Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Gli equivoci del gender

Christian Albini *
www.vinonuovo.it | 27 marzo 2014

Uno spettro si aggira per la chiesa cattolica, il gender. Vescovi, teologi, mezzi di comunicazione sembrano gareggiare nel denunciare il pericolo che viene dalla teoria del gender, la quale vorrebbe cancellare la differenza tra uomo e donna, e con essa distruggere matrimonio, famiglia e ruoli genitoriali.

Il gender appare come la nuova eresia che ha conquistato politici e intellettuali, assediando la chiesa e il diritto naturale in nome del matrimonio gay. Dalla legge contro l’omofobia ai registri delle coppie di fatto, all’educazione sessuale nelle scuole, tutto sembra guidato da un grande complotto gender, portato avanti dal movimento LGBT, come se fosse una sorta di Spectre potente e ramificata. Questa narrazione è molto diffusa nel discorso pubblico cattolico. Evoca un pericolo e un nemico contro cui vigilare e mobilitarsi.

Il fatto è che forse le cose non stanno proprio così

Cominciamo dal “nemico”. Si parla ormai della teoria gender come alcuni decenni fa si parlava del comunismo. Ma dove sono i Marx e i Lenin del gender? Quali sono il Manifesto e il Capitale di questa ideologia? Come si chiama e dove ha sede il suo partito? Da nessuna parte, in tutti i testi e discorsi cattolici sul gender, si trova una risposta a queste domande, perché in realtà “la” teoria del gender semplicemente non esiste.

Vent’anni fa, quando frequentavo l’università, nei miei corsi m’imbattei negli “studi di genere” (gender studies nel mondo accademico anglosassone), una denominazione che raccoglie ricerche filosofiche, sociologiche e psicologiche che studiavano il femminile e successivamente il maschile. Queste riflessioni nascevano dalla presa di consapevolezza che l’immagine della donna, e il suo posto nella società, erano determinati da una cultura a predominanza maschile la quale perpetuava un’idea d’inferiorità e una pratica di subordinazione della donna.

L’obiettivo era la comprensione dell’identità e della differenza femminile, nella misura in cui non dipendono dal dato biologico, ma da un’elaborazione simbolica e culturale. Un esempio banale e immediato è l’idea, per lungo tempo universalmente accettata, dell’inferiorità intellettuale della donna escludendola così dalla vita politica e dagli studi. Sulla stessa linea, i gender studies hanno inevitabilmente cominciato a occuparsi delle omosessualità, le quali sollevano questioni particolari.

Il punto è che le teorie formulate in proposito sono tante e molto diverse. Le rappresentazioni a cui ho accennato sono perciò forzature arbitrarie, perché non rispecchiano la realtà. Solo le teorie più radicali postulano un’insignificanza della differenza biologica e più a monte antropologica, con i rischi di destabilizzazione sociale e di disintegrazione dell’identità dell’umano denunciati dal magistero. È un fraintendimento che chiude la porta, nel mondo cattolico, a un confronto sereno perché tante questioni e prospettive sono accomunate indebitamente sotto l’etichetta dispregiativa del gender. Così, si butta via con l’acqua sporca il bambino di un patrimonio di pensiero che aiuta a riconoscere e valorizzare pienamente nella società, ma anche nella chiesa, le ricchezze del maschile e del femminile. Vuol dire non riuscire comprendere fino in fondo l’immagine di Dio nel “maschio e femmina li creò” di Genesi.

Se non sappiamo pensare il femminile al di là di costumi e rappresentazioni stereotipate, per esempio, come comprendere l’esercizio della maternità nell’economica, nella politica, nella scienza, al di là dell’atto di generare fisicamente i figli? E lo stesso vale per il maschile. E oltre la maternità e la paternità?

Dieci anni fa, Franco Giulio Brambilla, oggi vescovo di Novara, denunciava un ritardo nell’antropologia cristiana: tra l’identità profonda e la sua realizzazione sta la cultura, cioè gli usi e costumi che strutturano la coscienza e le relazioni. In che cosa consiste una cultura cristiana dell’identità di genere? In altre parole, come la fede cristiana fa discernere e vivere concretamente nel quotidiano la verità dell’essere uomo e donna? Certo, questo vuol dire rompere relazioni di potere che fa comodo mantenere. Pensiamo alla discussione sulle donne nelle liste elettorali…

Lo sa bene papa Francesco, quando pone il problema dell’accesso delle donne a ruoli decisionali nella chiesa (cfr. Evangelii gaudium 104). Lo sanno anche meglio tante teologhe, religiose e laiche, che ben conoscono questi temi e la cui voce trova ancora poco spazio.

