari, che celebrano ogni gior­no il Dio liberatore e salvatore.

CONFESSIONE PUBBLICA

È questa concezione di un Dio «impegnato energicamente e visceral­mente al fianco degli oppressi, degli schiavi e di tutte le vittime dei sistemi colonialisti e oppressivi di tutti i tem­pi» che traspare nell’audace e profe­tico intervento fatto dall’arcivescovo anglicano Desmond Tutu al congresso dell’Associazione ecumenica dei teo­logi del Terzo Mondo (Asett/Eatwot) di Accra (Ghana) nel 1977, sul tema “Teologia africana in cammino” (la data segna la nascita dell’Associazione ecumenica dei teologi africani – Aeta). Pochi giorni prima, il campione della “coscienza nera” sudafricana, Steve Biko, era stato massacrato di botte in una prigione sudafricana.

Tutu, quindi, parla (“fa teologia”) partendo dal contesto di oppressio­ne, di tortura e di morte in cui vivono milioni di sudafricani neri. In un certo senso, le sue parole riflettono un pa­radigma basilare della teologia nera sudafricana: l’attenzione al contesto di vita (sitz im leben) in cui è evidente ‘aspro e spietato divario tra la Parola creatrice e liberatrice di Dio e la paro­la schiavizzante del faraone di turno.Una sintesi del significato stori­co, politico e teologico dell’impegno sociale di Tutu è offerta dal suo TheRainbow People of God. The Making of a Peaceful Revolution (1994). L’arci­vescovo vi espone le diverse azioni da lui poste durante la sua vita di cittadi­no e di cristiano contro le atrocità e le violenze omicide dell’apartheid. Egli propone una “teologia politica” fonda­ta sulla positiva accettazione delle dif­ferenze razziali e culturali come dono di Dio e sulla necessità di mobilizzare le persone di ogni religione, razza, ceto sociale e ideologia politica per sman­tellare il diabolico regime con una ri­voluzione pacifica. L’immagine dell’ar­cobaleno (rainbow) richiama l’alleanza conclusa tra Dio e Noè dopo il diluvio: dopo la catastrofe, è sempre possibile ricostruire una nuova società.

AUTOAFFERMAZIONE NERA

A partire dalla sua tesi di dottora­to, Farewell to Innocence (“Addio al­l’innocenza”, 1976) fino alle sue opere più recenti [Black and Reformed: Apartheid, Liberation, and the Calvinist Tradition (1984),    When   Prayer Makes News (1986), A Call for an End to Unjust Rule (1986), Comfort and Protest: Reflections on the Apocalypse of John of Patmos (1987)], Allan Boesak, meticcio nato a Città del Capo, a lungo pastore della chiesa riformata sudafricana, teologo e attivi­sta politico, ha cercato di presentare le principali intuizioni e gli orientamenti della teologia nera della liberazione in Sudafrica.

Nel suo studio “The Courage to Be Black: Black Theology and the Struggle for Liberation” (in Race, Reconciliation and Reformed Perspectives, Grand Rapids, 2002), mostra le rela­zioni oggettive esistenti tra la teologia nera negli Usa e la teologica nera di liberazione in Sudafrica. Convinte che la liberazione è la categoria portante della missione profetico-messianica di Gesù Cristo, ambedue queste teo­logie «insorgono e si rivoltano contro la strumentalizzazione razzista e bla­sfema del messaggio della Bibbia da parte delle chiese razziste bianche». Partendo dalla solenne pro­clamazione della missione messianica di Gesù nella sinagoga di Nazaret, esse pongono al centro della loro riflessione la libe­razione degli oppressi, dei prigionieri e dei poveri da tutte le schiavitù che impediscono di vivere nella libertà dei figli di Dio. In questo senso, attualiz­zano la missione di Gesù di Nazaret, venuto a liberare i poveri e i prigio­nieri da tutti i sistemi di schiavitù e di oppressione che li disumanizzano.

Un altro noto teologo della teologia della liberazione in Sudafrica è Albert Nolan, nato a Città del Capo da una famiglia bianca. Entrato nell’ordine dei domenicani, si è consacrato al la­voro pastorale e sociale negli ambien­ti poveri del suo paese. Oggi lavora all’Istituto di teologia contestuale di Johannesburg. Alcune sue opere sono state tradotte in molte lingue: Jesus before Christianity: The Gospel of Libera­tion (1976, 1992); ,i^^£ God in South Africa: The Challenge ofthe Gospel (1988); Jesus Today: A Spirituality of Radicai Freedom. (2006).

In Dio in Sudafrica, Nolan cerca nel Vangelo le radicale soluzioni alle distruzioni morali, umane e spiritua­li causate da secoli di apartheid e di sfruttamento razziale ed economico della maggioranza nera da parte delle autorità politiche e religiose bianche. Crollati gli ultimi bastioni della politica discriminatoria e schiavista (inizio an­ni ’90), il problema principale diventa quello di sapere come l’annuncio del Vangelo possa giocare un ruolo moto­re e cruciale nella costruzione di una nuova società, retta dai principi della democrazia politica e del rispetto dei diritti imprescindibili di ogni persona. Nolan si pone delle domande: Come discernere l’azione liberatrice di Dio nella liberazione di Nelson Mandela e nel crollo inatteso dell’apartheid? Co­me possono la chiesa e la teologia cristiane essere fonti di liberazione e di pienezza morale, ­ spirituale e politica per le masse po­polari dei ghetti, a lungo tenute lon­tane dalla vita politica ed economica dai grandi gruppi industriali e mine­rari, controllati e monopolizzati dalla minoranza bianca? Possono le chiese, alcune delle quali sono state a lungo a servizio della politica schiavista e blasfema dell’apartheid, svolgere oggi un ruolo profetico nella costruzione di una nuova società democratica e giu­sta? Se sì, a quali condizioni sociali, politiche e teologiche?

Nolan è dell’avviso che certa teo­logia abbia avuto un ruolo preponde­rante già nel processo di demolizione dell’apartheid. L’Istituto di teologia contestuale, sorto a metà degli anni 70, ha disseminato idee teologiche e politiche capaci di mobilitare le chiese e i cristiani nella lotta contro la politi­ca razziale. La pubblicazione del Do­cumento Kairos (1985), di cui Nolan è stato uno dei firmatari, ha segnato una svolta decisiva e irreversibile nel pro­cesso di democratizzazione del paese.

Anche oggi, poiché la fede in Dio occupa un posto preponderante nella grande maggioranza della popolazione    sudafricana,    la teologia  cristiana deve con­tinuare a essere una forza ditrasformazione radicale dellasocietà, attraverso la promo­ zione di una mentalità pro­fetica e “rivoluzionaria” tra le ancora troppo numerose vittime nere dell’apartheid economica che a tutt’oggi regna nel paese, nonostante la fine ufficiale della segregazione razziale.

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