Home Chiese e Religioni Galantino: Chiesa italiana più distante dal potere

Galantino: Chiesa italiana più distante dal potere

Andrea Tornielli
www.lastampa.it

Nel giorno in cui Francesco si reca in vista nella diocesi calabra «di frontiera» del vescovo Nunzio Galantino, la rivista «Il Regno» pubblica una lunga intervista con il nuovo segretario della Cei, che parla della sintonizzazione della Chiesa italiana con il pontificato di Papa Bergoglio.

Così Galantino commenta alcuni passaggi fondamentali dell’esortazione «Evangelii gaudium», vera road-map per la Chiesa indicata dal Pontefice. «A me pare che a papa Francesco – afferma – prema anzitutto ritrovare la forma, cioè il modo di essere e di presentarsi di una Chiesa che sia quel che è: non centrata su se stessa e i suoi problemi, ma orientata al bene e al servizio della comunità umana. In una parola, una Chiesa missionaria, secondo il Vangelo. Ne abbiamo parlato tanto in questi anni, ma forse senza la dovuta lucidità. O almeno non con l’efficacia con la quale si esprime il papa nella Evangelii gaudium, laddove (nn. 217-237) fa riferimento a quattro principi che realizzano il bene comune».

Così Galantino elenca e analizza questi quattro principi: «1) Se “il tempo è superiore allo spazio” deve cambiare il nostro modo di essere presenti nello spazio pubblico, smettendo i panni, spesso comodi, delle ‘truppe cammellate’ o quelli delle truppe da retroguardia; 2) se “l’unità prevale sul conflitto” non può che cambiare la nostra percezione della dialettica intraecclesiale, chiamata a prendere definitivo congedo da stili vagamente, anche se involontariamente, settari, così come dal narcisismo delle singole posizioni: la Chiesa non è una comunità ideale da realizzare secondo le nostre ‘fantasie’; 3) se “la realtà è più importante dell’idea” le battaglie ideologiche devono cedere il posto a una condivisione dal basso, che crei l’atmosfera giusta per dialogare senza complessi d’inferiorità; 4) infine, se “il tutto è superiore alla parte” bisogna riscoprire la comune percezione di una missione che unisce al di là delle legittime differenze di opinione. A questo proposito, che tristezza dover registrare vere e proprie aggressioni verbali solo perché si usa un linguaggio e uno stile diversi da quelli ritenuti “ortodossi”…».

Il segretario della Cei accenna anche al problema del clericalismo. «Per affrontare correttamente il tema dell’adeguata partecipazione dei laici, uomini e donne, alla vita della Chiesa dobbiamo affrontare di converso anche il tema del clericalismo diffuso nella Chiesa. Prima che un cattivo comportamento (una libido dominandi), il clericalismo è un errore teorico, propriamente da ricondurre alla teoria delle “due città” con la quale si definisce che i cristiani (preti e laici) abbiano una loro città da imporre agli altri uomini, mentre in realtà essi vivono nella città comune. Il clericalismo è spesso espressione della volontà di potere, mentre la Chiesa “popolo di Dio”, come l’ha definita la Lumen gentium, si caratterizza per la responsabilità nell’esercizio della carità e porta, conseguentemente, con sé la negazione della volontà di potere, che si esprime attraverso le varie forme di clericalismo. Quando questa presa di coscienza sarà piena, solo allora avremo un vero e proprio cambio d’epoca nella Chiesa».

Monsignor Galantino interviene anche sul tema dei cattolici in politica. «Il bipolarismo, così come è stato realizzato sul piano istituzionale e su quello politico- spiega il vescovo di Cassano allo Ionio – ha in seguito finito per produrre l’effetto di due posizioni politiche in cerca del voto cattolico, ciascuna facendosi più o meno utilmente garante di un pacchetto di valori, ma senza integrare dentro la propria prospettiva l’apporto del personalismo cristiano. È mancato un vero confronto tra i cattolici stessi e tra essi e le altre culture sulle nuove questioni della democrazia: dalle nuove scienze e le loro conseguenze pratiche, alle nuove emergenze sociali».