Tra loro, ricordo Serena Noceti, vice presidente dell’Associazione Teologica Italiana, che ha da poco pubblicato un interessante testo, «Sex gender system: una prospettiva?» (in AA.VV., Avendo qualcosa da dire. Teologhe e teologi rileggono il Vaticano II, Paoline 2014), che aiuta a farsi idee più precise. Richiamo solo due passaggi.

«La domanda sull’identità di uomini e donne si colloca al crocevia tra natura e cultura, senza riduzioni indebite e insostenibili al solo dato della differenza biologica e genetica, senza restringimenti a letture statiche dei “ruoli sociali”». Ciò significa smascherare false idee di natura, risalenti a una filosofia essenzialista e astorica, che legittimano la marginalizzazione femminile anche in ambito religioso. Infatti, nei documenti della chiesa «il soggetto umano è presentato in modo apparentemente neutro. Oggi siamo più avvertiti del fatto che in realtà ogni theoria antropologica occidentale nasce e si sviluppa intorno a un codice androcentrico, introno a un maschile universalizzato e dichiarato neutro. La prospettiva di gender permette di decodificare l’implicito, di criticare i concetti falsamente universali di persona, individuo, soggetto ecclesiale, di svelare i meccanismi simbolici del maschile e del femminile nella liturgia, nel dire Dio e l’uomo, nel pensare la rivelazione e la storia della salvezza, nel definire la Chiesa (ad esempio le metafore femminili di sposa e madre)».

* Christian Albini (Crema, 1973) marito, padre, insegnante, teologo. Partecipa alla vita cristiana della sua comunità parrocchiale e della sua diocesi, dove è coordinatore del Centro Diocesano di Spiritualità. È autore di libri, articoli e del blog Sperare per tutti. È socio fondatore dell’associazione Viandanti. Su twitter @Sperarepertutti

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‘La teoria del genere non esiste’ se non per la Chiesa Cattolica

Sophie Lebrun
Témoignage Chrétien, n° 3483/2012 Liberamente tradotto da Sara S. (www.gionata.org)

Da storico, Anthony Favier* sta preparando una tesi sul genere nel cattolicesimo. Secondo lui, la Chiesa cattolica, sfiora appena la complessità, e quindi la ricchezza, degli studi di genere.

Da quando la Chiesa cattolica si è alzata contro quello che chiama “la teoria del genere”?

La Chiesa ha preso posizione sul “genere” nel 1995, in seguito alla Conferenza di Pechino organizzata dall’ONU, sopravvenuta dopo un “decennio di diritto delle donne” che il Vaticano ha seguito attraverso gli altri incontri dell’ONU e della sua agenzia che si occupa dell’uguaglianza uomo-donna. In quell’anno, i movimenti femministi americani hanno convinto i funzionari dell’ONU e l’Assemblea a introdurre la parola “genere” (“gender” in inglese) nei documenti ufficiali. La Santa Sede, allora, ha reagito spiegando che ai suoi occhi ciò significava cercare di cambiare la realtà biologica con l’uso di quella parola e che si voleva così ottenere anche la riconoscenza degli stati alternativi di vita, come l’omosessualità. Da quel momento, regolarmente, Roma pubblica le sue prese di posizione contro ciò che chiama “la teoria del genere” particolarmente presente nei discorsi papali.

In seguito, c’è stata un’evoluzione della posizione ufficiale?

Le istituzioni romane non si sono più mosse dalla loro posizione. I vescovi francesi hanno mantenuto a lungo una certa riservatezza, parlando poco a tal proposito. Sei anni fa, Jacques Arènes, psicanalista, è stato incaricato dall’episcopato di pubblicare quello che è, per quanto ne so io, il primo documento ufficiale francese di un certo spessore, La problematica del genere. In questi ultimi anni, i prelati hanno preso sempre più la parola contro ciò che definiscono “la teoria del genere”, creando un movimento che può essere interpretato come una campagna per affermare le posizioni vaticane. Se la linea ufficiale si irrigidisce, osservo comunque che altre parti della Chiesa cercano di aprire un dialogo intorno al genere, sottolineando che gli studi sono vasti.

In cosa gli studi di genere sono più complessi della “teoria del genere”?

