Home Politica e Società La libertà è la nostra fortezza di A.Picciolini

La libertà è la nostra fortezza di A.Picciolini

Anna Picciolini
www.womenews.net

Mille, duemila, qualcuno mi dice tremila, io non sono mai stata brava a calcolare il numero di persone presenti a una manifestazione. Certamente siamo tante, tante donne e tanti uomini, chiamati da associazioni di donne (e altri soggetti) che in questa caldissima estate fiorentina hanno osato proporre di scendere in piazza per dire, per ripetere che la libertà delle donne non si giudica.

Firenze, 28 luglio 2015, ore 21. Piazza Bambine e Bambini di Beslan. Siamo davanti all’ingresso principale della Fortezza da Basso a Firenze, nel luogo dove sette anni fa una giovane donna fu stuprata da sei giovani uomini che credeva amici. Ma forse adesso non si può dire “fu stuprata”, perché la sentenza in appello, ribaltando il giudizio in primo grado, dice che si è trattato solo di “sesso di gruppo” e che lei non era proprio lucida, ma in fondo “ci stava”.

Facciamo un passo indietro: nell’estate del 2008 la Fortezza è sede di una serie di attività estive, commerciali, gastronomiche, musicali, anche culturali, che la rendono il posto dove migliaia di persone passano la serata, fanno le ore piccole. Giulia (il nome dietro cui si cela la nostra amica) esce sul tardi insieme a sei ragazzi, uno dei quali lei considera un amico, e gli altri sono amici di lui. Per la proprietà transitiva dell’amicizia lei si sta comportando in maniera rilassata, disinvolta, ha bevuto, giocato, scherzato, addirittura fatto sesso (sic!) con uno di loro.

Ma adesso è stanca, e vorrebbe tornare a casa. Il gruppo (cosa ci vuole perché un gruppo di giovani uomini si trasformi rapidamente in un branco?) la porta più o meno a braccia fuori dalla Fortezza, e in macchina, la stuprano a turno. La mattina, dopo essersi rivolta a un centro antiviolenza, Giulia decide di denunciare l’accaduto. E comincia il suo calvario: gli interrogatori, le indagini sulla sua vita, sul suo comportamento, quella sera e prima, il suo dichiararsi femminista, bisessuale, militante lgbt, tutto entra nel tritacarne. La denuncia le viene rinfacciata come tentativo per cancellare il senso di colpa per quanto “ha fatto”. Le viene imputato il suo atteggiamento“non lineare” verso il sesso. Il suo abbigliamento poi: “gothic lolita”, come pare fosse di moda in Giappone all’epoca, ma segno di grande trasgressione nella nostra provincialissima città. Le sue ambizioni di attrice sono prova di una personalità borderline: ha girato un film “splatter” il cui regista era quello del gruppo che lei considerava un amico, ma lui non ha una personalità borderline…

Fermiamoci qui. Dobbiamo sapere però che la maggior parte di queste affermazioni le ritroviamo letteralmente non solo nei verbali di interrogatorio o nella requisitoria della difesa dei giovani imputati, ma nella sentenza di appello, quella appunto che ha mandato assolti tutti, proprio tutti, tranne lei.

Quella sentenzaa va letta. La troviamo sul blog Al di là del buco – verso la fine della guerra fredda (e pure calda) fra i sessi, che l’ha pubblicata una settimana fa. Qualche giorno prima sul blog era stata pubblicata la lunga lettera con cui Giulia commenta con amarezza, ma senza vittimismo, la conclusione della vicenda.

Già, perché la vicenda sembrerebbe proprio conclusa: sono passati tre mesi dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza e la Procura della Repubblica non ha fatto ricorso in Cassazione. Forse poteva farlo lei, la parte lesa, ma forse l’avvocata ha pensato che di fronte a un ribaltamento totale del giudizio, l’appello da parte della procura fosse quasi un atto dovuto, o forse a lei, Giulia, prendere l’iniziativa per prolungare il calvario è sembrato un atto di autolesionismo.