«Di fatto il rischio – aggiunge Galantino – è stato quello di vedere gli stessi cattolici semplicemente dividersi nel momento elettorale, in nome della parte politica scelta, senza mai trovare momenti di convergenza sulle premesse della comune ispirazione ideale. Naturalmente questa possibilità di incontro, che è il contrario della diaspora, poggia sulle competenze di ciascuno, che risponde in prima persona delle proprie scelte e non consente alcuna delega di rappresentanza in bianco. A questa responsabilità dei laici cattolici – che va incoraggiata, rinnovata e nuovamente educata – deve corrispondere una salutare precauzionale presa di distanza diretta dell’istituzione ecclesiastica dal potere politico. Che non vuol dire ‘distanza’ dalla politica e dalla vita pubblica, che sono forme nobili e alte di carità».

Il segretario dei vescovi italiani mette in guardia da quelli che considera dei nuovi pericoli, uno dei quali è il riemergere dei «faccendieri»: «Mi auguro che cresca nuovamente la vocazione e la capacità di partecipazione dei cattolici italiani alla vita pubblica in tutte sue forme e dimensioni, attraverso una conoscenza di prima mano della dottrina sociale della Chiesa e con un impegno personale ispirato dalla gratuità, privo di interessi per ritorni personali. In questo momento, a mio parere, bisogna vigilare perché lo spazio che si è aperto e il desiderio di partecipazione dei cattolici non vengano coperti e catturati, soprattutto in sede locale, da nuovi faccendieri. Bisogna vigilare su improvvisate e improprie “chiamate alle armi” di gente più nostalgica e frustrata che desiderosa di servire il bene comune. I trasformisti e i replicanti, figli della mediocrità, non mancano nemmeno oggi. Anche qualche ecclesiastico può essere tentato di dare vita a liste e soggetti politici locali. Soprattutto è una strada a rischio, perché esposta a essere facilmente smascherata nelle sue vere intenzioni. È una cattiva strada».

Sul tema dei «valori non negoziabili», il segretario della Cei mette in guardia dal trasformarne alcuni in ideologia: «Quanto ai valori non negoziabili non c’è alcun vuoto da colmare. Nella visione cattolica della morale tutto si tiene e i valori dell’etica individuale sono sempre in relazione con quelli dell’etica sociale. Chiunque capisce, ad esempio, che l’ecologia è un problema di scelte sociali, ma anche di comportamenti individuali. E i temi sanitari toccano oggi certamente questioni nuove di morale soggettiva, ma rappresentano uno dei grandi capitoli della morale sociale. Ancora sui “valori non negoziabili”, di fronte allo spettacolo miserando della corruzione, mi sembra di grande rilievo culturale e morale l’intangibilità dei principi. Al di là delle formule più o meno efficaci, o interpretate in maniera più o meno riduttiva, resta il fatto che i valori sono tali e non siamo certo noi, con le nostre strategie, a caricarli di più significati. Un pericolo può affacciarsi e di fatto è sempre in agguato, ed è il pericolo della ideologizzazione dei valori. Quando i valori diventano ideologia, allora, anche senza volerlo, si possono assumere atteggiamenti contraddittori… Devo confessare che mi lasciano perplesso – se mi è permesso dirlo – gli atteggiamenti di violenza, anche verbale, con i quali si difendono i valori; come mi lasciano perplesso parole ingiuriose dette con la stessa bocca con la quale si difendono i valori».

Infine, per quanto riguarda l’impegno della Chiesa italiana nella lotta contro la pedofilia clericale, Galantino nell’intervista afferma: «Oggi abbiamo una chiara visione delle cose. E la scelta è inequivocabile: intervenire con estrema determinazione. Non c’è difesa corporativa che tenga, né clericalismo che possa giustificare silenzi, sottovalutazioni, omertà. Siamo di fronte a un dramma terribile, vero scandalo per il cristiano che deve farci scegliere sempre la vittima e la sua famiglia. Se difendiamo le vittime difendiamo la Chiesa».
«Quanto poi al rapporto tra obbligatorietà giuridica e obbligatorietà morale – conclude – l’obbligatorietà morale oggi è persino più radicale ed esigente della norma, che si può anche tentare di aggirare. Lo vediamo nel rapporto politica-corruzione, dove si ragiona sull’opportunità di dimissioni per chi ne sia coinvolto, anche a fronte di un percorso penale non ancora completato».

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