È importante precisare che solo i cattolici usano l’espressione “teoria del genere”. Nel mondo accademico, le “gender theories” americane non vengono mai tradotte in questo modo – in francese il termine “teoria” implica un’incertezza – si dice quindi “studi di genere” o “studiare il rapporto di genere”. Perché la “teoria del genere” non esiste: questo settore di ricerca, allo stato attuale, è ricco di quarant’anni di lavori, con elementi di diverso valore, basati su vari metodi, alcuni applicabili alla storia o alle scienze sociali, altri alla sociologia o alla geografia. Sono studi molteplici con opzioni teoriche diverse che logicamente, possono anche contraddirsi.

Cos’è la “teoria del genere” per la Chiesa cattolica?

Secondo tale istituzione, la “teoria del genere” è da avvicinare al marxismo: una dottrina che è stata pensata da alcune femministe radicali, con un’agenda per imporre la loro ideologia attraverso un calendario legislativo e un attore unico che coordinerebbe l’azione dei gruppi.

È completamente falso?

La Chiesa non ha torto quando ritiene che alcuni movimenti femministi americani hanno usato il termine “genere” con un intento militante d’uguaglianza uomo-donna o per la depenalizzazione dei rapporti omosessuali. Ma nel seno stesso di questi movimenti, il genere non rinvia per forza a realtà omogenee. Non esistono dei “protocolli dei saggi del genere” per fomentare un attacco congiunto..

Quali sono le persone che difendono più strenuamente la posizione della Chiesa?

Quegli esperti, particolarmente presenti nelle discussioni francofone su “Chiesa cattolica e genere”, che venigono convocati per contrastare la cosiddetta “teoria del genere”. Il più conosciuto è Mr Tony Anatrella, prete e psicanalista. Appoggiandosi al corpus freudiano degli anni tra le due guerre, egli spiega che coloro che non sanno bene a quale genere appartengano, hanno tale confusione per una mancanza nel loro sviluppo. Innanzitutto, è sorprendente vedere come dopo decenni passati a condannare la psicanalisi, la Chiesa ora metta su un piedistallo Sigmund Freud. Infatti, a partire dal 1864 – e dal Sillabo di Pio IX che condanna chiaramente le scienze psicologiche – fino agli Anni ’50, tali scienze sono percepite come minacciose per l’anima dei cattolici. Inoltre, è come dimenticare che oggi, anche gli psicologi contemporanei non utilizzano più le analisi freudiane in questo modo. Su un altro registro, Padre Michel Schooyans si è messo in testa che il pericolo del genere viene da una deriva dei diritti dell’Uomo. Torna a configurarsi con lui il discorso antiliberale cattolico ormai molto antico: la cosiddetta “teoria del genere” esorterebbe a una libertà senza freni, a un diritto a qualsiasi scelta che finirebbe in una nuova dittatura. Infine, Margaret Peeters, vecchia giornalista americana residente a Bruxelles, ritiene che il genere sia l’erede della Rivoluzione francese… Dando una definizione politica e laica dell’individuo, i Lumi avrebbero eliminato la sua dimensione cristiana. Progressivamente, la paternità e la maternità, e ciò che lei chiama la mascolinità e la femminilità, sarebbero state svuotate della loro sostanza. Ai suoi occhi, dopo gli Anni ’50, le idee liberali avrebbero dato vita alla “teoria del genere” portando al suo estremo l’opposizione dialettica tra il biologico e il sociale.

Uno degli argomenti della Chiesa cattolica contro la “teoria del genere” è la messa in causa di un “ordine naturale”

In effetti, nella visione cattolica, la cosiddetta “teoria del genere” rimetterebbe in causa una concezione naturale dell’Uomo, ossia che bisogna accettare la natura che la Creazione ci ha dato. La Chiesa cattolica parte allora dalla finalità degli organi sessuali per trovare un buon ordine etico della sessualità che sarebbe quello della procreazione, il che implica che la sessualità è sempre eterosessuale. Ciò mette da parte un aspetto teologico ben più grande: la tradizionale valorizzazione cattolica dell’azione di Dio al di sopra della natura. D’altronde la si ritrova nella regola che impone il celibato ai preti o la castità ai religiosi e alle religiose. In questo, le leggi interne della Chiesa non sono “naturali” secondo la stessa definizione del Vaticano…

* Anthony Favier ha un blog nel quale lascia le sue analisi dell’attualità sugli studi di genere e in particolare ha scritto sette articoli molto ricchi e completi su “La questione sui nuovi manuali di biologia alle elementari (in Francia). Da leggere su: penser-le-genre-catholique.over-blog.com

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