Il risultato è che loro sono assolti, non possono essere definiti stupratori, e lei è vittima ancora una volta.

Ma, e la sua lettera ce lo dimostra, Giulia è oggi una donna oggettivamente distrutta ma soggettivamente ancora forte, capace di rivendicare il diritto a essere quella che vuole essere, un diritto che vale, deve valere per ciascuna di noi.

E’ stata la lettera di Giulia a muovere le associazioni di donne fiorentine che hanno convocato la manifestazione di ierisera. Una riunione convocata in tutta fretta, adesioni collettive e individuali a pioggia, l’appuntamento nel luogo dove tutto è cominciato per dire che “la libertà è la nostra fortezza”, ma anche per significare che non finisce qui. Non tanto perché si pensi (io non lo penso) che sia possibile riprendere l’iter giudiziario, quanto perché si vuole riprendere l’iniziativa politica. Vogliamo affermare che se gli anni che ci separano dal film “Processo per stupro” (1979) sembrano improvvisamente azzerati perché la sentenza riecheggia lo stesso stupido moralismo, lo stesso sessismo di quelle di allora, quegli anni sembrano azzerati anche dalla presenza in piazza di tante giovani donne arrabbiate, che affermano che la libertà passa per le lotte e che contro la violenza può essere necessaria anche l’autodifesa come uso intelligente della forza.

Poco importa se alcuni degli striscioni a me e ad altre coetanee sono sembrati fuori dal tempo (“per l’emancipazione di genere e di classe”), o sopra le righe (“se non ci sarà giustizia, ci sarà vendetta”).

Non importa nemmeno che la maggior parte delle partecipanti non si sia associata al corteo non autorizzato che ha attraversato le vie del centro, mentre alla Fortezza si leggevano la lettera di Giulia, brani della sentenza, comunicati di associazioni. Eravamo ancora insieme, e abbiamo aspettato il ritorno di quel corteo che era parte di noi.

Però l’uso del femminile (…delle partecipanti) non è casuale: nel gruppo del corteo spontaneo la presenza maschile era decisamente più alta, forse maggioritaria, e io su questo vorrei che si interrogassero quelle che hanno promosso questa variazione.

La distinzione infatti non è sulla legalità formale delle cose che si fanno: l’illegalità è intrinseca e necessaria nei conflitti sociali. Quello che è importante è non confondere le soggettività.

Dietro di me nel corteo (autorizzato) intorno alla Fortezza, un giovane, alto e robusto, scandiva lo slogan: “voglio vestirmi come mi pare, voglio andare in giro dove mi pare”. E a me veniva voglia di domandargli: “ma quando mai questo ti è stato impedito?”.

Ecco, agli uomini presenti io non chiedo di gridare i miei stessi slogan, ma di interrogare la loro mascolinità, di confrontarsi con il vasto mondo delle diversità di sesso, genere e orientamento sessuale, per costruire insieme un mondo in cui per tutte le diversità ci sia lo stesso pieno diritto di cittadinanza, la stessa libertà di essere ciò che si vuole, la stessa possibilità di andare con sicurezza incontro alla notte, come al giorno.

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La libertà è la nostra “fortezza”. Comunicato con promotrici e adesioni.

Ci riprendiamo la Fortezza perché …
– le motivazioni della sentenza di Firenze sono inaccettabili;
– questa sentenza ha leso l’autodeterminazione di tutte le donne;
– il processo è stato fatto alla ragazza e alla sua vita;
– vogliamo sapere perché la procura generale non ha fatto ricorso facendo scadere i termini.

Riaffermiamo la nostra libertà: siano processati i violenti e non le vittime!

Non vogliamo essere giudicate per come ci vestiamo, per il nostro orientamento sessuale e i nostri comportamenti.

Troviamoci martedì 28 luglio alle 21,00 all’ingresso principale della Fortezza da Basso in piazza Bambine e Bambini di Beslan, Firenze.

Hanno promosso e aderito:

Unite in rete, Artemisia, TOSCA – Coordinamento toscano centri antiviolenza, Di.Re., Libere tutte Firenze, Il Giardino dei Ciliegi, Collettivo DeGenerate, Azione gay e lesbica, IREOS, Libreria delle donne, Associazione Fiesolana 2b, Intersexioni, ARCI Firenze e Toscana, Rete Genitori Rainbow, Coordinamento contro la violenza di genere e il sessismo, Coordinamento donne CGIL Firenze e Toscana, LeMusiquorum, Gruppo DDD, Laboratorio per la laicità, Rete donne SEL, Gruppo consiliare Firenze Riparte a Sinistra, on. Marisa Nicchi, sen. Alessia Petraglia, Daniela Lastri.

Altre adesioni

Arcilesbica Firenze, Crs, Corrente alternata, Coltiviamo Cultura in Genere, Nuove Generazioni su Orme Radio, Resistenza Femminista, Pasionaria.it, COSPE, Mi diras Nur progetto contro la violenza dell’Associazione Mahila, Khadija Cirafici, Cristina Obber, Barbara Bonomi Romagnoli, Maria Luisa Boccia, Aglaia Viviani, Donatella Golini, Laura Gaspari, Elisabetta Togni Dalla Torre,Farideh Karamloui, Simona Sforza, Daniella Vangieri, Monica Sgherri,Papi Buzz, Alessandra Giannini, Luca Sparnacci, Evelina Visani, Francesca Pontani, Mirella Sarti, Roberta Montanari, Paola Borsoi, Maddalena Robustelli

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Il coraggio civile delle violentate

Monica Lanfranco
www.womenews.net

Mentre si aspetta la manifestazione alla Fortezza di Firenze per protestare contro l’allucinante sentenza che ha mandato assolti sei uomini che hanno abusato di una coetanea, la rivista New York Magazine http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/07/27/le-donne-violentate-da-bill-cosby-sul-new-york-magazine_68973af2-be85-4783-940a-9355a25af7f8.html pubblica le foto di 35 delle 46 donne che hanno pubblicamente accusato il popolare attore Bill Cosby di molestie sessuali.

L’attore, celebre non solo negli Usa per la serie comica I Robinson, famosissima per il suo racconto della quotidianità di una famiglia nera negli anni ’80, nella quale tra l’altro si precorrevano i tempi perché madre e padre lavoravano entrambi e la discussione in casa era paritetica e aperta su molti temi, tra cui anche la sessualità, ha confessato di avere abusato di alcune donne somministrando loro sonniferi per renderle inoffensive.

Una storia terribile, sia per il comportamento seriale dell’uomo, che per lo scioccante contrasto tra la parte pubblica e quella privata di Cosby.

Il gesto coraggioso delle donne testimonials (che hanno chiesto di mettere nella foto anche una sedia vuota, per invitare chi ancora non ha avuto il coraggio di mostrarsi di farlo) rompe in modo clamoroso il silenzio su una realtà dolorosa: nonostante tu sia la vittima e a te sia dovuto il rispetto, la solidarietà, il sostegno e l’empatia che si deve a chi ha subìto l’ingiustizia, nel caso della violenza sessuale (non solo lo stupro, anche le molestie, lo stalking, la vessazione sessista a livello psicologico) è facile che da vittima ti ritrovi imputata e colpevole.

Se fossi stata più vestita, più sobria, più decisa a dire di no, se non fossi passata di lì (del resto se stavi a casa non ti accadeva): sia che si tratti di una bambina (è fresca la ridda di insinuazioni, quanto non di insulti, verso la quindicenne stuprata da un militare) o di una donna adulta la storia è sempre la stessa.

L’iniziativa del giornale nordamericano, e delle donne che hanno scelto di metterci corpo e viso, è la prova che si può trasformare una vicenda privata e dolorosa, spesso fonte di vergogna e solitudine, in un gesto politico a sostegno di tutte le donne contro la cultura della violenza. Un invito al coraggio civile, per dire con dignità e forza che la violenza maschile sulle donne non può essere mai giustificata, né assolta. E che non ci sono scuse per chi la compie.

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